William Blake: guardiano delle porte della percezione di Lucia Matano

Prima di ogni altra cosa, per comprendere bene la complessa figura di William Blake del suo “Creato” linguistico, simbolico, filosofico e artistico tutto personale, bisogna delineare il contesto storico e culturale in cui visse.

Nato nel 1757 a Londra, da famiglia borghese, si trovò a vivere in un periodo di profonde rivoluzioni di tale forza rinnovatrice da cambiare gli assetti politici e sociali di un mondo che da allora in poi non sarebbe più stato lo stesso. Nel 1760 scoppiò la Prima Rivoluzione Industriale Inglese che determinò uno stravolgimento della concezione di un sistema che nasce come agricolo e commerciale per diventare industriale e imprenditoriale con l’unico scopo del profitto. Nel 1775 ha luogo la cosiddetta Rivoluzione Americana che portò le tredici colonie nordamericane all’indipendenza dalla Gran Bretagna e al riconoscimento degli Stati Uniti d’America. Altro grande evento fu la Rivoluzione Francese, esplosa in tutta la sua violenza nel luglio del 1789, che riuscì a cambiare non solo la storia politica e sociale francese, ma quella di tutta l’Europa. I nuovi assetti politici, economici e sociali dovuti ai suddetti avvenimenti posero la società inglese (nonché tutta la società europea) di fronte a nuove concezioni del vivere e del pensare. Termini moderni rispecchiano l’epoca ormai rinnovata: il Capitalismo che faceva guardare con occhi diversi il mondo dell’industria con i suoi oneri produttivi, insieme a politiche più democratiche e meno rigide, rinnovarono anche la posizione dell’Uomo; affrancato da vincoli quali la famiglia, la Chiesa, la morale o altre forme di collettività, adesso è completamente responsabile davanti a una vasta gamma di scelte che si allontanano dalla “tradizione”. Nasce l’Individualismo come atteggiamento comune a un’intera società, a differenza dei secoli precedenti in cui era peculiarità di qualche mente isolata e, spesso, sinonimo di egocentrismo.

È qui che si innesta la figura di William Blake: poeta, pittore, incisore e visionario. Innanzitutto è un visionario perché già all’età di otto anni ebbe la prima visione angelica che, riferita ai genitori, gli costò più di una sberla. Questo episodio gli lasciò l’amaro in bocca per molti anni, ma non riuscì ad arginare il fenomeno che lo accompagnò per il resto della sua vita. Oltre agli altri personaggi che si presentarono davanti ai suoi occhi, egli affermò di vedere periodicamente suo fratello minore, morto in giovane età. Altro motivo per cui possiamo affermare che è un visionario è la sua capacità di capire gli eventi storici e di intuirne, più che l’epilogo, le conseguenze. Il concetto di Visione, inteso come dono divino, è uno dei punti fermi dell’opera blackiana, è la stella polare a cui fa riferimento la sua stessa arte. È un dono a cui tutti gli uomini possono accedere appellandosi alla facoltà visiva a cui si può giungere solo se si vuole guardare con gli occhi della mente. La Visione blackiana non ha niente di sovrannaturale, fa parte delle potenzialità immaginative a disposizione di tutti gli uomini che, se correttamente coltivate, portano a una naturale resa artistica. Ciò che poi, da Visionario, lo innalza a Profeta è che tali intuizioni non restano fini a se stesse, esse si trasformano in moniti, in lezioni del vivere bene e in pace con la propria interiorità e con i propri simili nel mondo.

Blake analizza la storia, la società, la religione, il mondo ecclesiastico: insomma il reale, filtrandolo  attraverso la sua infinita capacità immaginativa che riesce a dare un volto, un carattere costruttivo o distruttivo ad ogni istanza che prende vita nei suoi scritti e, spesso, anche nelle sue incisioni. Imprescindibile è la sua critica al mondo Illuminista che si sviluppava e si diffonde proprio negli anni della sua giovinezza, grazie a figure come Locke, Bacone e Newton che Blake vide come acerrimi nemici dell’umanità e che contestò aspramente. Fu un antieroe del suo tempo e non potava essere altrimenti, ma col passare degli anni la sua voce non restò isolata, anzi, fu la base per un movimento che rivalutò tutto il pensiero Illuminista, prendendo in considerazione tutte le varianti che l’Illuminismo aveva escluso, per dare loro nuova linfa vitale: il Romanticismo. Blake non si preoccupa di conoscere le origini dell’universo, l’essenza di Dio o la natura dell’uomo; la sua volontà, divinamente ispirata, è quella di «salvare l’io intrappolato nei meandri del labirinto fenomenico».

