Antonio Machado, professore di francese e grande poeta, di Lavinia Capogna

Nel 1903 venne stampata a Madrid una raccolta di poesie intitolata “Soledades” (Solitudini). L’edizione era curata, il titolo e il nome dell’autore erano scritti in eleganti caratteri rossi.

Il titolo era dichiaratamente preso da un’opera del famoso poeta Barocco Luis de Góngora. 

Non vendette granché ma ebbe una recensione favorevole del poeta Jiménez. 

Era un’opera pregevolissima con la quale in pochi tratti, espressi con una grande forza quasi pittorica, l’autore esprimeva, in modo sobrio ma sottile, tinto di malinconia il rimpianto della vita che passa, una sorprendente precoce nostalgia. Ma anche un immobilismo, una monotonia, si direbbe, di quella penisola iberica ancora addormentata (egli come il padre e il nonno era un sostenitore della filosofia e della scienza, allora avversate), una malinconia che si stemperava in paesaggi agresti di grande bellezza. 

L’autore era un ragazzo timido e, come disse una sua conoscente, di modi gentili e squisiti: Antonio Machado.

Egli viveva allora quasi poveramente, abitava in una stanza che aveva solo un tavolino, il letto e uno specchio con una bacinella per farsi la barba. I suoi abiti erano spesso trasandati e la sua unica passione oltre alla poesia erano le sigarette. Però il più celebre poeta di lingua spagnola del tempo, il nicaraguense Rubén Darío, dimostrando lungimiranza, apprezzava i suoi versi. 

Antonio Machado era nato in una famiglia colta e di idee progressiste e repubblicane nel 1875 a Siviglia. 

Suo nonno era un medico che dopo il decesso di una ragazza che non era riuscito a salvare aveva abbandonato la professione. Interessato a scienza e politica era diventato professore universitario e saggista. Anche sua nonna, una donna simpatica e amante della conversazione, che suonava la chitarra, era una persona avanti sui tempi. Suo padre un avvocato, ricercatore appassionato delle tradizioni andaluse. Non sappiamo molto su sua madre, Ana Ruiz, ma ebbe un profondo legame con Antonio. Ebbe altri sei figli, tra cui Manuel, anch’egli poeta, e José, pittore. 

A fine Ottocento la famiglia si era trasferita a Madrid ma la morte del nonno e poi quella del padre a poca distanza la condussero ad un tracollo economico. Venne anche brutalmente colpita dal decesso di una sorella di soli 14 anni. 

Egli frequentò una scuola che era allora la più avanzata pedagogicamente e che stimolava la riflessione e il confronto. 

Insieme al fratello Manuel conduceva una vita bohémien, frequentava caffé, apprezzava il vino ma non divenne mai un alcolista. Conosceva aspiranti poeti, seguaci di Paul Verlaine, scriveva per qualche rivista letteraria. Fece due viaggi a Parigi (in cui incontrò anche Oscar Wilde) insieme allo scrittore anarchico Pio Baroja e al fratello Manuel. 

Divenne il poeta più giovane di quella che venne chiamata la “Generazione del ’98”.

Nel 1907 sostenne un esame per diventare professore di francese e come si usava allora poté scegliere fra alcune cittadine dove insegnare. Scelse Soria in Castiglia, che tanta parte avrebbe avuto sulla sua storia personale e sulla sua poetica. 

Secondo i suoi studenti Machado fu un ottimo professore, ben disposto, non bocciò mai nessuno, tentava di risvegliare un interesse per la cultura francese leggendo brani di libri e poesie oltre che insegnare la grammatica.

Egli abitava in casa di un ex sergente che per arrotondare il lunario affittava camere: era un uomo violento e irascibile. Aveva una moglie e una figlia che erano spaventate da lui.

La figlia, Leonor, era una ragazzina molto carina, bruna, con un colorito pallido, uno sguardo arguto ed innocente.

Il poeta si innamorò di lei e lei di lui. Era un opposto del temibile padre. 

Sembra che il garzone di un panettiere le avesse fatto la corte ma lei aveva scelto il timido professore. 

Secondo la legge spagnola del tempo quando Leonor compì 15 anni si poterono sposare. Era il 1909, lui aveva 34 anni. 

Questa grande differenza di età oggi può lasciare interdetti ma non era rara in una società ancora ottocentesca.

Essi continuarono a vivere nel paese ma poi lui fece richiesta di trasferimento a Parigi per poter seguire dei corsi culturali e anche le lezioni del filosofo Henri Bergson, che ammirava. 

Era anche un’opportunità di fuggire dal claustrofobico paese e di vivere in una grande capitale europea. 

