Silvana Leonardi: errare del segno e del sogno, di Stefano Taccone

Se ritratti in/versi (Bertoni Editore, 2024) costituisce, come suggerisce lo stesso titolo, una raccolta di ritratti – non solo a base di parole, ma talvolta raddoppiati attraverso la rappresentazione visiva, in grafite e pastelli a olio su carta, ché l’autrice è pittrice oltre che poeta, mentre in/versi allude non solo alla versificazione ma anche all’inversione data dalla scelta, parafrasando una fortunata mostra di Lea Vergine, di dedicare questi ritratti all’ “altra metà” dell’universo creativo, quella femminile – questa successiva, e fin ora ultima, raccolta poetica di Silvana Leonardi,  psicogeometrie erranti (2025), pubblicata per la stessa casa editrice della precedente, oltre che per la stessa collana, Aurora, e prefata ancora da Bruno Mohorovich – curatore della collana – si configura piuttosto come un autoritratto. Meglio ancora come un autoritratto che – come avviene nella pittura cubista o futurista ed anche, per certi versi, in alcune prove impressioniste, benché con strumenti ed esiti differenti – possiede uno sviluppo non solo nello spazio, ma anche nel tempo, dal momento che i componimenti raccolti abbracciano un arco di quasi un decennio. Per quanto ciò sia dissimulato attraverso una disposizione di questi ultimi che non concede nulla alla diacronia, rigorosamente basata sull’ordine alfabetico dei titoli. La non staticità di tale autoritratto è inoltre garantita dal carattere dichiaratamente errante della sua opera, participio presente che associato alla psicogeometria rimanda immediatamente al metodo montessoriano, ma, a sua volta, la psicogeometria potrebbe richiamare alla mente la psicogeografia situazionista, consapevole delle implicazioni emotive proprie dell’ambiente che abbiamo intorno, nonché la deriva, ovvero la principale metodologia che traduca in pratica la disciplina psicogeografica.

Le derive situazioniste tuttavia – come è noto – sono strettamente legate all’ambito urbano. Leonardi, vice versa, pur mantenendo fermissima la relazione tra emozione e ambiente, ne evoca costantemente uno dai tratti ben poco antropizzati. Il suo spazio e il suo tempo sono quelli del mito pre-cristiano, ove l’ancoraggio alla natura e ai suoi ritmi abbraccia la sfera dell’estetica, ma anche quella della morale e persino della politica, intesa chiaramente nel senso più alto del termine. Come “strega e tarantolata quasi in trance”, come “sciamana sciamannata”, l’autrice ci dà così costantemente conto di impregiudicate esplorazioni entro una realtà che confina col sogno sempre pronto a farsi segno. E la gaia inquietudine di tale peregrinazione è restituita appunto dallo stesso curvarsi della sostanziale linearità della sua poesia verso il visivo: la scelta di evidenziare in neretto alcune parole, o parti di parole, di usare il maiuscolo, di eliminare gli spazi tra una parola e l’altra, di aumentare le dimensioni del carattere e, soprattutto, tratto più che mai caratterizzante i suoi versi, di allinearli al centro piuttosto che distribuirli uniformemente, in maniera tale da dare forma a impensabili figure geometriche per lo più assimilabili a rombi, ma talvolta persino a cerchi, irregolari.

Se tale peculiare modellare plasticamente la scrittura acquista, tra l’altro, più o meno consce valenze espressive, se non espressionistiche, assai visualmente evocativo è anche il significato più convenzionale cui i segni mettono capo, sollecitando un mondo archetipico di infallibile fascino e di inequivocabile senso. La Luna è forse la co-protagonista più ricorrente, e sulle implicazioni femminili di tale corpo celeste, fin da tempi antichissimi, è persino superfluo soffermarsi – con essa talvolta si rasenta l’identificazione: «la Luna nel mio corpo / mi illumina da dentro». Subito affianco porrei il mare-madre – ulteriormente dipanabile in variazioni «tra/mare e a/mare» -, un pur non inedito slittamento della più consueta, ma meno dinamica, associazione tra terra e madre, testimonia ancora la passione di Leonardi per l’assonanza-allitterazione e rende palese, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la matrice del suo sentire. La stessa che tra il 1980 e il 1981, giovane laureata in Storia dell’Arte e in Filosofia, la conduce a porre a Roma, sua città natale, la questione della produzione artistica al femminile attraverso mostre e dibattiti che coinvolgono studiosi del calibro di Giulio Carlo Argan, Maurizio Calvesi, Simonetta Lux, Dario Micacchi, Filiberto Menna e Marilena Pasquali, in significativa coincidenza cronologica con quanto Lea Vergine va facendo a Milano, ideando la sopra evocata mostra L’altra metà dell’avanguardia (1980). Una spinta che giunge fino ai nostri giorni, giacché un filo rosso corre da allora fino almeno alla già ricordata raccolta del 2024, composta da trenta ritratti di artiste, per lo più poete, spesso “fuori canone”, nelle cui «vicende autobiografiche mi sono rispecchiata».