Pensando a quanto sia stato amato, soprattutto dopo la sua morte, mi viene in mente Nietzsche quando afferma: “Sono nato postumo” e, se è vero che una cosa del genere accade solo ai grandi artisti e ai profeti, nessuno più di Blake poteva esserlo. Di certo l’hanno fatta da padrone tutta la carica iconica e simbolica che solo lui ha saputo partorire e la bellezza della sua arte che è rimasta immutata fino ai giorni nostri. Mi chiedo se, invece, non abbia giocato un ruolo importante anche il fatto che egli abbia avuto la capacità di condurre, chi realmente deciso a seguirlo, in “luoghi della mente” fatti di libertà, di verità e di purezza. “Luoghi” abbastanza inconsueti per il nostro quotidiano e che possono diventare rifugio necessario per chi non si accontenta di un reale effimero e materialista.

Effettivamente, alla luce di quello che siamo stati e di quello che siamo diventati, si dovrebbero rivalutare i moniti di menti geniali e lungimiranti che, con secoli di anticipo, ci hanno messi in guardia dai mostri che noi stessi avremmo generato. Mostri che avrebbero avuto le nostre sembianze, i nostri volti e che ci si sarebbero ritorti contro ad una tale velocità da non poterne essere mai veramente consapevoli. I lumi del 1700 avevano ragione di nascere come conseguenza a secoli di oscurantismo, repressione, paura, superstizioni che hanno mietuto vittime come vere e proprie guerre dichiarate. L’ottimismo illuminista ha peccato di presunzione o di ingenuità, oppure è stato semplicemente tradito. C’era fiducia nell’uomo e nelle sue potenzialità che meritavano di avere di nuovo la considerazione che gli era stata negata per troppo tempo, nella sua opera intelligente come fondamento per la sua crescita. Non è stata fatta, però, valutazione dei rischi a cui si andava incontro ponendo nelle mani della più pericolosa bestia vivente le sorti della sua specie e del suo habitat. L’Illuminismo pensava di restituire all’uomo la sua ragione, la sua intelligenza, il suo destino, tutta la sua potenza creatrice, ma gli ha affidato le armi sbagliate. Il progresso, il denaro, il potere e una condizione in cui egli può essere l’artefice della vita e della morte, del bene e del male, unico sole del suo stesso universo, hanno invece reso la bestia insaziabile, sempre più feroce ed avida di quei mezzi senza cui non può più fare a meno e che hanno alimentato solo la sua potenza distruttrice. La centralizzazione della sua posizione è stata fraintesa, se non abusata.

William Blake aveva intuito tutto questo, aveva capito che l’uomo andava “educato”, indirizzato verso una concezione della realtà che gli avrebbe concesso di vivere libero dalle catene di istanze che lo avrebbero imbarbarito e paralizzato. Forse è questo il motivo per cui Blake è ancora così attuale e così amato. Se potesse vederci oggi, credo che l’unica cosa che potrebbe dirci è: “Io ve l’avevo detto!”.

Lucia Matano

Le cattive di Camila Sosa Villada: un atto lirico di resistenza di Gigi Agnano

“Conflittuale, radicale, pieno di speranza, Le cattive fa una delle cose più importanti che un libro (o una vita) possa fare. Guarda tutte le macerie e la sporcizia e si chiede: “Possiamo ricavare qualcosa di bello da questo?”

