Intervista a Lavinia Mannelli di Viviana Calabria

Lavinia Mannelli, toscana, classe ’91, pubblica il suo primo romanzo con la casa editrice romana 66thand2nd. L’amore è un atto senza importanza pone l’attenzione sul desiderio – sessuale, di successo, di riconoscimento – ma parla anche di corpi, di media e cultura, di essere umano, di progresso. Sono sicura che l’intervista possa aggiungere molto alla lettura del libro e Lavinia è molto decisa nello spiegare i suoi intenti e i suoi ideali.

Nella tua biografia si legge che lavori a un progetto di ricerca sulle donne robot. Mi viene naturale pensare che il romanzo sia nato da lì, visto che uno dei personaggi è una bambola, del sesso, robot di ultima generazione. Come mai la scelta di questo progetto di ricerca più affine a materie quali robotica e meccanica essendo tu laureata in Lettere moderne, e come hai scoperto poi la scrittura?

Ciao Viviana, e grazie di cuore per l’invito. In realtà no, sorpresa: il mio progetto di ricerca è nato dopo, diciamo anche molto dopo che avevo ideato, scritto e rivisto la trama principale del libro. Come ho detto anche in un’altra recente intervista a cura di Giulia Bocchio per Poetarum Silva, è stato grazie alla eccezionale disponibilità della tutor del mio dottorato, la prof.ssa Daniela Brogi, che ho potuto considerare i miei interessi come scrittrice (o aspirante tale) anche da un punto di vista più scientifico. La mia idea iniziale era di occuparmi dell’influenza di Dostoevskij su alcuni grandi scrittori italiani del Novecento. Mi sono spostata su altro, invece, proprio perché avevo in parte già scritto il libro nella forma in cui lo hai letto tu. La natura della mia ricerca, comunque, resta quella umanistica: mi occupo di rintracciare alcune delle più interessanti opere del cinema e della letteratura novecentesca italiana in cui compaia un personaggio femminile artificiale (macchina, computer, cyborg, robot, quadro, statua, ecc). Sto cioè provando a disegnare una mappa della presenza di donne-macchina all’interno dell’immaginario italiano contemporaneo. Una ricerca che investe anche fenomeni come quelli della cibernetica, di ChatGPT per capirci, ma più che altro da un punto di vista storico-culturale.

Non posso chiaramente negare che approfondire alcuni dei testi e dei film che trattano argomenti simili a quelli del mio romanzo (faccio qualche esempio tra i più noti: The Stepford Wives di Ira Levin, Metropolis, Westworld o Her)… non posso negare, dicevo, che sia stato un grande arricchimento, però devo anche essere onesta: a posteriori, per il mio libro non ho mai scelto una soluzione stilistica o di trama che fosse suggerita dai miei studi accademici. Nella scrittura sono anzi da sempre molto istintiva: almeno all’inizio, mi butto nel vuoto. Poi sento anche il bisogno di un momento di concettualizzazione, ma questo penso sia necessario se non vuoi dire banalità o se vuoi capire davvero a chi può interessare quello che stai scrivendo. O almeno questo è il mio metodo adesso: sono solo al primo romanzo, spero di farne altri e allora chissà.

Parliamo di Tamara, questa perfetta fidanzata, così viene definita, dalle forme sinuose che parla per citazioni e frasi fatte elaborate dal sistema interno collegato ai computer, sempre pronta a soddisfare ogni bisogno. Nel tuo romanzo Tamara è un regalo di Giulia al compagno Guido, forse per ridare pepe al rapporto o solo per esigenze sessuali di lui. Credi che serva un elemento estraneo su cui concentrare desideri sessuali che non collimano in una coppia, una compagnia anche silenziosa, un intermediario esterno tra due persone che possa dirimere litigi, per gestire una relazione?

Non credo che serva un elemento estraneo: credo fermamente che ci sia sempre, a prescindere dal modo in cui lo concettualizziamo o scegliamo di viverlo. Nella vita di coppia così come nella vita di ciascuno di noi, in qualsiasi contesto, c’è sempre un modello con cui confrontarci, siamo sempre di fronte a uno specchio, più o meno consapevole o deformato, di quello che siamo o non siamo.

In questo senso Tamara è un elefante nella stanza sia per Giulia che per Guido, anche se per motivi diversi: nessuno dei due sa bene perché quella bambola del sesso si trovi lì, su quel divano di ecopelle, in quel salotto in cui sembra trovarsi più a suo agio di loro. Eppure Tamara è proprio lì, con le sue plastiche ipoallergeniche su cui il sole batte con violenza, a manifestare un qualcosa che non funziona, tra di loro, nel modo in cui ciascuno dei due elabora i propri desideri – per la maggior parte delle volte, reprimendoli. In fondo, Tamara è una sorta di regalo sadomasochistico: serve a testare la solidità di una relazione che non si sente troppo stabile, o forse è un modo obliquo, indiretto, per chiamarsene definitivamente fuori.

Sempre Tamara nel romanzo dice di avere un sassolino nel petto o nello stomaco che sembra farsi pesante in concomitanza di quelle che per noi sono emozioni. Ha quindi una coscienza e impara nuove cose sul mondo e sull’amore dai programmi televisivi del pomeriggio, in particolare Uomini e Donne. Hai mai pensato a come sarebbe vivere tra robot?

In una scena del romanzo, durante il vernissage casalingo di Guido, la coppia di proprietari di Tamara si comporta in maniera sciocca, snobistica, falsa. Giulia è la più impostata, ma Guido è goffo e banale, in una maniera che Tamara non riesce a sopportare: non fa che ripetere “la natura umana, la natura umana”.

La grande tradizione dei romanzi realisti ci ha insegnato a mettere in sospetto espressioni come questa: dai romanzi di Balzac sappiamo che non esiste l’uomo in generale, ma esistono tipi di umanità socialmente e ideologicamente determinati che, nell’incontrarsi, nel luogo più o meno simbolico del romanzo, non possono che relativizzarsi. Come non esiste la natura umana in astratto, allora, ma uomini e uomini, donne e donne, natura umana e natura umana, così non esiste il robot in astratto. Già adesso, che stiamo appena appena provando a familiarizzare con alcuni software di intelligenza artificiale, ce ne rendiamo conto: c’è una grande differenza tra AI e AI, che spesso dipende dall’uso che l’uomo ne fa, dal modo in cui lo interroga, da quello che cerca di estrapolarne.

