“Addio a Berlino” di Christopher Isherwood (Adelphi, trad. Laura Noulian) e “Cabaret” nella versione di Arturo Brachetti e Luciano Cannito, di Serena Cirillo

Anche la danza può essere un piacevole ed efficace strumento per avvicinarsi alla letteratura. Aver visto di recente il musical “Cabaret”, ha suscitato la mia curiosità spingendomi a leggere il romanzo da cui prende spunto: “Addio a Berlino” di Christopher Isherwood nella traduzione di Laura Noulian pubblicata da Adelphi.

Si tratta di un racconto autobiografico dello scrittore inglese che nel 1930 si stabilisce a Berlino per viverci un paio d’anni. Si trova improvvisamente a frequentare il “sottobosco” della società berlinese con i suoi personaggi da corte dei miracoli. In cerca di ispirazione, tenta di scrivere un romanzo mentre, per sbarcare il lunario, dà lezioni di inglese a personaggi dell’alta borghesia. La sua esperienza berlinese si traduce in una sorta di bipolarismo: una parte della sua vita si svolge nei salotti borghesi dei suoi clienti, un’altra in compagnia di personaggi strani e ambigui, spesso equivoci, che popolano i bassifondi, i locali da lui frequentati e le pensioni dove alloggia, sempre più modeste man mano che si assottigliano le sue risorse. L’ambiente, i personaggi e le situazioni sono descritti con un realismo a tratti angosciante. Le situazioni tragiche vengono trattate con ironia e apparente leggerezza; i temi sociali e politici sono appena accennati, proprio per non far perdere all’opera il suo carattere di romanzo di formazione. Il senso di decadenza e di precarietà si respira ovunque: sia presso la famiglia della classe operaia che gli affitta una camera del proprio appartamento per arrotondare, assillata dai debiti e dalla vita di espedienti ai limiti della legalità che conducono i figli, sia nell’ambiente altolocato in cui transita, in cui sono tutti angosciati dalla pericolosa piega che sta prendendo la scena politica nazionale. Il triste presagio di una guerra imminente si fa sempre più concreto, avvalorato dalle varie manifestazioni di protesta a sfondo politico da parte dei nazisti o dei comunisti, o, peggio ancora dalle rappresaglie antisemite. Così l’autore si aggira tra ladruncoli, faccendieri, prostitute e protettori, truffatori di tutti i livelli e nazionalità, ma anche tra umili e onesti lavoratori, mantenendo sempre lo stesso atteggiamento di osservatore esterno super partes, che si rivelerà completamente alla fine, quando tornerà nel suo paese subito prima dello scoppio della guerra per evitare di esserne coinvolto.

La prosa è scorrevole, fluida, asciutta ma attenta ai dettagli e ad ogni minimo particolare. Lo stile moderno si rispecchia nella forma e nei contenuti, innovativi e a tratti persino scandalosi per l’epoca. Il lessico è infarcito di neologismi e colloquialismi, la storia di Sally, la co-protagonista, è quella di una ragazza di facili costumi e degli uomini lascivi a cui si accompagna nella speranza di fare carriera nel mondo dello spettacolo. L’atteggiamento di sfida apertamente anticonformista è tipico delle donne che all’epoca volevano essere emancipate.