Keiran Goddard

Non vorrei sbagliarmi, ma credo che Monica Acito sia stato lo “sponsor” più appassionato in Italia de Le cattive dell’attrice e scrittrice argentina Camila Sosa Villada, edito qui da noi da Sur circa due anni fa (il libro è del 2019 col titolo originale Las Malas). Così, anche per la stima immensa che provo per l’autrice di Uvaspina, sono andato in libreria per prenderne una copia. Ed è successo che mi sia innamorato anch’io di questa confraternita di trans che fa la ronda al Parco Sarmiento di Córdoba, la seconda città più grande dell’Argentina.

 “Il Parco Sarmiento si trova nel cuore della città. Un grande polmone verde, con uno zoo e un parco divertimenti. Di notte si fa selvaggio. […]. Ogni notte le trans riemergono da quell’inferno di cui nessuno scrive, per restituire la primavera al mondo. Insieme al gruppo di trans c’è una donna incinta, l’unica nata femmina fra tutte loro. Le altre, le trans, hanno trasformato sé stesse per diventarlo. Nel clan delle trans del Parco, quella diversa è lei, la donna incinta che ripete sempre lo stesso scherzo: toccare di sorpresa le trans in mezzo alle gambe. L’ha appena rifatto e tutte ridono a crepapelle.”

Il romanzo, che è nel contempo una favola e una testimonianza del dolore dei transessuali, si apre con una protagonista senza nome (che presto capiremo essere  Camila) che spia delle prostitute trans col desiderio di essere ammessa nella loro comunità. Dice che si muovono come un branco ed è proprio in quel branco che alla fine viene accolta con gentilezza da zia Encarna, la matriarca, vecchia di centosettantotto primavere, anni in cui ha in qualche modo imparato e insegnato a sopravvivere, madre putativa di tutti i travestiti del Parco, loro riparo e consolazione.

“Di botte La Zia Encarna ne ha prese tante, stivali di poliziotti e clienti hanno giocato a calcio con la sua testa e anche con i suoi reni. Al punto che le capita di pisciare sangue. Per questo nessuno si preoccupa quando se ne va, quando le lascia, quando risponde alla sirena del proprio destino. Si allontana un po’ confusa, martoriata dalle scarpe alte di plastica dura che ai suoi centosettantotto anni si fanno sentire come un letto di chiodi. Cammina con difficoltà sulla terra secca e le erbacce incolte, attraversa avenida Dante come un sibilo verso la zona del Parco dove ci sono rovi e scarpate e una grotta in cui i finocchi vanno a darsi baci e consolazione, e che hanno ribattezzato La Grotta dell’Orso. Qualche metro più in là c’è l’Hospital Rawson, l’ospedale che si occupa delle infezioni: la nostra seconda casa.”

Ora accade che, nella notte stessa in cui Camila entra nel gruppo, si avverta nel parco un suono insolito che assomiglia assai al gemito di un bimbo. Le trans si avvicinano con curiosità, sembrano “un’invasione di zombi” e scoprono un neonato ancora sporco di sangue abbandonato in un fosso. Zia Encarna lo salva e lo porta a casa (“In quella casa trans, la dolcezza può ancora impaurire la morte. In quella casa, perfino la morte può essere bella”). Nella “pensione più frocia del mondo, il posto che tante trans ha accolto, nascosto, protetto, ospitato nei momenti di disperazione”, il bimbo viene battezzato – lo chiamano “Lo Splendore degli Occhi” – e allevato con l’aiuto e l’amore della famiglia di travestiti. 

“Lo Splendore degli Occhi, battezzato in primavera, fu il preferito delle trans, il bambino che ricevette più doni dalle regine maghe, per le quali anche la cosa più semplice ed economica aveva un’aura sacra. Il bambino trovato in un fosso, figlio di tutte noi, le figlie di nessuno, le orfane come lui, le apprendiste del nulla, le sacerdotesse del piacere, le dimenticate, le complici. Battezzato da una puttana paraguayana vestita come una predatrice dalla testa ai piedi, che gli soffiò benedizioni in faccia, che raccolse con le sue unghie finte le lacrime versate da alcune di noi e con quelle lacrime benedisse la fronte del bambino.”