Spero di non parlarmi troppo addosso se dico che quello che ho voluto fare con questo romanzo è proprio questo: sottrarre la riflessione della e nella fantascienza dall’ipoteca della metafisica. Chiedersi che cosa sia la natura umana in astratto è una questione forse priva di significato, e con questo romanzo ho provato a restituirla a una domanda più concreta, più interessante e utile, credo: “che cosa significa la natura umana nel salotto di due intellettuali di sinistra, se, quando escono di casa, si dimenticano la TV accesa?”.

Ed ecco che forse, con questa premessa, alla tua domanda posso rispondere: proprio perché, a differenza di quanto vorrebbero farci credere programmi come quelli di Maria De Filippi, non esistono “Uomini” e “Donne” in generale, forse vivere tra robot somiglia un po’ a rimanere intrappolati per sempre, da concorrenti, in uno studio di Canale 5.

Tornando ai programmi televisivi, mi sembra che il tuo libro metta in luce una critica ai media e alla cultura di massa. Prendiamo anche il personaggio di David, un amico della coppia: è un artista che desidera la fama ma che sa di non poterla perseguire se non asseconda alcune richieste che metterebbero però in mostra le sofferenze della madre. Quali sono e che entità secondo te hanno i danni provocati dai media, dalle scelte del pubblico e dai social sulla cultura, l’alfabetizzazione, l’evoluzione del lavoro e sulla notorietà (direi anche sul gusto vero e proprio, sulla conoscenza ecc.)?

Ti sono grata di aver colto questo elemento. Per me è molto importante che si parli del libro anche in questi termini: è vero che, assumendo il punto di vista di una bambola del sesso infatuata del mondo di Maria De Filippi, era molto forte il rischio di sembrare snobistica da una parte, perché in realtà io appartengo al mondo di Giulia e Guido, e dall’altra persino complice, se vuoi, dell’immaginario degradato e degradante di Mediaset.

Ho scelto però consapevolmente una posizione di totale ambiguità, spero non paracula, come si direbbe con eleganza, perché penso che sia nelle cose.

Se accettiamo la realtà della cosiddetta TV spazzatura, come non possiamo fare a meno di fare, a mio avviso, dobbiamo anche assumerci la responsabilità non solo di constatare, razionalizzandole tassonomicamente, tutte quelle specifiche forme in cui, per esempio, Mediaset contribuisce a mortificare il corpo delle donne: è nostro dovere, credo, rendere anche conto del come e del perché le narrazioni che contiene affascinano così tanto, nonostante questo, i suoi spettatori. Solo così possiamo smettere di essere snob, intellettualistici, e ricucire una sfasatura tra chi scrive e chi (non) legge – e dunque, magari, chissà, riuscire a occupare con nuove forme il ruolo che questa TV esercita ormai da decenni.

La bambola del sesso è in questo senso una richiesta di mediazione, e il romanzo che racconta la sua storia è fantastico (più che fantascientifico, come dicevo anche prima) tanto quanto sociologico. Il centro del libro non è, cioè, o almeno credo, il diventare umana di Tamara in senso astratto, o le nevrosi di Giulia e Guido, ma lo scontro tra due (anzi, tre) specificità sociologiche. Con la sua ingenuità, con la sua innocenza, con la sua parola disarmata, Tamara sta lì per porre una domanda: perché non potete darmi una cultura che non sia una trappola? Che non sia una forma degradata di un mio impulso rimosso né una intellettualizzazione totalmente distaccata dalla realtà?

Se vogliamo spararla grossa, Tamara è un po’ un’idiota dostoevskiana: un personaggio che normalmente non troverebbe spazio in un preciso contesto, ma che, per un motivo o per un altro, quando vi entra in contatto, con la forza dello straniero o del bambino di fronte al re nudo, riesce a cogliere le verità nascoste, disinnescare le menzogne ancora più profonde di ciascuno dei personaggi della storia. Questo corto circuito rappresenta quella che è forse una scissione interna della nostra società, e il fatto che siamo sempre meno capaci di esprimere un ceto intellettuale che riesca a farsi ascoltare e avere una qualche efficacia sulla vita collettiva, senza ricadere in uno snobismo consolatorio.

Il desiderio è uno dei temi importanti del romanzo, e in parte nelle altre domande viene fuori anche se non è esplicitato. Parli di desiderio di essere amati, essere visti per quello che siamo, essere ascoltati e di avere successo. Da cosa deriva questo bisogno perennemente insoddisfatto ed esiste un modo per liberarsi del bisogno di essere amati, accettati, capiti, lodati dagli altri e vivere nella eccezionalità e mediocrità di ognuno di noi senza soffrirne ed esserne influenzati?

Qui sarò stranamente lapidaria. No, non esiste e non deve esistere, secondo me, un modo per liberarsi da questo bisogno. Poi possiamo parlare di modi più o meno sani di elaborarlo o non farci i conti, ma no, il desiderio è ciò che ci rende migliori e peggiori ed è dunque un fattore ineliminabile delle nostre vite, dei nostri tormenti.

Giulia, personaggio del romanzo, organizza dibattiti e serate contro il patriarcato. C’è un legame tra questa scelta e il regalo che fa a Guido, Tamara? Mi viene da pensare che Giulia sposti l’immagine del corpo sessualizzato della donna dal suo a quello di una bambola costruita ad hoc per lo scopo, per affermare le sue idee anche nei confronti del compagno. Per mostrare come il sesso sia un atto istintuale e di piacere, non solo procreativo, quindi definire la donna istintiva e irrazionale e l’uomo razionale non ha fondamento. Che il sesso e l’amore non sono la medesima cosa, e che l’idea di dominazione dell’uomo, di riempimento dell’involucro donna per giustificare violenze e prevaricazioni viene meno nel momento in cui si ricorre a una bambola. O forse volevi soltanto mostrare la difficoltà di un rapporto a due, la volontà di migliorare una relazione e mostrarsi all’avanguardia e come questo però nella realtà dei fatti metta in moto gelosie e sensi di inferiorità.