Lo spettacolo “Cabaret” nella nuova versione firmata da Arturo Brachetti e Luciano Cannito, è stato strepitoso. Entrato nella storia del teatro e della filmografia internazionale grazie al musical proposto a Broadway e al film di Bob Fosse del 1972 con Liza Minnelli, vincitore di otto Oscar, viene ripresentato nei teatri italiani con un format del tutto originale. La trama ha subito delle variazioni nell’adattamento teatrale, rendendo la sceneggiatura estremamente efficace. La grande novità della versione attuale è la proposta di Arturo Brachetti protagonista nel ruolo di Emcee, presentatore ambiguo e sfrontato del Kit Kat Club. Brachetti, mito vivente della visual performing art, che spazia dal teatro comico al musical ed è considerato il più grande trasformista contemporaneo, diventa maestro di cerimonie del famoso locale berlinese in un’atmosfera di eccessi, decadenza e contraddizioni, in un momento storico in cui l’euforica disperazione del dopo guerra stava per cedere il passo agli orrori della dittatura nazista. Lo spietato presentatore, che strumentalizza la dilagante libertà sessuale e i giochi di potere, altro non è che una metafora della crescente minaccia del terzo Reich. Ruolo drammaticamente attuale espresso in tutta la sua completezza con Brachetti, che interpreta perfettamente il mood contemporaneo e provocatorio, esplorando temi di politica, amore e libertà personale in un’epoca di grande incertezza. Con lui condivide la scena Diana Del Bufalo nel ruolo che fu di Liza Minnelli: la ragazza di facili costumi, soubrette che nel musical vive con lo scrittore (americano nella trasposizione teatrale) una relazione destinata poi a diventare una grande storia d’amore. La cantante dà un’interpretazione tutta sua al personaggio di Sally, incantando il pubblico con la sua voce straordinaria e la sua imponente presenza scenica. Nel cast ottimi cantanti, attori e ballerini. Ognuno di essi ha dato un tocco particolare al suo personaggio mantenendo un perfetto equilibrio tra comicità e tragedia, tra l’ironia e la drammaticità che rimane sempre sullo sfondo, data la delicatissima tematica che Isherwood ha inteso solo tratteggiare nel suo romanzo.

“E’ uno spettacolo di rottura, che può diventare impegnativo, con riferimenti politici sempre presenti” – afferma il Maestro Cannito – “pertanto ho preferito dare spazio alla leggerezza, senza sottolineare la tragicità del contenuto che è comunque evidente”.

Di grande impatto emotivo il finale, evocativo di un momento storico che ha segnato per sempre le sorti dell’umanità. Una trovata geniale che lascia il pubblico senza fiato.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie

Tutti i Candidati al Premio Strega 2024 (Dozzina, Europeo, Poesia)

Premio Strega 2024

  • Sonia Aggio, «Nella stanza dell’imperatore» (Fazi), proposto da Simona Cives.
  • Adrián N. Bravi, «Adelaida» (Nutrimenti), proposto da Romana Petri.
  • Paolo Di Paolo, «Romanzo senza umani» (Feltrinelli), proposto da Gianni Amelio.
  • Donatella Di Pietrantonio, «L’età fragile» (Einaudi), proposto da Vittorio Lingiardi.
  • Tommaso Giartosio, «Autobiogrammatica» (minimum fax), proposto da Emanuele Trevi.
  • Antonella Lattanzi, «Cose che non si raccontano» (Einaudi), proposto da Valeria Parrella.
  • Valentina Mira, «Dalla stessa parte mi troverai» (SEM), proposto da Franco Di Mare.
  • Melissa Panarello, «Storia dei miei soldi» (Bompiani), proposto da Nadia Terranova.
  • Daniele Rielli, «Il fuoco invisibile. Storia umana di un disastro naturale» (Rizzoli), proposto da Antonio Pascale.
  • Raffaella Romagnolo, «Aggiustare l’universo» (Mondadori), proposto da Lia Levi.
  • Chiara Valerio, «Chi dice e chi tace» (Sellerio), proposto da Matteo Motolese.
  • Dario Voltolini, «Invernale» (La nave di Teseo), proposto da Sandro Veronesi.

Premio Strega Europeo 2024

immagine per Premio Strega Europeo
  • Shida BazyarDi notte tutto è silenzio a Teheran (Fandango Libri), tradotto da Lavinia Azzone, Blogger Prize for Literature.
  • Paul LynchIl canto del profeta (66thand2nd)tradotto da Riccardo Duranti, Booker Prize 2023.
  • Tore Renberg, La mia Ingeborg (Fazi)tradotto da Margherita Podestà Heir, Miglior libro 2023 per i librai norvegesi.
  • Neige SinnoTriste Tigre (Neri Pozza)tradotto da Luciana Cisbani, Prix Femina 2023.
  • Rosario VillajosL’educazione fisica (Guanda)tradotto da Roberta Arrigoni, Premio Biblioteca Breve 2023.