Ma anche la matrice che ancora prima, nel 1978, la conduce ad inscenare una performance nella Pineta di Ostia, appena devastata da un incendio, operazione inaugurale del suo percorso che si inscrive in un decennio notoriamente assai pervaso – come i nostri tempi, ma con tante, inevitabili differenze – da una ansia ecologica. Ed anche qui, considerando la sua poesia recente, il cerchio si chiude perfettamente, benché temporaneamente. Malgrado l’afflato ottimista di fondo, a tratti profondamente vitalistico, che connota il suo errare psicogeometrico, la dimensione del mito non è sempre al riparo – e forse non potrebbe essere altrimenti in tempi funesti come questi – dai miasmi tossici della storia, contemporanea. Allora il vitalismo non si spegne ma si tramuta in indignazione, invettiva: «scoppio / di rabbia ed orrore / e lo sconforto cresce / implacabile invade / cuore e mente / scoppio / d’intolleranza / – ed è ora di dirlo – / per tutti i delinquenti / che per loro profitto / hanno distrutto il mondo». E se fosse necessario essere ancora più espliciti: «perduta l’armonia sapiente della natura / la contesa tra il molteplice e l’uno / è divenuta eterna / e tutti noi / in / folle / discesa / verso l’abisso / colpiti da infezione dell’orrore / destinati al declino / e all’estinzione / estrema malattia la distruzione / di alberi prati foreste / e acque dolci / di mari e monti / e infinite bellezze / che abbiamo dissipato / nel nome del guadagno».

Qui però la prospettiva sembra almeno in parte cambiata, giacché non si tratta più – o non solo – di puntare il dito sulle responsabilità altrui. L’umanità tutta – o, quanto meno, il mondo occidentale -, e quindi la stessa autrice – e forse, chissà la stessa felicità dell’arte e della poesia – Walter Benjamin non sostiene forse che ogni documento di civiltà è anche documento di barbarie? – viene posta sul banco degli imputati. Non di meno ella ridiviene fieramente accusatrice quando si tratta di confrontarsi col mondo della cultura, di stigmatizzare le brutture quotidiane agli occhi – e alle orecchie – di chi interroga il linguaggio e lo fa guidato dal senso etico: «di non cader per tracotante eccesso / nel banalmente ovvio e consueto / risaputo fortuito arbitrario /accademico arrogante / autoreferenziale / egocentrico / efferato / gioco / di gruppo / subdolamente / spacciato per poesia».

Stefano Taccone

Stefano Taccone è nato a Napoli nel 1981. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico-artistica all’Università di Salerno. Attualmente è docente di Storia dell’arte nella Scuola secondaria di II grado. Ha pubblicato le monografie Hans Haacke. Il contesto politico come materiale (Plectica, 2010), La contestazione dell’arte (Phoebus Edizioni, 2013; Iod Edizioni, 2015), La radicalità dell’avanguardia (Ombre Corte, 2017), La cooperazione dell’arte (Iod Edizioni, 2020), La critica istituzionale. Il nome e la cosa (Ombre Corte, 2022); le raccolte di racconti Sogniloqui (Iod Edizioni, 2018) e Morfeologie (Iod Edizioni, 2019), il romanzo Sertuccio (Iod Edizioni, 2020) e le raccolte di poesie Alienità (Edizioni Divinafollia, 2019), Terrestri d’adozione (Edizioni Progetto Cultura, 2021) e Sciogliete le rime (Campanotto Editore, 2023). Ha curato i volumi Contro l’infelicità. L’Internazionale Situazionista e la sua attualità (Ombre Corte, 2014) e Religione/arte/rivoluzione, anche (Massari Editore, 2020). Collabora stabilmente con le riviste “Frequenze Poetiche”, “Segno” ed “OperaViva Magazine”.

