Storie dalla storia persiana, di Francesca Chiesa

C’è un’antico racconto che bisognerebbe leggere, per capire cos’è veramente il Paese che Israele e Stati Uniti si sono proposti di annientare. È il Romanzo di Alessandro nella sua versione persiana, ovvero Eskandar-Nāmeh[1]      

Mi spiego. Quando le autorità iraniane proclamano che l’Iran non è mai stato sconfitto, non la stanno sparando troppo grossa, si stanno semplicemente  rifacendo a un fenomeno che si è manifestato nel corso dei secoli e dei millenni, con poche varianti e basato sul riconoscimento di un assunto: se il tuo nemico adotta le tue usanze e la tua cultura, sostituisce la sua lingua con la tua e rispetta le tue tradizioni, non è più un tuo nemico. È già diventato parte di te.

Partiamo da Alessandro. Nel suo caso non è stato necessario operare alcuna forzatura, il conquistatore macedone ha fatto tutto da solo: dopo essere arrivato trionfalmente a Persepolis, vincendo tutto quello che c’era da vincere, sobrio o ebbro che fosse si è lasciato andare al gesto estremo di incendiare la reggia simbolo della persianità, con tutti i suoi arredi e tutti i suoi archivi. 

Operazione compiuta? No, perché siamo in Persia e le albe persiane cancellano anche le notti affogate nel vino e  le donne persiane oscurano anche il ricordo di Taïde e le altre.

Alessandro batte le mani e chiede di portargli una veste persiana. 

Ordina ai suoi di presentarsi, di lì a due giorni, vestiti bene. 

Raduna i dignitari persiani che si erano consegnati a lui dopo la sconfitta e chiede che ognuno porti, tra due giorni, una figlia. Non precisa che deve essere bella, perché le donne persiane sono tutte belle. 

Per sé vuole la figlia del Gran Re, Roshanakh, la Rossa.

Per sé pretende quanto è dovuto a un Gran Re, la proskynesis prima di tutto: l’inchino rituale.

L’Impero ha il suo nuovo Sovrano. Attenzione, non conquistatore e nemmeno usurpatore, giacché i mobad, gran sacerdoti zoroastriani, già sono al lavoro per codificare la leggenda dell’Alessandro persiano. Non sarà il figlio di Filippo, insignificante regolo di un regnucolo di provincia, a regnare sui Pars, ma il figlio di Dārā (Dario III Codomano nella storia), che è figlio di Darab, che è figlio di Humay.

Il percorso storico dell’Eskandar-Nāmeh prende quasi sicuramente le mosse da un resoconto della vita e delle gesta di Alessandro Magno scritto in greco. Il racconto probabilmente prese forma ad Alessandria tra il III secolo a.C. e il III secolo d.C. Il testo greco del racconto fu tradotto in latino nel IV secolo d.C., e da lì si diffuse in tutte le principali lingue vernacolari d’Europa. 

Più o meno nello stesso periodo è stato tradotto in siriaco e presumibilmente in Pahlavi[2], e questa versione siriaca è diventata la fonte delle traduzioni nelle lingue del Medio Oriente e dell’Asia centrale e meridionale. Si è diffuso fino alla Cina e al sud-est asiatico, diventando uno dei racconti più conosciuti.

Non è chiaro come il racconto raggiunse la Persia sasanide ed entrò nelle tradizioni orali e letterarie persiane. Era già diventato tutta un’altra cosa.

Nel racconto dello Pseudo-Callisthenes e nella versione siriaca, Alessandro è il figlio del faraone egiziano Nectanebos e della moglie di Filippo di Macedonia, Olimpia. 

Nelle versioni persiane, inclusa quella di Ferdowsī, Alessandro è figlio di Dārāb (figlio del nobile Arsame, che era figlio di Ostane che era, forse, figlio di Dario II).

Diverse versioni del racconto sono state tramandate da poeti persiani e narratori popolari.