Hai colto ancora una volta un punto fondamentale di quello che volevo dire nel libro, quindi ti ringrazio.

In effetti è proprio come dici tu: Guido regala a Giulia un profumo lezioso e dei vestiti attillati che Giulia fa indossare a Tamara. Giulia, cioè, sposta su Tamara l’incombenza non tanto del sesso, quanto dell’essere la risposta al desiderio complesso, per lei inaccessibile fino in fondo, di Guido. E questo desiderio è inaccessibile anche perché è inascoltato da Guido per primo.

Si definiscono entrambi femministi, partecipano alla causa organizzando manifestazioni, scioperi, serate contro il patriarcato, ma nel modo in cui lo fanno (e non, certo, nella causa di per sé) c’è un forte elemento velleitario, da cui deriva il tono ironico del libro: lo stesso di quando leggono le pagine di Mark Fisher o Donna J. Haraway e non vanno mai troppo avanti. In un certo senso non possono andare avanti: le cose che leggono non sono coerenti con i loro più sotterranei desideri che, in un modo o nell’altro, come ci insegna la psicoanalisi, tendono sempre a riemergere.

Tamara ha un ingresso così potente nella vita di Giulia e Guido perché grazie alla sua particolare educazione sentimentale rappresenta una forte alterità per loro: comprandola, è come se si fossero costruiti una trappola. Hanno delegato, terziarizzato il proprio rimosso a qualcun altro che, tuttavia, lo espone ogni giorno: è il corpo perfetto, disponibile, sessualizzato di Tamara che mette continuamente il sospetto a Giulia di essere insufficiente per Guido, e che ricorda continuamente a Guido che non è così femminista come vorrebbe. Perché Tamara è desiderabile, come può non esserlo se è stata creata per quello? Così, il rimosso sessuale dei due ragazzi – che la TV di Mediaset e il mercato che distribuisce queste bambole rappresenta in forma degradata – diventa il nutrimento quotidiano di questa sorta di cavallo di Troia che i due si sono costruiti.

Viviana Calabria

Un caffè con Gazmend Kapllani di Federica Scaltriti

Venerdì 8 settembre 2023 Mantova – Festival Letteratura

Sono arrivata in bicicletta davanti alla hall dell’hotel in cui soggiorna Gazmend Kapllani, sarà colpa del caldo o forse dell’emozione, ma mi sento le mani umide e i battiti del cuore fortissimi. Vedo Gazmend uscire dall’ascensore, ci presentiamo: io mi sento un po’ goffa nei convenevoli, mentre lui è da subito molto gentile e disponibile alla conversazione. Ci sediamo al tavolino di un bar, perché ogni conversazione che si rispetti inizia sempre davanti a un buon caffe… e per magia tutto comincia.

Gazmend tu conosci benissimo la Storia con la “S” maiuscola che hai vissuto da protagonista, ma hai scelto di utilizzare il linguaggio della narrazione. La tua scelta è quella di restituire ai lettori l’esperienza delle frontiere dal punto di vista del singolo, che però viene eletto come universale. Non è il fenomeno storico, ma è come il singolo vi si trova all’interno a fare la differenza ed è ciò che tu esplori con la tua scrittura.
Vero, mi interessa di più ciò che noi chiamiamo “microstoria”, ovvero come la storia interagisce con le nostre vicende personali creando uno spazio che spesso rimane silenzioso, non detto. Provengo da una nazione, l’Albania, in cui negli anni del totalitarismo l’identità dei singoli fu cancellata in maniera molto violenta, perciò amo esplorare quei territori mai raccontati e schiacciati dalla storia. Questo per me è il senso della letteratura: raccontare le vicende delle persone comuni, dare vita a dei personaggi per poi chiedersi di ognuno di loro: chi era? da dove veniva? come si connetteva con gli altri? quali erano le sue illusioni, percezioni, che desideri e paure aveva. Scrivo per raccontare la commedia dell’esistenza.
Questo per me è il punto di partenza per fare letteratura. Se la storia si interessa agli archivi, la letteratura si interessa prima di tutto all’evoluzione umana ed è ciò di cui mi occupo.


La terra sbagliata, il tuo ultimo romanzo, è la storia di un ritorno in patria. Un fratello ritorna a casa dopo la morte del padre. Spesso i migranti rientrano in patria quando muore un famigliare. Il ritorno è conflittuale non solo per chi è emigrato, ma anche per chi è rimasto e tu lo racconti attraverso i punti di vista di due fratelli: quello che è restato nel paese d’origine e quello che torna dopo vent’anni di assenza. Tra l’altro, hai ambientato la tua storia in una cittadina immaginaria chiamata TERS, che in albanese significa “malocchio”, perché questa scelta?
La letteratura dell’Est è sempre stata caratterizzata da una forte dose di ironia e fatalità: da qui la mia decisione di dare quel nome al paese del mio romanzo. Ciò in parte ha ragioni storiche perché è conseguenza della distopia con la quale la gente dell’Est è stata costretta a vivere durante i regimi totalitari. L’Albania è stata per molto tempo considerata una terra di frontiera e la storia con questi popoli non è mai stata molto gentile. Ho ambientato il mio romanzo in un paese immaginario perché il ritorno per un emigrato è per sua natura qualcosa di fortemente immaginario: non si ritorna mai nello stesso modo in cui si è partiti. Chi ritorna ha una percezione diversa della gente e del proprio luogo d’origine: è un rapporto caratterizzato sempre da una forte tensione.