“Randagi”, un racconto di Roberta Russo Vizzino

In quel periodo andavo dietro ai cani. Facevo la volontaria in un rifugio. Volevo salvarli tutti. Quelle povere anime avevano subito ogni genere di crudeltà. Avevano tentato di affogarli. Li avevano tenuti a catena. Li avevano affamati. Li avevano fatti combattere. Erano stati picchiati con oggetti contundenti. Alcuni erano bruciati o menomati. Tutti erano stati abbandonati dopo avergli fatto del male. Tutti loro erano sopravvissuti. Che davanti a una persona si pisciassero addosso di paura o tirassero fuori i denti, erano ancora lì e potevano ancora trovare una famiglia nuova, migliore. Qualcuno li avrebbe scelti e amati incondizionatamente. Mi sembrava che se il più brutto, sporco e cattivo di loro fosse riuscito a trovare una vita e un amore stabile, anche io avrei potuto. Invece, quasi sempre, il casolare scoppiava. Quel rifugio era una discarica di mostri. Le bestie si ammassavano come rifiuti. I cani erano così tanti da perdere ogni identità e poesia. Chiamarli con nomi da peluche era tutto ciò che ci restava per non temerli fino in fondo. Resisteva chi aveva imparato a difendersi meglio. Sia tra loro, che tra noi. Io e le altre volontarie arrivavamo col cibo, a gruppi di due o tre persone. Cento nasi famelici ci fiutavano da sotto la porta d’ingresso riconoscendo ogni odore di corpo e di paura. Si azzannavano tra loro per l’euforia. I latrati sinistri ci afferravano dagli spifferi. Il nostro arrivo li eccitava. Iniziavano a mordersi al solo odore di noi. Il chiavistello di ferro tremava di zampe e di unghie, sotto la catena. Il nostro piano era: riempire più ciotole possibile e impilarcele addosso. Entrare tutte insieme in un lampo. Chiuderci la porta alle spalle. Accucciarci e smistare alla velocità della luce una ciotola sotto al muso di ognuno. Pulire mentre loro mangiavano. Solo così potevamo evitare che si aggredissero tra loro e che aggredissero noi. Se due musi entravano nella stessa ciotola era finita. Io trovavo il coraggio solo se entravo con gli occhi chiusi. Per volerli salvare tutti, ne salvavamo pochissimi. Il rifugio si trovava in collina e non si poteva raggiungere a piedi. La strada era dissestata e immersa nell’oscurità. Nel silenzio cieco delle stradicciole paesane, il ringhio di tenebra dei cani, faceva accapponare la pelle. I pochi abitanti del paese avevano lanciato nel rifugio polpette col vetro. Poi con l’antigelo. Poi con il veleno per topi. Puzzava tutto di carogna. Li avevano decimati. Strisciavamo fuori carcasse quasi ogni giorno. Ma non bastava. I cani si erano assaggiati e la carne fraterna gli era piaciuta. Così avevano iniziato a sbranarsi da vivi. Avevamo trovato un mezzo carlino lanciato per aria. Sanguinava incastrato tra il muro e un tubo dell’acqua sospeso in giardino. Aveva ancora i buchi dei denti sul dorso. Avevamo messo un pezzo di recinto per dividerli in due gruppi più piccoli.  Un cane lupo si era incastrato con la zampa nel cancelletto. Gli era stata divorata fino all’osso da quelli dell’altro lato. Era rimasto vivo, nonostante l’amputazione e – forse – persino più cattivo. Un altro era stato dilaniato all’improvviso. Senza motivo. Tutti ne avevano mangiato un pezzo. Persino il più tenero dei piccoli aveva i baffi rossi e qualche pezzo di budella che pendeva dal musetto. Avevamo lavato sangue dal cotto per giorni. Con le pompe dell’acqua. Coi detersivi industriali. Strofinando con le scope. Tutto inutile: le fughe erano rimaste impregnate. Io non volevo che stessero lì, quelli che trovavo io. Allora provavo a portarli con me, ma era già difficile trovarmi da dormire, trovare per me e un animale era quasi impossibile. 