Premio Strega Poesia 2024

immagine per Premio Strega Poesia
  • Alida AiraghiQuanto di storia, Marco Saya.
  • Alessandro AnilTerra dei ritorni, PordenoneLegge-Samuele Editore.
  • Gian Maria AnnoviDiscomparse, Aragno
  • Daniela AttanasioVivi al mondo, Vallecchi Firenze.
  • Alessandro Baldacci, Il dio di Norimberga, Pequod.
  • Antonio BuxMappe senza una terra, RP libri.
  • Roberto Cescon, Natura, Stampa2009.
  • Stefano Dal BiancoParadiso, Garzanti.
  • Giovanna FreneEredità ed Estinzione, Donzelli.
  • Rosaria Lo RussoTande, Vydia Editore.
  • Tommaso OttonieriCinema di sortilegi, La Vita Felice.
  • Enrico TestaL’erba di nessuno, Einaudi.

Intervista a Orso Tosco per “L’ultimo pinguino delle Langhe” (Nero Rizzoli), di Cristina Marra

Orso benvenuto su Il Randagio. La prima domanda ti tocca e ti cade anche a pennello. Sei un randagio della scrittura, spazi dalla sceneggiatura, alla poesia, ai romanzi fino a questo tuo primo giallo per Nero Rizzoli. Essere randagio cosa significa per te?

Cara Cristina per prima cosa lasciati ringraziare per l’attenzione e la cura che hai scelto di dedicare al mio libro, e grazie a Il Randagio per la preziosa ospitalità. Essere randagio per me rappresenta l’unica condizione grazie alla quale io non finisca per sentirmi un ipocrita. Nascere nell’estremo ponente ligure significa innanzitutto confrontarsi da subito con l’idea artificiale di confine, con la pretesa odiosa di tracciare e imporre dei limiti utili soltanto a pochi, pochissimi, e ingiusti e stancanti per il resto della popolazione. Da questi ragionamenti nasce la mia predilezione per tutti quei personaggi che nelle loro esistenze si sono preoccupati di allargare i confini, arrivando a distruggerli se necessario, pur di scrollarsi di dosso il peso asfissiante e paludoso del potere costituito. Questo tipo di approccio, tanto nella vita quanto nella scrittura, o nella lettura, non può che farti diventare un randagio. 

Da “quel ponente ligure aspro e ripido in cui è nato alla morbidezza delle Langhe. Un trasferimento inaspettato che riporta alla mente un celebre detective, eppure il tuo  Gualtiero Bova, detto il Pinguino, è originale, unico. E’ un personaggio-corale ed è soprattutto il frutto di due territori che solo appaiono esteriormente diversi ma che hanno origine comune. E’ questo il Pinguino? E’ l’espressione di un’appartenenza comune?

Hai perfettamente ragione, ho sempre immaginato il Pinguino come il portatore, magari involontario e persino scocciato, di alcune delle caratteristiche che legano questi due territori, da sempre così diversi e così uniti. C’è in lui una propensione al lirismo, un lirismo che spesso lo conduce alla malinconia o al silenzio più ostinato, ma che per via di un pudore atavico, il pinguino non può che tradurre in una strana forma di sarcasmo. Un sarcasmo che lui rivolge per prima cosa verso se stesso, e che dunque non è un modo per sentirsi migliore o superiore, ma al contrario, è una forma molto pudica e maldestra di affetto. Più passa il tempo e più mi convinco che questo tipo di sarcasmo altro non sia che la forma di empatia concessa ai più timidi.

Il Pinguino è dipendente dalle “gocce” che provocano dentro la sua testa un lavoro sulle parole “raggruppandole di quattro in quattro senza un legame logico tra loro, giusto un po’ di rima”. Sono quelle parole che diventano quartetti il “segreto” delle sue indagini?

Volevo fortemente che il Pinguino avesse un legame viscerale con le parole, ma al tempo stesso volevo che fosse un legame sbilenco, poco ortodosso, lontano dal rigore accademico e dall’aridità del linguaggio giuridico. Le gocce, il loro effetto, rappresentano in questo senso un legame bizzarro e viscerale, il genere di medicina che potrebbe essere al tempo stesso la migliore medicina possibile e un semplice regalo del più comunque effetto placebo. Il Pinguino si affida a loro come altri si affidano ai santi.

Dislessico, ascolta musica hub, fuma la pipa, è uno scrittore mancato, non è un lettore veloce ma ammette di leggere i libri per riempirsi “la testa di un impasto di parole, un po’ come si fa col compost, è un modo per mettere tutto assieme e vedere se ne esce del nutrimento”. Nel romanzo ci sono tanti libri citati in modo più o meno evidente, credo siano tuoi omaggi. Perché un uomo come il Pinguino sceglie di fare il poliziotto?