Il bambino cresce in fretta, ma col passare del tempo diventa sempre più difficile per Zia Encarna tenerlo lontano dallo sguardo della gente, che non permette a un travestito di prendersi cura di un bambino. Come previsto, il quartiere va in grande agitazione quando ha la conferma che la vecchia matrona sta crescendo un figlio e inizia a molestarla con graffiti sui muri di casa, pietre lanciate contro le finestre e minacciose lettere anonime.

“La polizia farà ruggire le sirene, sfodererà le armi contro le trans, strilleranno i telegiornali, prenderanno fuoco le redazioni, protesterà l’opinione pubblica, sempre propensa al linciaggio. L’infanzia non è compatibile con le donne trans. Per quella gentaglia, l’immagine di una trans con un bambino fra le braccia è un peccato capitale.”

Per poter portare Lo Splendore degli Occhi a scuola, Zia  Encarna si fa crescere i baffi e si veste da uomo, rinuncia così ad un’identità faticosamente conquistata, ma, nonostante ciò, gli attacchi e le umiliazioni continuano a diventare sempre più ricorrenti ed estremi anche contro il bambino. Risulta facile a questo punto intuire il tragico epilogo del romanzo che lascio scoprire al lettore. 

Camila Sosa  Villada, nata nel 1952, transgender, ex prostituta e ambulante, ha lavorato in radio, ha fatto teatro e ha cantato in alcuni bar prima di diventare scrittrice e attrice cinematografica e televisiva affermata. Si definisce una “miracolata” visto che in America Latina l’aspettativa di vita delle persone trans va dai trentacinque ai quarantuno anni (Non ho trovato il dato in Italia, ma da uno studio olandese condotto ad Amsterdam tra il 1972 e il 2018, emergeva un rischio molto più alto di mortalità prematura per le persone transgender “determinato in primo luogo dalla mancata accettazione sociale”. Sarebbe interessante conoscere il parere su questi temi dei neoeletti premier argentino e olandese – Javier Milei e Geert Wilders -, ma anche del Papa argentino o del nostro Presidente del Consiglio. Che ne sarà in Argentina della legislazione progressista, pionieristica per gli anni Duemila sui diritti dei trans, sui matrimoni tra persone dello stesso sesso, sulle unioni civili, sulle quote di lavoro per le persone transgender dopo l’elezione dell’”anarco-capitalista” Milei?). Camila Sosa Villada definisce “genocidio” il massacro dei trans perpetrato nelle società tradizionaliste latinoamericane per colpa di comportamenti intolleranti che hanno un elevato costo in termini di salute e integrità personale.

E sono proprio le discriminazioni e l’estrema violenza di cui sono vittime i travestiti quello che si racconta nel suo toccante romanzo d’esordio. I corpi, veri protagonisti della storia, sono mostruosi (ma il vero mostro è la società che quei corpi li mortifica, li brucia, li fa scomparire), considerati subalterni e, in quanto tali, suscettibili di qualsiasi violazione, sfregio, taglio, frattura, livido.

Eppure la presenza di quei corpi martoriati, di quelle esistenze marginali nel mondo dei “normali” non solo mette in discussione i fondamenti del sistema machista etero-patriarcale, ma riconfigura anche alcune delle istituzioni sacre di detto sistema, come la maternità o la famiglia (che nel racconto sono la tenera maternità di Zia Encarna, più madre della madre biologica che ha abbandonato il bambino, o la “vera” famiglia dei trans di parco Sarmiento che crescerà con amore il bambino: “il titolo di famiglia non bastava per loro. A unirli era un amore molto più grande, era tutta la comprensione di cui un essere umano è capace”).

Un romanzo in gran parte autobiografico: Camila di giorno studentessa universitaria e di notte prostituta, il ricordo dei primi travestimenti, gli eventi dell’adolescenza segnati dall’ incomprensione, la delusione della madre e le cinghiate del padre alcolizzato, la cosmesi, i primi trucchi, il rossetto rubato e nascosto, la prostituzione a partire dai 18 anni e i furti ai clienti per sbarcare il lunario, il distacco dalla famiglia e dalle convenzioni sociali, il contatto con gli altri trans e la scoperta di una comunità migliore, più solidale, ecc… La novità di questo libro è che le tematiche relative ad identità sessuali minoritarie e le relative manifestazioni di denuncia e di dissidenza non sono più narrate in maniera generalmente stereotipata da una prospettiva ovvero da un osservatore “esterni” (cosa piuttosto diffusa nella narrativa mondiale), ma documentate “dall’interno” perché Le cattive è un romanzo scritto da un travestito, da uno che racconta nei dettagli un mondo in gran parte sconosciuto e spesso distorto.