In Albania durante il totalitarismo tutta la letteratura dell’Occidente era censurata. Mi ha colpito sapere che hai tradotto e diffuso di contrabbando la traduzione del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati. È la storia di un soldato, una storia di obbedienza. Ho provato a mettermi nei tuoi panni, a pensare di essere un ragazzo che voleva scappare da una nazione dove c’era una dittatura e mi sono chiesta perché hai scelto questo libro.
I libri di contrabbando che ci cadevano nelle mani erano davvero molto rari. Ci consideravamo molto fortunati ad avere anche uno solo di questi, erano assolutamente necessari per poter nutrire il nostro spirito, la nostra intelligenza e la nostra immaginazione.
Quei libri erano atti di resistenza contro l’oppressione, contro il “deserto culturale” che subivamo. Quando lo lessi la prima volta mi impressionò moltissimo per l’angoscia esistenziale che restituiva, per quell’illusione e quel senso di attesa, in cui io mi riconoscevo completamente. Tutto il libro è una metafora incredibile dell’esistenza umana, di una bellezza struggente una forza immensa. Le mie letture “di contrabbando” sono state assolutamente cruciali per la mia decisione di diventare scrittore. È molto interessante constatare che tutti i regimi totalitari vedano la letteratura come qualcosa di fortemente pericoloso perché sviluppa il pensiero critico, l’individualità e la libertà.

Tu ora vivi a Chicago dove insegni Letteratura delle Frontiere a una generazione che non ha vissuto la guerra fredda. Come vedi il rapporto delle nuove generazioni verso le frontiere?
Ogni generazione ha una percezione differente delle frontiere e dipende anche di quale frontiera stiamo parlando. In Europa per esempio c’è una generazione che cresce senza l’angoscia delle frontiere che avevo io, i miei genitori e i miei nonni. Le nuove generazioni hanno un concetto molto più globale del mondo rispetto a quello che avevamo noi, che era molto isolato e frammentario; i giovani d’oggi affrontano nuovi dilemmi e nuove forme di emarginazione. Considero una frontiera moderna l’appartenenza o no a nazioni che dispongono di armamenti nucleari, perché ciò presuppone il potere di scatenare o no una guerra nucleare e la scomparsa dell’umanità sulla terra. Io insegno la storia dell’evoluzione delle frontiere che oggi sono soprattutto culturali, perché per i giovani di oggi i confini non sono più geografici, ma di natura sociale perciò invisibili. Posso comunque affermare che ancora oggi il concetto di Frontiera affascina le nuove generazioni: l’immigrazione resta uno dei fenomeni più sconvolgenti nel nostro mondo; ma ora rispetto a 50 anni fa, ha una portata globale che influenza continuamente la nostra percezione quotidiana del mondo in cui viviamo, variando continuamente i concetti di identità, nazione e continente. Abbattere le frontiere oggi ha una consapevolezza diversa rispetto ai nostri tempi: le sfide di oggi sono su scala mondiale.

Un’ultima domanda: tu sei un grandissimo lettore, qual è il libro a cui ritorni e che più ti ha ispirato nel tuo lavoro di scrittore e poeta? Abbiamo tutti un libro del cuore, un libro riconciliante, il tuo qual è?
Non è soltanto un libro. Diversi scrittori mi hanno influenzato e penso che i maggiori vengano dall’Est. Scrittori come Milan Kundera, Danilo Kis, Jaroslav Hasek con le avventure del Bravo soldato Svejk. Nel mio passato di isolamento in Albania, la lettura è stata fondamentale per la mia sopravvivenza, di quel periodo ricordo che leggevo le Poesie di Jaques Prevert che hanno avuto un’enorme influenza su di me e ancora mi capita di ritornare a lui.

Federica Scaltriti

Intervista a Nando dalla Chiesa di Amedeo Borzillo

Bentornato a Napoli, Nando dalla Chiesa.

Ci siamo già incontrati 3 anni fa in libreria per la presentazione del tuo libro Per fortuna faccio il Prof. cui parteciparono in tanti, soprattutto studenti universitari incuriositi dalle tue sperimentazioni didattiche. Già anticipavi in quel libro una nuova sfida, ricordando a noi tutti che le idee e il cuore smuovono le montagne, e che possono spesso più del denaro.

E rieccoti qui con il tuo nuovo libro ”La legalità è un sentimento” in cui, partendo dalla poesia (idee e cuore), ci parli di affinità tra i destini di legalità e poesia, adorate nelle facoltà e nei salotti ma ignorate o bistrattate nella vita pubblica, per poi giungere, nel definire una strategia di educazione alla legalità, a suggerire di seguire i principi della splendida poesia “Considero valore” di Erri de Luca:

Considero valore ogni forma di vita…

Considero valore tutte le ferite…

Considero valore la stanchezza di chi non si è risparmiato…

Considero valore l’uso del verbo amare…

perché una società basata su questi principi e sentimenti sarebbe impermeabile all’illegalità diffusa.

Ma come si può “insegnare” un sentimento?

Insegnare i sentimenti… bella domanda. I sentimenti si forgiano, si trasmettono, si alimentano. Si comunicano con le parole e con gli esempi, poi si insegna a coltivarli nel tempo, nelle occasioni concrete, anche nelle più difficili. Basti pensare a come bisogna continuamente affinare e rielaborare i sentimenti dell’amore, o dell’amicizia, o lo stesso sentimento del dovere. Ma i sentimenti hanno bisogno di essere suscitati e sostenuti da parole significative: dolci, o orgogliose, o appassionate, o dolorose, che giungano da persone che stimiamo o alle quali vogliamo bene. Devono essere cariche di vita, quelle parole, o almeno deve potersi percepire la vita in cui sono radicate. I sentimenti sono d’altronde anche – questa è la mia esperienza di studioso – la fonte del pensiero o dell’arte che non si accontenta di sé. Chi sta intorno a noi comprende da mille particolari e dettagli in che cosa crediamo veramente. E prima ancora se crediamo in qualcosa. E quando lo capisce impara in ogni caso a provare verso quel “qualcosa” una forma di rispetto, che lo condivida o meno. Ma a quel punto il percorso è avviato: perché il rispetto è un sentimento fondamentale, quello su cui si regge infine ciò che io chiamo “il sentimento della legalità”.

Ci parli di mutazione antropologica generata dai nuovi mezzi di comunicazione di massa, e di spinta al conformismo che risucchia tutte le classi fino a negare lo stesso cuore del progresso sociale, di riclassificazione valoriale della sfera della morale, e qui in Campania viviamo “una peculiarità della situazione sociale” che genera episodi come quello di Caivano che si intersecano con la criminalità organizzata. Da dove partire per rigenerare il valore della legalità e incuneare valori positivi? Dalla scuola o dalla famiglia?