Nel frattempo Machado aveva scritto altre due raccolte di poesia: una che sarebbe stata pubblicata qualche anno dopo e nel 1912 “Campos de Castilla (Campi di Castiglia) che inizia con i famosi versi:

“La mia infanzia è fatta di ricordi di un cortile a Siviglia e di un frutteto luminoso dove matura il limone; 

la mia giovinezza, vent’anni nella terra di Castiglia”.

Quest’ultima ebbe un grande successo, ne vennero stampate almeno due edizioni in poco tempo. 

In questa seconda opera nella quale Machado aveva ormai raggiunto la piena maturità espressiva, descriveva con accenti che susciteranno non pochi malumori a Soria i paesaggi selvaggi non solo nella natura ma anche negli animi del piccolo paese, il vagare nella natura, e, in qualche parola quasi sfuggita alla penna, con il suo consueto riserbo, l’incontro con l’amore. 

Purtroppo nel 1911 a Parigi la vita del poeta e della moglie aveva avuto un tragico cambiamento. Il 14 luglio, festa nazionale che celebrava la presa della Bastiglia del 1789 e che veniva festeggiata a Parigi con grandi balli popolari nelle piazze, Leonor aveva avuto un severo attacco di tubercolosi. Il marito aveva cercato vanamente in quella Parigi lieta, tanto in stridente contrasto con la sua sventura, un dottore. 

Il giorno dopo era riuscito a far ricoverare Leonor. La diagnosi era stata di una tubercolosi molto avanzata. 

Era allora una malattia pressoché inguaribile perché ancora non erano stati scoperti gli antibiotici. 

Nel 1912 i medici avevano consigliato a Machado e Leonor di tornare in Spagna e lui, che non aveva più denaro, aveva chiesto un prestito al poeta Rubén Darío che lo aveva immediatamente aiutato. 

Con grande dedizione Machado si prese cura della moglie. C’è chi lo ricordava con i suoi abiti trasandati e spettinato mentre la portava amorevolmente fuori casa su una sedia a rotelle. 

Ma a Soria la condizione di Leonor era peggiorata:

“Una notte d’estate — il balcone e la porta di casa mia erano aperti — la morte entrò nella mia casa. 

Si avvicinò al suo letto — senza nemmeno guardarmi — e con le sue dita sottili ruppe qualcosa di molto delicato. Silenziosa e senza guardarmi, la morte mi passò di nuovo davanti (…)”. 

Incomincia così una delle liriche più drammatiche di Machado in cui descriveva la morte di Leonor che aveva solo 18 anni. 

La madre di lui, Ana Ruiz, era arrivata per aiutarli ma pochi giorni dopo il funerale entrambi lasciarono Soria. 

Seguirono anni molto difficili per il poeta. 

Egli scrisse ad un amico che aveva pensato di spararsi ma che lo aveva trattenuto il successo che aveva avuto il suo secondo libro di poesie, “Campos de Castilla”. Egli scriveva: “E non per vanità, Dio lo sa bene! Ma perché pensavo che se in me c’era una forza utile, non avevo il diritto di annientarla”. 

Nelle poesie del 1913 echeggiano dolorosi accenti relativi a Leonor, domande a Dio a cui egli credeva (ma ben diversamente dai bigotti e dai reazionari) ma anche costernazione e smarrimento. 

Egli viveva insieme a sua madre continuando a fare, in un’altra cittadina, il professore. A 43 anni si laureò in filosofia con ottimi voti. Si appassionò allo studio del latino e del Greco ed ebbe l’idea di studiare anche l’italiano. 

Viaggiò in varie città spagnole. 

Negli anni Venti scrisse alcune commedie insieme al fratello Manuel e dedicò numerose liriche ad altri poeti. 

Scrisse anche un testo di riflessioni filosofiche e di vario genere in prosa. 

Pubblicò altre poesie assai diverse nello stile dalle prime, più brevi, alcune con accenti ironici, altre meditative. 

“Viandante, sono le tue impronte 

il cammino, e niente più, 

viandante, non c’è cammino, 

il cammino si fa andando.

Andando si fa il cammino,

e nel rivolger lo sguardo

ecco il sentiero che mai 

si tornerà a rifare.

Viandante, non c’è cammino, 

soltanto scie sul mare.”

Queste è una delle opere più celebri di Machado nella traduzione di Antonio Prete (*). 

Nel 1928 quando aveva 53 anni conobbe una donna di 39 anni. 

Sono dedicate a lei le poesie in cui la chiama con un nome fittizio, Guiomar. Tuttavia anche questo fu un amore non semplice: Leonor lo aveva sposato ma Guiomar o meglio colei che si celava sotto questo nome era invece già sposata. 

Era poeta lei stessa e amante del teatro. Lei e il marito erano assai benestanti e avevano tre figli. Il marito era un uomo infedele che l’aveva delusa. Proprio in quei giorni aveva conosciuto Machado. 