Le cattive – come va di moda dire – è “autofiction” (quale romanzo non lo è?) con sprazzi di realismo magico, di una magia seducente e delicata, di una tenerezza autentica che pervade anche le pagine più dure. Aldilà dei canoni letterari, Villada disegna personaggi fantastici come l’Uomo senza testa, il rifugiato somalo decapitato invaghito di Zia Encarna; o Maria la Muta, che si trasforma progressivamente in uccello, con le piume che le crescono lentamente sulla colonna vertebrale, sulle braccia, che finirà rinchiusa in gabbia (“la nostra sorella più libera, che poteva volare dove voleva”); o la Machi, l’indomita paraguayana che aveva strappato con un morso il pene ad un poliziottto, oracolo, strega e fata delle puttane,  che di notte diventa lupo. Questi personaggi servono alla Villada per dare al romanzo un tono mitico e fiabesco, per attenuare la crudeltà del reale e sorridere del dolore. Alle aggressioni di una società transfobica, Camila oppone la luce della poesia, il desiderio, la gioia di vivere, la solidarietà delle ragazze di Parco Sarmiento, per cui “il dolore di una è il dolore di tutte”. “Hai diritto di essere felice” è la lezione di Zia Encarna che Camila sente il dovere di raccontare come fosse un atto di resistenza. Un atto lirico di resistenza. E nel più generale pessimismo della trama, su uno sfondo terribile e crudele, alcune di queste donne in rarissimi casi (Camila ne è un esempio) riescono a crearsi spazi di vita e di futuro sostenibili. 

Brillante e acuto, lucido e delirante, umano e profondo, Le cattive è stato un successo editoriale con migliaia di copie vendute, traduzioni e premi anche internazionali. Non è solo un perfetto esempio di letteratura che dà visibilità e voce a coloro che non ne hanno, ma la sua qualità in termini letterari, nel mix ben equilibrato di reale ed immaginario, di epico ed elegiaco, è tale da trascendere il suo tema principale. Il fatto che si tocchino argomenti al tempo stesso così intimi e autobiografici ma anche “politici” non delegittima infatti il suo sguardo letterario. Alla fine di questo magnifico romanzo Camila Sosa Villada, grazie a una prosa delicata, forte e poetica, lascia al lettore l’emozione e l’inquietudine dei grandi romanzi latinoamericani. 

Gigi Agnano

Perché leggere André Gide di Angela Valente

Gide scrisse una volta che le più opposte tendenze non erano mai riuscite a far di lui un essere tormentato, ma un essere perplesso: poiché il tormento accompagna uno stato da cui si desidera uscire, mentre egli diceva di non desiderare di sfuggire a ciò che metteva in vigore tutte le possibilità del suo essere. Quel che per gli altri nuoceva alla creazione era per lui un invito.1