Paradossalmente per ribellione. Mi divertiva l’idea che qualcuno scegliesse la professione più di tutte legata all’ordine per opporsi ad un ordine giunto dai propri familiari. Infatti il padre del Pinguino, mosso da ideali romantici e anarchici, quando lui era giovane gli disse, nella vita fai quello che vuoi, ma non fare lo sbirro. E lui, proprio per poter contare sull’unico divieto, e dunque su di una libertà quasi assoluta di cui non sa che farsene, sceglie proprio quell’unica strada proibita e la fa sua. Scavando più in profondità credo sia un modo, contorto, elaborato e un po’ assurdo, di non lasciarsi privare di suo padre, ormai morto. Un modo per tenerlo vicino, seppur all’interno di un buffo e taciuto senso di colpa.

Gilda gildina, la bassotta è la sua spalla, la sua compagna di vita, ma anche un bassethound e un capriolo insieme a altri animali compaiono nella storia. Che importanza hanno i personaggi animali nella tua scrittura e in questo romanzo?

Sai, quando nella vita ti capita di chiamarti Orso, credo che ci siano solo due strade percorribili: o degli animali ti disinteressi del tutto, oppure non puoi che accettare l’idea che questo sia un viaggio animalesco condiviso con altri animali. Io ho chiaramente scelto la seconda strada, e devo dire che mi sembra la più ricca e la più credibile. Penso che privarsi di un rapporto il più possibile profondo con gli animali ci renda mutilati e semi analfabeti. 

“E’ sempre vicino alla luce più intensa che le ombre scavano il loro regno profondo”, che rapporto ha Il Pinguino con il dolore e con l’amore?

Temo che abbia deciso di ricevere l’amore e il dolore come si trattasse della stessa sostanza. Io penso che nella vita sia meglio accogliere l’amore e il dolore con due bocche diverse e distinte, pur nella consapevolezza che poi lo stomaco dove finiranno è uno soltanto e lo stesso. Perché questa distinzione, seppur arbitraria e illusoria, ci permette di frapporre un qualcosa tra questi due sentimenti così importanti e lancinanti. Il Pinguino invece, per coraggio o amarezza, difficile dirlo, ha imparato a ricevere i pochi baci e i tanti calci con lo stesso paio di labbra. 

Le indagini scoperchiano un mondo di apparenze e opportunismo. Il Pinguino è “abituato a osservare la vita più che a viverla” e nel romanzo eccentrici, sognatori, sprovveduti, esaltati, ricchi e poveracci scorrono come nei gironi danteschi. Il passato oscuro alle spalle è l’elemento che li accomuna?

Credo che ogni passato, anche il più apparentemente privo di nota, sia in verità un’amalgama incredibile di zone d’ombra e squarci di luce, è il vero legame che ci rende simili e incompleti, è il motivo per cui ci rivolgiamo agli altri con la speranza di comprenderci, o quando la stanchezza o il dolore prendono il sopravvento, di dimenticarci di noi stessi.

 Che rapporto hai tu con i libri, quale il libro o i libri che ti hanno incantato e formato e che consigli ai lettori randagi?

Con la lettura ho un rapporto viscerale e disordinato, procedo per periodi, per innamoramenti che poi vengono sostituiti da nuovi innamoramenti ma che non scompaiono mai del tutto. Grazie al Pinguino e alle Langhe ho riletto Beppe Fenoglio, un gigante, un maestro, l’esempio di una forza e di una sensibilità fuori dal comune e totalmente riversate nella propria opera, senza pose, senza troppa attenzione verso se stesso. Sempre per via del Pinguino e quindi come conseguenza della sua natura “provinciale” ho letto il primo romanzo di Piero Chiara, “Il piatto piange”: meraviglioso. Tornando ai nostri anni, mi sentirei di consigliare alle amiche e agli amici che ci leggono l’ultimo romanzo di Pier Franco Brandimarte, “La vampa”: sono in pochi gli scrittori e le scrittrici in grado di compiere una operazione così ambiziosa e stimolante. E poi sicuramente “Arsenale di Roma distrutta” di Aurelio Picca. Più in generale, qualsiasi libro di Aurelio è un regalo che il lettore si offre. 