Li dividevano le opinioni politiche: Machado era di sinistra e partecipava attivamente alla vita sociale e culturale del paese, Guiomar invece aveva idee conservatrici ed era cattolica molto osservante. 

Machado si innamorò perdutamente di lei. 

Lei le propose un’amicizia intellettuale con qualche sfumatura romantica: avrebbero potuto vedersi a scadenza regolare in un giardino pubblico accanto ad una vecchia fontana o in un caffè alla periferia di Madrid ma solo amichevolmente. 

Lui accettò. 

Nel 1981 venne pubblicato il testo autobiografico “Sí, soy Guiomar: memorias de mi vida” (Sì, sono Guiomar: memorie della mia vita) scritto dalla poeta e commediografa Pilar de Valderrama.

Detto per inciso, non ho potuto leggere il testo originale perché le poche copie ancora oggi disponibili hanno un costo astronomico però esso include 36 lettere autentiche delle 240 che Antonio Machado le aveva scritto come prova della veridicità delle sue affermazioni. Pilar de Valderrana era deceduta a 90 anni nel 1978 lasciando tutte le lettere alla Biblioteca nazionale di Madrid e le sue Memorie da pubblicare postume. 

Certamente lei non aveva nessun obbligo di corrispondere il sentimento del poeta però continuando a frequentarlo sia di persona sia per lettera non poteva far altro che alimentarlo.

Alimentandolo non poteva far altro che arrecare sofferenza e frustrazione a Machado: potevano condividere solo pochissimo tempo insieme, erano quasi sempre separati, lui non faceva parte della vita quotidiana di lei, c’era tra di loro una notevole confidenza emotiva ma senza alcuna intimità. 

Da sempre interessato ai sogni e alla psicoanalisi lui le descrisse un sogno che aveva fatto nel quale si erano sposati in una chiesa e lui si era sentito molto felice. 

Probabilmente “Guiomar” si sentì invece gratificata da questo amore sincero e idealizzato, che durò vari anni, da parte di un grande poeta. 

Nel 1936 i franchisti uccisero Federico García Lorca che Antonio Machado aveva conosciuto e di cui ammirava le opere. Egli scrisse una delle sue ultime poesie contro questo efferrato crimine. 

A fine gennaio del 1939, a 63 anni, quando era ormai evidente che Franco stava vincendo la sanguinosa guerra civile avendo come alleati Hitler e Mussolini, Machado, già provato nella salute da alcuni anni, andò in esilio insieme a sua madre, Ana Ruiz. 

Con grande sofferenza riuscirono a raggiungere il confine francese ma vennero abbandonati dai camionisti e lasciati senza soldi. 

Erano insieme a tanti altri esuli: uomini, donne, bambini sotto una pioggia torrenziale. 

Giunsero a Collioure, un villaggio francese sul mare abitato da pescatori. 

Trovarono un albergo a buon prezzo ma in pochi giorni la salute della madre si deteriorò. Machado tentò di assisterla ma anche le sue condizioni divennero drammatiche. 

La proprietaria dell’albergo, che simpatizzava con i repubblicani spagnoli, chiamò un medico che non poté far nulla. 

Il 22 febbraio 1939 Machado morì. 

Tre giorni dopo (era il giorno del suo 85esimo compleanno) anche la madre. 

Furono sepolti insieme. 

Pochi mesi dopo sarebbe scoppiata la Seconda guerra mondiale. 

Inizialmente fu scritto sulla lapide solo “Antonio Machado, morto in esilio”, poi venne aggiunta una sua poesia:

“E quando verrà il giorno del mio ultimo viaggio, 

e salperà la nave che non tornerà mai più, 

mi vedrete a bordo leggero di bagaglio,

e quasi nudo, come i figli del mare”. 

….. 

*) Caminante, son tus huellas

el camino, y nada mas;

caminante, no hay camino,

se hace camino al andar.

Al andar se hace camino, 

y al volver la vista atrás

se ve la senda que nunca

se ha de volver a pisar.

Caminante, no hay camino, 

sino estelas en la mar.

Bibliografia:

Antonio Machado Poesie (Garzanti 2022)

Poesie “Soledados” e “Campos de Castilla” (Newton Compton 2012)

Pietro Tripodo traduce Antonio Machado, Introduzione di Roberta Alviti, con segni e incisione di Enrico Pulsoni, Roma, Edizioni Il Bulino, 2018.

Poesías Completas (in spagnolo – l’Aleph 2020)

Ian Gibson Ligero de equipaje. La vida de Antonio Machado (biografia).

Nel 1969 il cantante Joan Manuel Serrat ha musicato 12 poesie di Machado incidendo il famoso Album “Dedicato a Antonio Machado”. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.