È un peccato che André Gide sia spesso ricordato come “quello che non ha voluto pubblicare Proust” nonostante abbia riconosciuto il suo errore. È un anche peccato che faccia parte di quegli autori che “prima o poi leggerò”, procrastinazione legittima e comprensibile perché André Gide non è un autore dallo stile leggero e dalle trame
avvincenti.
Allora viene naturale chiedersi quale può essere il valore di questo uomo di cultura che nel 1947 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura con la seguente motivazione: «Per la sua opera artisticamente significativa, nella quale i problemi e le condizioni umane sono stati presentati con un coraggioso amore per la verità e con una appassionata
penetrazione psicologica.»
Gide infatti, per amore della verità, non ha paura degli abissi, delle zone d’ombra e delle contraddizioni umane. Debitore nei confronti di Dostoevskij come ha più volte ammesso, scava e mostra al lettore quello che trova senza mai pronunciarsi e senza mai giudicare. Un suo passo indietro equivale a un passo in avanti del lettore, che può sentirsi messo a nudo o cominciare a interrogarsi.
Ne L’immoralista sarebbe facile condannare il comportamento di Michel e la passione omosessuale per dei ragazzini. Ne La porta stretta l’amore costantemente rimandato e l’angelismo dei cugini Alissa e Jérôme. Ne I sotterranei del Vaticano tutti gli imbrogli e le macchinazioni di Protos. E ne I falsari la combriccola segreta di Georges, il conte di Passavant e la storia accennata tra Édouard, Olivier e Bernard.
Le occasioni sono tante, ma l’afasia del narratore regna sovrana.
Afasia che significa lasciare la questione aperta e senza risposta. Tra la liberazione sensuale e sessuale di Michel e l’astensione di Alissa e Jérôme cosa scegliere? Il primo ritrova sé stesso ma perde la moglie Marceline; i secondi si perdono per paura di trovarsi. E tra il movimento costante che provoca vertigini e la staticità? Sarebbe meglio il
movimento apparente de I sotterranei del Vaticano in cui tutti i personaggi si spostano nello spazio ma poi tutto ritorna al punto di partenza? O ancora, cosa è meglio tra l’impegno politico forsennato e la visione apartitica messi a confronto ne I falsari?
Anche qui nessuna strada indicata dal narratore.
Il segreto di uno spirito di osservazione così penetrante è che, come scrive Giovanni Macchia nelle parole poste in apertura, lo stesso Gide si riconosce come essere scisso e perennemente in questione. È lo stesso Gide a vivere su di sé la contraddizione tra una castigata educazione protestante e l’omosessualità scoperta a fatica nel tempo (tematica a cui consacra Corydon); tra la voglia di muoversi, scoprire e viaggiare e la voglia di mettere radici; tra la volontà di dare finalmente alla luce un romanzo d’avventura pieno di futilità, come pensava con il suo amico Jacques Rivière, e lo stile classico della scrittura.
Tutto ciò rende André Gide un essere inquieto che riesce a parlare alle inquietudini dell’uomo. Non è un caso se la citazione di Macchia è presa da Gide e l’inquietudine della ragione.
Allora una delle possibili risposte alla domanda “perché leggere André Gide” potrebbe essere la capacità di interrogare quel senso di insoddisfazione che prima o poi coglie chiunque nella vita, di mettere in luce le nostre contraddizioni e a farne “delle possibilità dell’essere” a patto che vengano riconosciute, affrontate con sincerità e con la consapevolezza che assecondare sempre e solo una delle alternative potrebbe essere pericoloso.

Angela Valente

  1. G. Macchia, Gide e l’inquietudine della ragione in Il paradiso della ragione. L’ordine e l’avventura nella tradizione letteraria francese, Bologna, Piccola Biblioteca Einaudi, 1972, p. 347. ↩︎

Olga Tokarczuk e il grande viaggio di Jakub di Gigi Agnano

Secondo la Kabbalah medievale spagnola «Dio creò le lettere dell’alfabeto, perché avessimo la possibilità di raccontargli la Sua creazione». 

Pubblicato finalmente in Italia da Bompiani a settembre di quest’anno  (il libro è uscito in Polonia nel 2014), il romanzo di Olga Tokarczuk, premio Nobel per la Letteratura del 2018, ha molti aspetti che lo rendono speciale, a cominciare dalle dimensioni imponenti, 1114 pagine con la numerazione invertita quale omaggio all’uso ebraico. Speciale anche per la tematica di cui s’interessa: una setta di eretici ebrei, i frankisti, che professarono, a metà del Settecento, la pratica degli “Atti contrari” alla religione ufficiale – tra cui l’incesto, la sodomia, la poligamia, mangiare cibi non kosher, ecc… -, con lo scopo di degradare l’umanità e “stimolare” la venuta del Messia.