Penso che si debba partire dalla scuola e dalla famiglia insieme. Lo pensano in realtà tutte le teorie funzionaliste o che mettono al centro il tema dell’armonia sociale. E tuttavia oggi alla scuola tocca un vistoso “di più”, una funzione di supplenza, perché – ecco il problema – a nessuno può sfuggire che siamo di fronte alla peggiore generazione di genitori della storia d’Italia. Frutto di distorsioni mentali e di grandiose incongruenze di status: alti redditi e bassa istruzione, oppure alti titoli di studio e bassa cultura civile, o alta percezione di sé e povertà intellettuale. Siamo davanti a un universo sociale in cui si è fatta largo l’idea che i diritti si pratichino a colpi di avvocaticchi o di arbitrio. Che siano un po’ materia da legulei, un po’ materia da maneschi prepotenti. Abbiamo genitori che dovrebbero spesso tornare a scuola e che invece vanno baldanzosamente nella scuola del figlio per insegnare agli insegnanti. Se non si ristabilisce, grazie a una lotta fatta di consapevolezze collettive, il giusto equilibrio cooperativo tra scuola e famiglia, credo che sarà molto difficile costruire valori positivi solidi e resistenti ai venti della storia. Eppure proprio di questi valori abbiamo bisogno come il pane.

L’educazione civica può entrare nella formazione di un bambino dopo che ha interiorizzato i sentimenti, siano essi solidarietà o rispetto o altruismo. Ma con i modelli attuali è davvero possibile?

Qui si colloca in effetti il dibattito su “quale educazione civica”. C’è chi pensa che l’educazione civica consista alla fine nell’insegnamento della Costituzione. Ecco, su questo ho seri dubbi. L’insegnamento della Costituzione, da intendere come insieme di norme generali, rientra certo nell’educazione civica. Ma quest’ultima va molto oltre. Implica un insieme di valori e di riferimenti morali che permette al giovane e al giovanissimo di camminare nella realtà quotidiana avendo sempre una bussola. L’importante è imparare lo “spirito” della Costituzione. Poi ci sta pure, perché è comunque cosa buona e giusta, imparare l’architettura delle nostre istituzioni. Ma prima c’è lo “spirito”, ossia ciò che ci orienta nelle mille scelte quotidiane che si sottraggono per definizione alle leggi scritte. Ciò che ci rende a tutti gli effetti bravi cittadini, guidati dai valori della libertà e della solidarietà. Qui trova il suo posto la memoria viva di chi è caduto per difendere le istituzioni e i nostri diritti.

La lezione di Valerio Onida, come tu scrivi, ci insegna che solo la strada della memoria può incidere sulla personalità degli individui, soprattutto se adolescenti. Un tessuto di racconti, che ci dia la percezione di essere società che fa la storia, convincendoci che ognuno può fare qualcosa. Cosa ci direbbe oggi Calamandrei ?

Appunto, Calamandrei. Oggi ci ricorderebbe altri martiri, in più, oltre a quelli caduti sulle vette innevate, nei campi o nelle carceri fasciste. Ci parlerebbe di chi è caduto contro la mafia o il terrorismo, e insieme ci restituirebbe la giovinezza della Resistenza. Non ci presenterebbe quei caduti come eroi, ma nemmeno come persone (perché anche questa retorica sta spuntando) che hanno semplicemente “fatto il proprio dovere”. Ce ne consegnerebbe piuttosto il valore, e ci richiamerebbe ai grandi valori che li hanno guidati. Educare civicamente è questo: costruire una trama sensibile di esempi, lontani o vicini a noi, farli diventare parte di noi. Proprio così, “parte di noi”. Solo grazie a questo meccanismo bellissimo Palermo, la città per definizione e per storia più mafiosa d’Italia, poté trovarsi un giorno a essere “la capitale dell’antimafia”.

Amedeo Borzillo

Alla riscoperta di un incanto sconosciuto. Intervista a Francesco Vitucci, direttore della collana Arcipelago Giappone di Cristina Marra

La letteratura giapponese appassiona e incuriosisce i lettori italiani, dai romanzi storici, ai gialli, alle fiabe sono tante le opere che l’editoria offre ma è alla scoperta di nuove suggestioni e incanti del Sol Levante che ci conduce Arcipelago Giappone la nuova collana di Luni editrice diretta da Francesco Vitucci. Coordinatore del Corso di Studi in Lingue, Mercati e Culture dell’Asia
e dell’Africa Mediterranea e professore associato di Linguistica Giapponese al Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, Vitucci racconta a Il Randagio una collana che regala una nuova visione delle produzioni giapponesi scevre da cliché con pubblicazioni marginali, in Arcipelago Giappone è il Giappone stesso a occupare un margine, in quanto protagonista naturale, e non forzato, di un universo letterario che può sopravvivere anche in assenza di fiori di ciliegio, samurai e, più di recente, personaggi che galleggiano in uno sbando postmoderno suggestivo quanto sterile.

Francesco, benvenuto a Il Randagio e complimenti per la tua collana. Con quali obiettivi nasce Arcipelago Giappone e che narrativa propone?
Questa collana nasce dalla ferma convinzione che la letteratura giapponese debba emanciparsi non solo dall’alone esotico che la precede, ma soprattutto dai soliti cliché mediatici che l’hanno trasformata in una bolla di speculazione in cui il lettore attento scoverà una vasta strategia di marketing, poco Giappone e magre tracce di letteratura. Accanto a questa urgenza negativa, che nasce dal lento, puntiglioso scontro con un mercato frettoloso, ce n’è un’altra positiva, forse più ingenua ma senz’altro più sincera: ridare voce a testi che ci piacciono, talvolta marginali a causa di critiche sbadate, e salvarli dopo anni di silenzio. Può sembrare un paradosso, ma il criterio della marginalità è centrale, oltre che terapeutico sotto vari aspetti. Innanzitutto, una letteratura ai margini del mainstream aiuta a evidenziare per contrasto gli ormai noiosi vizi di tutto ciò che è commerciale. In secondo luogo, in Arcipelago Giappone è il Giappone stesso a occupare un margine, in quanto protagonista naturale, e non forzato, di un universo letterario che può sopravvivere anche in assenza di fiori di ciliegio, samurai e, più di recente, personaggi che galleggiano in uno sbando postmoderno suggestivo quanto sterile. In altre parole, vogliamo proporre un vigoroso antidoto all’immaginario che già Italo Calvino, nel 1976, prendeva in giro nell’ottavo incipit di Se una notte dʼinverno un viaggiatore, dove “sul tappeto di foglie illuminato dalla luna” si svolgeva un prototipo di affaire galante giapponese, tanto scabroso quanto rarefatto, in un’elegante residenza circondata da alberi di ginkgo e popolata da esotiche chincagliere che – ci auguriamo! – non troverete nella nostra collana.

