La scomparsa di Dan Simmons, di Silvia Lanzi

Dan Simmons, pur essendo un gigante della fantascienza, sicuramente non è noto al grande pubblico – o, perlomeno, non era noto a me, anche se sono una lettrice bulimica. 

Premetto che, fino a qualche tempo fa, fantascienza per me era sinonimo di lettura di evasione, piena di improbabili concetti scientifici e avventure intergalattiche. E questo era quanto. 

Leggendo però Simmons, grazie ai consigli di mia moglie, mi sono accorta di essere davanti ad un’opera che va ben al di là dei cliché del genere letterario. Sì, perché queste storie strane ed inverosimili, con il loro approccio a razze aliene, il conseguente cambiamento di prospettiva, il diverso che ci si para improvvisamente davanti, parlano direttamente a noi, alla nostra parte più speculativa, ponendoci fondamentali quesiti esistenziali – come da sempre fa la filosofia. 

Tutte queste cose, insieme a molte altre, le ho trovate ne “I Canti di Hyperion” di Dan Simmons, una quadrilogia ormai quasi quarantenne, e già sviscerata da critici letterari, intellettuali e studiosi.

E allora perché questo articoletto, che si perderà nel mare magnum degli scritti su questo autore? Perché, purtroppo, Dan Simmons, figlio del Midwest americano, classe 1948, ci ha lasciati il 21 febbraio e la notizia mi ha colpito molto. Le considerazioni che seguono, che si riferiscono alla sola quadrilogia di Hyperion, non sono altro che i pensieri sparsi di una lettrice in lutto per la perdita di un grande autore. 

Ciò che mi ha colpito, oltre alle vicende piene di colpi di scena, è l’erudizione che l’autore inserisce nella trama, quasi un fil rouge che attraversa tutta l’opera. Definirla fantascienza mi sembra quasi riduttivo. Si potrebbe parlare di epopea, di un lungo poema in prosa che utilizza i più diversi registri (mi vengono in mente, in ordine sparso, I Racconti di Canterbury, l’Iliade e l’Odissea, Beowulf, Faust e Swift per citarne solo alcuni).

Come Ulisse, i protagonisti incontrano diversi popoli, sono esposti ai pericoli di un viaggio che li porta alla periferia dell’universo; come Beowulf, devono combattere un pericoloso ed ambiguo avversario, lo Shrike; come in Faust è presente un patto diabolico e, come in Swift è presente il dilemma dell’immortalità. 

I Canti sono tutto questo e ancora di più: sono un trattato etnologico, un’occhiata nel futuro (Hyperion è del 1989 e si parla già di AI), un compendio di storia dell’arte e della letteratura, quasi un opera antica, dove ogni storia era una specie di summa dello scibile umano. 

Da cui si stagliano, difficilmente dimenticabili, gli incredibili protagonisti e le loro incredibili avventure. Che iniziano quando un gruppo di personaggi variamente assortiti inizia un viaggio, ognuno con il suo carico di dolore e di speranza e richiama, a ben guardare, la questione del Graal: ognuno cerca il suo personale Re pescatore che possa dare loro sollievo ed esaudire il desiderio che portano nel cuore. Ma questa ricerca, piena di ostacoli enormi e spaventose incognite, ha come scopo anche la salvezza del genere umano, minacciato dal TecnoNucleo e dalla Rete, invenzioni umane che sono diventate entità indipendenti e vedono i loro creatori come un inciampo alla loro piena realizzazione.

Ed ecco che si apre la parte più propriamente filosofica della quadrilogia: cos’è la vita? Ci si può innamorare di una IA ospitata in un corpo di carne e sangue? Che senso ha il tempo quando i viaggi interstellari sono una realtà ed esistono portali che ci proiettano in altri luoghi, nel passato e nel futuro, con la stessa facilità con cui si entra in una stanza? È lecita una guerra che sacrifica milioni di essere umani per salvarne miliardi? Quale può essere lo scopo ultimo dell’esistenza? L’immortalità? E che tipo di immortalità? Forse di silicio? 

Dan Simmons esplora tutti questi quesiti, partendo da solide basi logico-filosofiche – fa riferimento, tra gli altri a Schrodinger e a Teilhard de Chardin e sviluppando teorie che da loro prendono spunto.

In un’epoca come la nostra, dove la laicità e il pensiero libero sono un valore, Simmons ci mette in guardia contro la totale pervasività della religione, dipingendo una Chiesa avida e corrotta che ricorda molto da vicino quella dell’Inquisizione, dove ogni idea minimamente eccentrica rispetto a quelle dominanti ha come conseguenza la morte sociale – e non solo quella.

Ma tra le cupe atmosfere dei Canti, ci sono però pagine di tensione e di bellezza, come quando si parla del senso della vita o durante le iperboliche descrizioni del TecnoNucleo, visionarie e spiazzanti. O come quando Simmons ci porta per mano nella Roma di Keats, nelle stanze vaticane e ad abitare in una delle creazioni di Frank Lloyd Wright…

Queste sono solo alcune delle tante considerazioni che mi vengono in mente pensando ai Canti di Simmons. Spero siano sufficienti a invogliare qualcuno a leggere le opere di questo gigante che purtroppo ci ha lasciato.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).