In particolare, l’autrice racconta, attraverso vari narratori, le vicende di Jakub Joseph Frank (1726-1791), nato in Podolia (attuale Ucraina Occidentale, all’epoca Regno di Polonia), sorprendente e scandaloso mistico nomade anti-talmudista, che fu considerato il Lutero del mondo ebraico e che, dopo essersi dichiarato Messia e aver trascorso 13 anni di carcere per eresia sovversiva, una volta libero, guidò la sua comunità di adepti tra l’Europa Centrale e la Turchia.

Un “romanzo storico sorretto dall’immaginazione”, ricco, erudito, che è costato all’autrice un impegno folle di otto anni di lavoro e di ricerche; un’epopea messianica, a tratti donchisciottesca, capace d’immergere il lettore in quel mondo particolarmente variegato per lingue e culture dell’Europa centrale di metà XVIII secolo, investita dal vento della filosofia illuminista. Di pagina in pagina, se da un lato si sprofonda nelle tragedie del tempo, le guerre, i pogrom, dall’altro si gode dello sfarzo e dell’allegria dei matrimoni di paese, delle descrizioni pittoriche di vecchi e bambini, delle atmosfere di mercati esotici, degli odori delle cucine e dei sapori della selvaggina esposta come in una natura morta.

Un romanzo “vagabondo” (per riprendere il titolo del libro più famoso della Tokarczuk), on the road, che ci porta attraverso strade solitarie e polverose di Ucraina, Polonia, Turchia, Grecia,  Romania, Germania, tra l’Impero Ottomano e l’Asburgico; o per vicoli di grandi città come Smirne, Leopoli, Varsavia, Vienna, o di piccole come Brunn ( la Brno di oggi), Czestochowa, Rohatyn, Busk, Lanckorun, Podhajce, Glinna, Miedzyboz. Dove il cammino è fatica, peripezie, scoperta di luoghi inesplorati, ma anche metafora del diffondersi e dell’avanzare di nuove idee, del passaggio da una vecchia era ad una nuova. Romanzo-esperanto, dove si incontrano e s’intendono il polacco e il rumeno, il tedesco e il ladino o il turco.

Un romanzo-fiume realista ma intriso di magia, sospeso tra storia e finzione, tra letteratura e ricerca mistica; arduo per ampiezza e per i riferimenti alla tradizione yiddish o all’esegesi di testi come il il Talmud, lo Zohar («Libro dello Splendore»), l’Antico Testamento, la Cabala; ma affascinante e originale nella sua capacità di generare riflessioni, dilemmi sull’origine del mondo, sulla genesi del bene e del male, sull’intolleranza e i massacri e le modalità con le quali si sopprimeva e si tende ancora oggi a sopprimere ogni forma di “deviazione”, su come si possano creare in una società le condizioni per l’avvento di nuovi messia.

Un romanzo, che, per quanto stia provando in questi righi a inquadrare in un genere, è difficile anche da riassumere per la complessità della trama e per la quantità dei personaggi coinvolti, figuriamoci se si lascia ingabbiare in un registro letterario!

Un romanzo, infine, che non si fa fatica a considerare come uno dei colossi letterari più sconvolgenti e maturi di questo secolo, per la lingua estremamente poetica, per la ricchezza espressiva e per la capacità di portare in alto e arricchire il lettore dal punto di vista intellettuale, spirituale e letterario.

Gigi Agnano

Essere Vyvyan Holland: storia inedita della famiglia Wilde di Lucia Matano

Perché tradurre in Italiano e pubblicare nel 2023 un libro inglese datato 1954? Perché si tratta di un libro fondamentale, di un tassello che mancava nel grande mosaico delle pubblicazioni Italiane dedicate a Wilde e che permette una lettura della sua vicenda personale e familiare da una prospettiva di assoluto rilievo. Sto parlando di Son of Oscar Wilde di Vyvyan Holland, secondogenito del celebre genio, dallo scorso aprile disponibile in tutte le librerie con il titolo Essere Figlio di Oscar Wilde (La Lepre Edizioni). Curata con devozione ed entusiasmo dal figlio di Vyvyan, Merlin Holland, questa biografia finalmente restituisce a un pubblico di studiosi, appassionati e curiosi uno spaccato di vita raramente preso in esame e che pullula di emozioni, dettagli e aneddoti che tengono il lettore incollato al libro fino all’ultima parola.