Da direttore di collana che scelte fai?
Todorov sosteneva che la letteratura esiste in quanto sforzo di affermare ciò che il linguaggio ordinario non dice e non può dire, e questo è il criterio che ci guida nel cercare autori la cui voce sia ancora chiara dopo un secolo, se non di più. È difficile intraprendere una ricerca di testi validi senza incorrere in accuse di snobismo, ma questa è solo un’altra ricaduta di quel marketing che spaccia per liberalismo la vendita indiscriminata di prodotti abborracciati.
Fatta questa premessa, naturalmente abbiamo dei criteri selettivi autonomi che non nascono da una ripicca verso la grande editoria. Ho piacere di citarne due: l’esitazione del lettore di fronte a un avvenimento straordinario – un sentimento che, tipicamente, è la letteratura fantastica a innescare – e la testimonianza letteraria di eventi eccezionali – siano essi fiction, quindi esperienze del pensiero; reali, ossia esperienze fatte dal vivo corpo degli autori; o un amalgama di questi due orizzonti. La scelta, dunque, non è certo casuale, poiché insinua nel lettore un vivo straniamento, indispensabile a fargli porre due domande molto rare ai giorni nostri: “che cosa ho appena letto?” e, soprattutto, “dov’è finito il Giappone che pensavo di conoscere?”. Crediamo che coltivare questi dubbi sia un importante contributo non solo alla letteratura giapponese, ma anche alla strutturazione di un più ampio atlante letterario in cui il Giappone (altro paradosso!) smetta di essere soltanto un’isola.

Sono già in libreria otto titoli, mi riassumi di che si tratta?
All’attivo abbiamo una piccola, vivace miscellanea. Troverete letteratura fantastica nutrita di folklore (Labirinto d’erba di Izumi Kyōka), testi mitografici intrisi di mistero (Il libro dei morti di Orikuchi Shinobu), toccanti riflessioni sul senso del narrare (La luce, il vento, il sogno di Nakajima Atsushi), testimonianze di lucida, comprensibile follia (L’inferno delle ragazze di Yumeno Kyūsaku), schegge rutilanti di un Giappone ormai scomparso (I miei ricordi del principe Nalin in Un’estate a Zushi, di Tachibana Sotoo), favole struggenti che riguardano chiunque (Favole del Giappone, di Niimi Nankichi), e tanto altro. Insomma, come Bazlen fece già a suo tempo, anche noi, nel nostro piccolo, cerchiamo opere che possano essere considerate il distillato di una conoscenza esperienziale irripetibile, capaci a loro volta di trasformarsi nell’esperienza del lettore, invitandolo tacitamente a una continua metamorfosi.

L’interesse per la cultura e la letteratura giapponese è sempre più in crescita, secondo te cosa incuriosisce i lettori?
Una risposta cinica? Il suo esotismo, che poi è anche la sua debolezza. Ci auguriamo che, negli anni a venire, le letterature dei paesi asiatici come quella giapponese possano essere affrontate anche da un pubblico generalista non più come isole remote di utopico escapismo, ma come un
arcipelago che, a ben guardare, somiglia molto a casa nostra.

Sei docente e traduttore, quali sono le letture fondamentali per entrare pian piano nel mondo letterario giapponese?
Ancora una volta non vorrei peccare di snobismo, ma credo si debba cominciare da ciò che ha preceduto l’ipercontemporaneo. Io, ai tempi in cui ero studente, ero rimasto affascinato da Diario di un vecchio pazzo e La chiave di Tanizaki, ma anche da Il monaco del monte Koya di Izumi Kyōka e da Il padiglione d’oro di Mishima Yukio. Sono gusti del tutto personali, ma credo abbiano contribuito a solleticare la mia personale curiosità verso una letteratura con la quale avevo voglia di “entrare in contatto”.

Cristina Marra

Intervista a Yuri Andrukhovych di Gigi Agnano

Yuri Andruchovych romanziere, poeta, saggista, traduttore, è considerato autore di culto in tutta l’Europa centrale, in particolare in Ucraina dove è nato (nel 1960 a Ivano-Frankivs’k), vive e lavora. Ha partecipato attivamente alle manifestazioni di Piazza Maidan, alla Rivoluzione Arancione e gli sono stati attribuiti numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio per la Pace Erich Maria Remarque (2005), il Premio Hannah Arendt (2014) e il Premio Heine (2022). E’ membro della Deutsche Akademie für  Sprache un Dichtung. L’ultimo romanzo appena pubblicato in Italia da Del Vecchio s’intitola Perversione, che in poche parole definirei così: sorprendente, intelligente, ironico, amaro, raffinato, elegante, colto. Dopo la lettura di Perversione ero così entusiasta che ho scritto a  Viviana, l’amica che me l’ha fatto conoscere, questo messaggio: “Viviana, quest’uomo vince il Nobel per la Letteratura!”. È quel genere di affermazioni che, se non si avverano nessuno se le ricorda, ma che se si avverano guadagno milioni di punti… Quindi grazie a Del Vecchio, a Viviana Calabria e a IoCiSto che mi hanno dato il piacere e l’onore di fare due chiacchiere con un talento purissimo.