Cristina Marra

Dune di Frank Herbert – Maestro Missile traduce Ted-Ed (video)

La maggior parte delle persone conoscono Dune per i vari adattamenti cinematografici, a partire da quello (disastroso) di David Lynch del 1984. Eppure Dune è innanzitutto un libro incredibile, più precisamente una saga in sei volumi, una lettura obbligata, sicuramente uno tra i più grandi romanzi di fantascienza mai scritti.

“Una madre e un figlio attraversano un deserto infinito. Indossando tute speciali per dissipare il calore e riciclare l’umidità, i viaggiatori non hanno paura di morire di sete. Le loro paure sono molto più grandi. Ben presto, il rumore del deserto viene coperto da un sibilo: un cumulo di sabbia lungo 400 metri fuoriesce dal suolo del deserto e corre verso di loro”. Questo è il mondo di “Dune”, il romanzo in sei libri scritto da Frank Herbert nel 1965.

Massimo Villani, in arte Maestro Missile, opera da svariati anni nel campo dei Videosaggi sul Cinema e sull’Arte.

Ted Ed è una piattaforma che consente ai docenti di creare lezioni interattive a partire da un video, aggiungendo quiz, domande e argomenti di discussione; fa parte della “famiglia” più ampia di risorse dell’omonima organizzazione no profit, che ha come scopo quello di diffondere idee e cultura in ogni ambito attraverso discussione e conferenze.

Maestro Missile qui traduce la lezione relativa a Dune di Frank Herbert.

Buona visione!

L’incipit de La festa dell’insignificanza di Milan Kundera, traduzione di Massimo Rizzante (Adelphi, 2013)

Oggi 1 aprile sarebbe stato il compleanno di Milan Kundera, nato a Brno nel 1929 e scomparso a Parigi lo scorso 11 luglio. Per l’occasione pubblichiamo l’incipit di “La festa dell’insignificanza”, il decimo romanzo del grande scrittore ceco, il quarto scritto direttamente in francese, pubblicato da Adelphi – per la traduzione di Massimo Rizzante – nel 2013, prima ancora che uscisse in Francia, il 3 aprile del 2014, edito da Gallimard. Nel titolo c’è tutta la spiegazione del libro: l’insignificanza, come dice Ramon, è “l’essenza dell’esistenza”.

Alain medita sull’ombelico

“Era il mese di giugno, il sole del mattino spuntava dalle nuvole e Alain percorreva lentamente una via di Parigi. Osservava le ragazze, che mettevano tutte in mostra l’ombelico tra i pantaloni a vita molto bassa e la maglietta molto corta. Era affascinato; affascinato e persino turbato: come se il loro potere di seduzione non fosse più concentrato nelle cosce, nelle natiche o nel seno, ma in quel buchetto tondo situato al centro del corpo.

La cosa lo fece riflettere: Se un uomo (o un’epoca) vede il centro della seduzione femminile nelle cosce, come descrivere e definire la peculiarità di tale orientamento erotico? Improvvisò una risposta: la lunghezza delle cosce è l’immagine metaforica del cammino, lungo e affascinante (per questo le cosce devono essere lunghe), che conduce alla realizzazione erotica; infatti, si disse Alain, anche in pieno coito la lunghezza delle cosce conferisce alla donna la magia romantica dell’inaccessibilità.

Se un uomo (o un’epoca) vede il centro della seduzione femminile nelle natiche, come descrivere e definire la peculiarità di tale orientamento erotico? Improvvisò una risposta: brutalità; allegria; il cammino più breve verso il traguardo; traguardo tanto più eccitante perché duplice. 

Se un uomo (o un’epoca) vede il centro della seduzione femminile nel seno, come descrivere e definire la peculiarità di tale orientamento erotico? Improvvisò una risposta: santificazione della donna; la Vergine Maria che allatta Gesù; il sesso maschile inginocchiato davanti alla nobile missione del sesso femminile.

Ma come definire l’erotismo di un uomo (o di un’epoca) che vede la seduzione femminile concentrata al centro del corpo, nell’ombelico?”

Milan Kundera: “La festa dell’insignificanza”, traduzione Massimo Rizzante (Adelphi)