Oscar Wilde, gigante della letteratura e personalità esuberante, diventa protagonista di questa storia nella misura in cui suo figlio Vyvyan ne racconta le straordinarie doti di padre, non convenzionali per l’epoca vittoriana, regalando a lui e a suo fratello maggiore una parte di infanzia davvero felice. La serenità di casa Wilde viene raccontata in tanti aneddoti e descrizioni che riportano il lettore al lato affascinante del mondo vittoriano, fino al momento in cui la medaglia si capovolge per mostrare l’altra faccia, quella più controversa. All’improvviso esplode lo scandalo che si abbatte su Oscar e che costringe il resto della famiglia a prendere una serie di decisioni sofferte che avranno grosse ripercussioni sulla loro vita futura. Il profilo privato e il profilo pubblico di Wilde vanno a intersecarsi come due rette incidenti, mantenute parallele fino a un attimo prima, provocando una deflagrazione da cui non si tornerà più indietro. Quello che ne segue è un turbinio di situazioni in continuo mutamento, di emozioni taciute, di momenti di tristezza e di grande forza d’animo, filtrati attraverso un pensiero sempre lucido e riversati in una prosa asciutta e diretta che a volte diventa ironia pungente e, a volte, critica senza veli. Il racconto di Vyvyan, che parte dai suoi primi ricordi per giungere all’età adulta, diventa un viaggio catartico attraversato da dolore e solitudine, ma che, nel suo step finale, svela la vera grandezza d’animo di questo ragazzo ormai fatto uomo che decide di osservare dall’alto l’intera tragedia di suo padre e della sua famiglia come un unico immenso quadro in cui nessuno è colpevole e tutti sono vittime di un disegno sociale ipocrita e malato. Una sola persona non riceve il suo perdono, ma l’eleganza di Vyvyan non cede mai a invettive o denigrazioni.

Oscar Wilde torna protagonista nella seconda parte del libro, in cui Vyvyan decide di pubblicare una selezione delle sue lettere giovanili, a cui Merlin in un secondo momento sceglie di aggiungerne altre, mirate a scardinare quell’idea di Wilde, ancora imperante negli anni ‘50, legata solo al suo orientamento sessuale e al processo da cui fu sopraffatto, svelando invece un eclettismo e una vivacità di pensiero difficilmente riducibili a qualsiasi etichetta. Non avendo mai digerito l’ostracismo, gli insulti e la soppressione delle opere subiti da suo padre, Vyvyan abbraccia la causa della riabilitazione del suo nome tra quelli riconosciuti come più influenti della cultura inglese, affinché riprendesse il posto che gli era stato sottratto nell’Olimpo degli dei della letteratura.
Ma è la parte finale del libro a riservare la sorpresa più inattesa: quattro racconti brevi di Wilde mai apparsi in lingua italiana, arrivati fino a noi grazie a una serie fortunata di eventi, anch’essi narrati nel cospicuo apparato di note che va a corredare il testo.

Consideriamo questa riflessione come risposta esauriente al quesito in apertura; un altro ne viene di conseguenza: come mai un testo di tale peso storico, lungi dall’essere sconosciuto nell’ambiente culturale vicino alla figura di Wilde, non era ancora stato tradotto nel nostro paese?
Questa domanda mi ha accompagnato lungo tutto il lavoro di traduzione, insieme alla convinzione che Vyvyan meritava di raccontare la sua versione dei fatti anche in italiano. Come egli stesso spiega a conclusione della Prefazione alla biografia: “Ogni vicenda presenta almeno due aspetti, spesso anche una mezza dozzina. La storia di Wilde è stata scritta da coloro che lo amarono, da coloro che lo odiarono e da coloro che non lo conobbero mai. Così penso che non sia del tutto inappropriato che a raccontarne le conseguenze sia chi, sebbene innocente, ha sofferto in modo incomprensibile, chiedendosi perché non sia stato trattato come le altre persone.”

Lucia Matano