Yuri Andrukhovych benvenuto a Napoli alla libreria IoCiSto. Il tuo romanzo Perversione è del ’95. Che effetto ti fa vederlo finalmente tradotto in italiano?

È una gioia immensa anche perché sognavo questo momento da quando ho iniziato a scrivere il romanzo, quasi trent’anni fa. Io, come tutti, sono innamorato dell’Italia, in particolare dal marzo del ’92, quando sono venuto per la prima volta in Occidente e ho visitato Venezia. Ma è stata una visita di una ventina d’ore al massimo, sono arrivato la sera e il giorno dopo verso ora di pranzo sono andato a Ravenna e poi a Firenze.

Mi stai dicendo che hai scritto un romanzo, Perversione, che si svolge interamente a Venezia, in cui la città è descritta nei dettagli, dopo un soggiorno così breve? Io pensavo c’avessi vissuto…

Sì, però quando sono tornato in Ucraina ho fatto ricerche per quasi tre anni, raccoglievo qualsiasi cosa parlasse di Venezia in un’epoca in cui Internet e il computer non erano di nessun aiuto. Ovviamente era una sfida. Volevo essere estremamente preciso perché su Venezia ci sono migliaia di romanzi, con dei topoi universali. E dovevo trovare un compromesso: se volevo portare al limite estremo la fantasia, nel contempo dovevo avere una cura assoluta nella descrizione delle circostanze, del paesaggio, nel citare i nomi dei canali o dei palazzi. Degli errori topografici avrebbero svilito tutto.

Mi viene in mente Il pendolo di Foucault, dove Eco ebbe la cattiva idea di inserire un programma informatico sbagliato, che, come si dice, “non girava”…

Sì, non mi piace, dà un’idea di sciatteria.

Ma allora perché proprio Venezia?

Diciamo che faceva parte del mio programma personale di scrittura, nel senso che da quando ho iniziato a scrivere volevo mandare i miei protagonisti in posti molto attraenti e così Venezia veniva dopo che nel mio secondo romanzo avevo “usato” Mosca (Moscoviade). In effetti è andata così: nel ’92 io ebbi la possibilità di stare tre mesi a Monaco di Baviera e avevo dei nuovi amici che mi proposero di andare con loro in auto in Italia per tre-quattro giorni, dicendomi di approfittarne perché effettivamente non sapevo se sarei potuto tornare in Occidente. Ottenni il visto austriaco e quello italiano (all’epoca non c’era Shengen) e così riuscii a fare la mia breve visita in Italia, il mio “Italienische Reise”. Però, non appena tornai a Monaco, cominciarono a darmi un po’ fastidio tante cose della Germania, l’ordine, la pulizia… Mi ricordo che scrissi una lettera a mia moglie (una lettera normale, non c’erano le mail) dicendole che volevo tornare in Italia tutte le volte che avrei potuto e lei mi rispose – la sua lettera arrivò una decina di giorni dopo – dicendo “scusa, perché non scrivi un romanzo sull’Italia?” Era un’idea brillante perché in questo modo era come se potessi vivere da voi…

E così arriviamo al ’95…

Ho iniziato a scrivere Perversione a dicembre del ’94 e ho scelto le date con molta consapevolezza. Io sono un po’ fissato coi numeri e, più precisamente decisi di iniziare il 13 dicembre, dandomi l’obiettivo di finirlo il 13 marzo ’95, il giorno del mio compleanno. E ce l’ho fatta. Erano tempi piuttosto drammatici per il mio Paese – ma diciamo che lo sono sempre -, ero un autore molto giovane e, dopo i miei primi due romanzi, volevo scrivere qualcosa con più estetica e politica, con un carattere giocoso, fantasioso, ma anche politico.

Ma, a proposito di viaggi… nell’agosto del 1971 con i miei genitori feci un viaggio in Europa dell’Est in treno e andammo in Unione Sovietica e in Ucraina…

Nel 1971? Eri un bambino…

Sì avevo una decina d’anni – sono del ’60 come te, anche se sembro molto più vecchio -. Mio padre era comunista e voleva dare un’occhiata a quello che pensava fosse un paradiso, ma tornò piuttosto avvilito. Ma anche a me sembrò un altro mondo. La domanda ai limiti del poliziesco è: cosa facevi nell’ agosto 71 a Ivano-Frankivsk? Com’ era la vita di un bambino al di là della cortina di ferro?

È una domanda molto interessante perché il mio prossimo libro si svolge esattamente a quell’epoca. Parla di un ragazzo di quell’età, non esattamente ucraino, ma che vive in un ambiente da Paese di socialismo reale, da qualche parte in Europa dell’Est. Ok, nel ’71?

Beh, nell’agosto del ’71… 

Ovviamente ad agosto non c’era la scuola ed ero contento perché odiavo la scuola. Quell’estate passai tutte le vacanze a casa e mi dispiaceva. La mia famiglia con mia nonna viveva in una casa molto modesta e speravamo di avere dallo Stato un nuovo appartamento col bagno, tre stanze anziché due. Aspettavamo tutti di trasferirci in una di quelle palazzine in stile sovietico a tre piani (“Krushchyovka”), che erano tipiche dei primi anni Sessanta, ma che da noi erano nuove. Un’altra cosa di quell’estate è che imparai ad andare in bicicletta e mi regalarono la mia prima bicicletta, una bici per bambini arancione che si chiamava “Piccola Aquila”.

Tu hai partecipato ai 93 giorni di protesta di piazza Maidan, la rivolta (nov 2013 – febbraio 2014) che ha portato alla caduta del leader filorusso Yanukovych. Qual è stato il contributo degli intellettuali al cambio di rotta politico del Paese?

Maidan fu una situazione tragica a lieto fine. Fu un periodo molto positivo perché si affermava una nuova consapevolezza dell’essere cittadino. Maidan ha trasformato l’attivismo delle persone. Dopo Maidan molti poeti, scrittori, filosofi, artisti divennero i veri leader dell’opinione pubblica, formulavano un pensiero inaccettabile per chi era al governo, ma che il governo alla fine dovette accettare. Noi non potevamo più stare con due piedi in una scarpa, essere amichevoli contemporaneamente con la Russia e con l’Europa. Questo gruppo sociale costituito dagli intellettuali, soprattutto da giovani artisti spessissimo donne, divenne molto influente e diede un grosso contributo per avvicinare il Paese all’Europa e all’Occidente. La stessa vittoria di Zelensky del 2019 è il frutto di quanto accaduto a partire dal 2014, la società divenne consapevole di poter cambiare attraverso il voto e la democrazia. Oggettivamente fu un buon periodo, in cui siamo diventati tutti politicamente adulti.