La versione di Firdūsī ci fa da pietra miliare.

Dārāb, figlio di Homāy, sconfigge Fīlakūs (Filippo) di Macedonia e chiede in matrimonio sua figlia Nāhīd. Subito dopo il loro matrimonio Dārāb rimanda Nāhīd da suo padre a causa del suo alito cattivo. Lei è incinta e dà alla luce Alexander. Da un’altra donna Dārāb ha un secondo figlio chiamato Dārā , che succede a suo padre all’età di dodici anni. Alessandro, ora re di Rūm, sceglie Arsṭālīs (Aristotele) come suo consigliere e cessa di rendere omaggio a Dārā. La guerra viene dichiarata e dopo tre sconfitte Dārā fugge a Kerman e fa appello a Porus (Fūr), re dell’India, per l’aiuto. È presto accoltellato da due dei suoi consiglieri, Māhīār e Jānūšīār. Mentre Dārā muore, chiede ad Alessandro di sposare sua figlia, Rowšanak (Roxana), e di preservare l’Avesta e la religione. Alessandro giustizia gli assassini e assume il dominio della Persia.

Le principali versioni persiane in poesia del racconto si possono leggere in traduzione italiana:

  • Nezami Ganjavi, nato a Ganja in Azerbaijan. Il suo Eskandar-Nameh/Alessandreida, si divide in due libri di cui uno, Sharaf Nameh, descrive Alessandro come un eroico re guerriero, e il secondo, Eqbal Nameh, come un saggio. Quest’ultimo, tradotto in italiano da Carlo Saccone, è pubblicato da Rizzoli-BUR;
  • Amīr Ḵosrow Dehlavī: nato in India, la sua opera su Alessandro si intitola Aina-ye Iskandari (Lo Specchio Alessandrino) e racconta Alessandro/Iskandar come scopritore e inventore. Tradotto in italiano da A.M.Piemontese per Rubbettino;
  • Abd al-Raḥmān Jāmī ha dedicato ad Alessandro il suo Khirad-Nama-ye Iskandari, Libro della Sapienza di Alessandro, di cui sono stati tradotti solo alcuni stralci.

Tra le versioni in prosa, la più affascinante è sicuramente il Dārāb Nāmeh/Romanzo di Dario, di cui esiste una versione integrale solo in russo e parziale in francese e italiano.[3]

Ora che di Alessandro abbiamo detto, torniamo a quell’Iran che è stato spesso sconfitto militarmente, ma ha quasi sempre conquistato i suoi conquistatori attraverso la superiorità della sua amministrazione, lingua e arte:

  • i Parti (III secolo a.C.): pur essendo una tribù nomade scitica proveniente dal nord-est, una volta preso il potere si proclamarono eredi degli Achemenidi, adottarono il titolo di “Re dei Re” e protessero la cultura e la religione zoroastriana.
  • i Selgiuchidi (XI secolo): guerrieri turchi nomadi entrarono in Iran come conquistatori ma divennero i più grandi patroni della cultura persiana. Adottarono il persiano come lingua ufficiale, promossero l’architettura delle grandi moschee a cupola e si affidarono a visir persiani per gestire lo Stato.
  • I Timuridi (XIV-XV secolo): i successori del crudele Tamerlano trasformarono le loro corti nei centri più raffinati della poesia e miniatura persiana, rendendo il persiano la lingua franca di un impero che arrivava fino all’India.

In altre parole:  l’efficacia e il fascino della  struttura amministrativa e il prestigio culturale e letterario dell’Iran erano talmente incisivi, che ogni invasore dovette rassegnarsi a diventare persiano, per potere governare la Persia, o Iran che dir si voglia. 


[1] Da non confondere con l’omonimo di tradizione greca, pubblicato da  a cura di Monica Centanni.

[2] Medio-Persiano

[3] Non è elegante autocitarsi ma facciamo di necessità virtù, dato che non c’è altro: Storia di donne persiane, ed. La CaseBooks.

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.