Dalla lettura di Perversione uno dei tratti caratteristici che emerge è l’ironia, il sense of humor, diciamo noi dopo Calvino “la leggerezza”. Oggi, pensando al tuo Paese in guerra, che chiede e ha bisogno di armi, del piombo delle munizioni, dopo Bucha, Mariupol, Bakmuth, Cherson, riesci a scrivere con altrettanta ironia? Quanto incide la guerra sulla tua attività di scrittore, direi sul carattere della tua scrittura?

È una domanda aperta per me, non ho una risposta. Noi siamo nel mezzo di una tragedia, ma io penso che la grande Letteratura sia possibile con un approccio nel contempo umoristico e tragico. In particolare, se parliamo di Letteratura di guerra ci sono esempi come Il buon soldato Sc’vèik di Jaroslav Hašek o molte pagine di Remarque che sono piuttosto divertenti. Io direi che puoi essere serio e allo stesso tempo spiritoso. Il problema sono le proporzioni sulla base anche di quello che provi nel momento in cui scrivi. In ogni caso io penso che in questo momento sia utile per l’Ucraina avere un distacco umoristico, senza il quale non sopravviveremmo. E la gente lo capisce. Noi ora in Ucraina abbiamo tanto humor nero che arriva dai Social, specialmente se si ha notizia della morte di aggressori. È un modo per superare la paura, diventa qualcosa che ti sostiene.

Tornando a Perversione, a me è sembrato un romanzo profondamente europeo. Citi Rilke (Notturno veneziano e San Marco) e mi ha fatto pensare – ma posso senz’altro sbagliarmi – alle avanguardie del Novecento, ovviamente a Thomas Mann, a Brecht e a Kafka e, per finire, ovviamente al Maestro e Margherita, che pure aveva influenze rivenienti dalla letteratura europea. È come se il tuo libro volesse ricordare al lettore occidentale quanto la letteratura ucraina sia parte integrante della cultura europea. È corretto? Sei d’ accordo sul fatto che il tuo romanzo e più in generale la letteratura del tuo Paese siano profondamente legati alla tradizione mitteleuropea? 

Assolutamente sì ed è un legame molto profondo. Anche la letteratura ucraina classica guardava all’Occidente e ai vicini europei anziché agli autori russi proprio per differenziarsene. Gli scrittori ucraini già dal XVIII secolo, benché fossero cittadini dell’impero e ammirassero gli scrittori russi, cercavano una propria autonomia spirituale. La letteratura ucraina moderna comincia a fine Settecento con un lungo poema in sei libri che è una parodia dell’Eneide [Eneida di Ivan Kotlyarevsky N.d.r.] ed è il primo lavoro letterario pubblicato interamente in ucraino, in volgare, in quella lingua di tutti i giorni che l’impero scoraggiava nell’uso letterario. Gli ucraini hanno poi sempre tradotto tanto, soprattutto dal tedesco e dal francese e ovviamente dal polacco, dal ceco.

Anche dal russo?

No, non c’era bisogno perché ognuno era in grado di leggere il russo.

A questo proposito, mi sembra come se in Ucraina ci sia un conflitto più antico del 2014, che è il conflitto tra la lingua russa e quella ucraina. Esagero?

Sì ma non troppo. È un sottile e leggero conflitto. La gente in Ucraina si è abituata da molto tempo a cercare compromessi. Dal ’91 l’ucraino è diventata la lingua ufficiale del Paese, ma allo stesso tempo la maggioranza della popolazione parlava russo. La gente comune in genere parlava e si capiva in entrambi le lingue. Le tensioni però arrivavano quando c’erano le elezioni perché i partiti politici usavano durante le campagne elettorali il problema della lingua per mobilitare l’elettorato. Da febbraio scorso la gente nega di parlare russo, parla ucraino pensando che quella sarà la lingua del Paese del futuro. Io vivo in una città a Occidente che parlava quasi esclusivamente ucraino. Nel 2014 sono arrivati tantissimi profughi dalle zone di guerra che parlavano russo e un altro flusso molto consistente di persone di lingua russa c’è stato a febbraio dello scorso anno. Per cui ora nella mia città per strada senti tante persone che parlano tra di loro in russo; ma la cosa che lascia ben sperare per il futuro è che parlano ai loro bambini in ucraino. Ma io non sono mai stato per una promozione aggressiva della lingua ucraina. Io parlo alle persone sempre nella lingua che preferiscono. La lingua russa per me non è un problema. Io penso che l’Ucraina rimarrà un Paese con due lingue, ma attualmente l’invasione russa ha avuto tra i suoi effetti che l’ucraino sia diventata la prima lingua. Se leggi le statistiche circa l’80% delle persone dice di parlare solo ucraino, ma non è vero, è più un fatto psicologico, una proiezione di come vorrebbero parlare.

Scusa, ma mi sento quasi obbligato a chiedertelo: tu sei un convinto europeista, ma pensi che l’Europa stia facendo abbastanza per darvi una mano?

Se voglio essere moderato, apprezzo molto quello che sta facendo l’Europa, perché è un aiuto che ci consente di resistere, di sopravvivere, di salvare vite. Però io penso anche che non ci siano altre alternative: o gli europei ci danno tutte le armi che hanno e noi combattiamo e vinciamo, o gli europei combattono con noi nel nostro Paese. Il motivo è che questa guerra, al di là delle vite umane, deve finire in fretta perché è molto costosa. E l’unico modo per farla finire in fretta è che ci diate quante più armi è possibile.

Grazie mille Yuri, come fai dire a un tuo personaggio “auguro a te e al tuo Paese solo amore”.

Gigi Agnano