Un giorno era venuto un ragazzo. Voleva vedere i cani. Indugiava lì insieme a me, anche se sembrava che avesse deciso. Alla fine aveva chiesto di adottare un randagio che avevo salvato io stessa in un torrente. Fogli. Numeri. Firme. Sguardi. Mi aveva chiesto di rivederci ma neanche dieci minuti dopo mi aveva invitata a stare da lui. Si era preso la ragazza e il cucciolo. 

«Avevi gli stessi occhi del cane.» aveva detto.

Roberta Russo Vizzino

Roberta Russo Vizzino è attrice, modella d’arte e scrittrice. Dopo un’esperienza di vita in Lettonia durata due anni, si è trasferita a Roma dove abita tuttora. Frequenta la facoltà di Discipline, arti e scienze dello spettacolo presso l’Università “La Sapienza”.

Nel 2023 ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti brevi “Io sono onda di mare”.
Nel 2024, il suo racconto “Le chiavi di casa” viene pubblicato nell’antologia “Lingua Madre Duemilaventiquattro, storie di donne non più straniere in Italia” con la casa editrice SEB27.
Nel 2025, con la casa editrice Dialoghi, pubblica una seconda raccolta di racconti brevi “Di carne e parole”.
Dal 2023 collabora con la rivista femminista online Vitamine vaganti.

Clotilde Punzo: ‘’Penelope o dell’attesa’’ (da “La sposa. Immagini di un desiderio”)

Il Randagio incontra una poesia. 

A Napoli, nell’ambito del Maggio dei Monumenti 2025, presso lo studio Chalcos di Teresa Tolentino, è stata presentata una cartella artistica dal titolo “La sposa. Immagini di un desiderio” – oggetto di una mostra dal titolo Ignis Alchaemie. Il fuoco non ha più fumo quando è diventato fiamma (Rumi), a cura di Marina Guida -, un pregevole lavoro in cui sono raccolte foto di Carla Iacono, incisioni di Maria Rosaria Perrella e poesie di Clotilde Punzo. Pregevole tutto il lavoro, molto affollata la presentazione. 

Una poesia, in particolare, ha incontrato la nostra sensibilità e, col permesso dell’autrice, la vogliamo proporre agli amici del Randagio. E’ la poesia Penelope o dell’attesa di Clotilde Punzo.

PENELOPE
o dell’attesa

Finita la tela
da anni finita
tessuto il dolore
schivato il timore
in questo giorno dolce
in cui mi sveglio ancora.
C’è forse l’inganno
in questa trama fina
ch’io non possa svelare?
L’inganno sulla trama che disfo
mentre l’isola guardo e il sole la luna
il mare lontano,
gli uomini scorgo
di perduta ragione,
le barche, gli uccelli impazziti
di sangue e di fiele
la tela di sete disfatte
di ciechi tasselli
che di morte letto mani amore
s’intingono al sole.

L’inganno è di lui desiderio mortale,
che onda fatale e fruscìo di sirena
lontano portò a godere
di mammelle di sale e di latte.
L’inganno è nel tempo
che non mi consola.
Invoco tempesta per uomini persi
e giogo e dolore mi tagliano il fiato
semmai ancora di fiato io vivo.
Un nume è disceso
lieve nei passi
un’ombra che aleggia su alcove sconfitte su sessi
rapaci di muscoli ardenti.
Ma niente dà pace in questo silenzio.
L’inganno è nel tempo
che invecchia,
che rode,
che culla,
che ride,
che strazia e frammenta
l’intima gioia sui sentieri battuti dall’umano lamento, che
spezza e dilania
e alloggia discreto nel sonno che langue…
…mentre polvere copre la sposa
che più non s’addormenta.

Clotilde Punzo: E’ Direttrice amministrativa dell’Accademia di Belle Arti di Napoli; giornalista pubblicista, ha collaborato con quotidiani e riviste culturali come Il Mattino, il Roma, Il Giornale di Napoli, Nord e Sud, Campania Felix, Napoli Guide, Nuova Stagione, l’Araldo, Dodici Magazine, per citarne alcuni, e assumendo la direzione della rivista on line “Colloqui” del
Progetto Culturale Oltre il Chiostro, occupandosi di argomenti di costume, attualità e recensioni di libri, di tematiche e problematiche femminili. Al 2000 risale la sua pubblicazione “La bioetica e le donne”, inserita nella Collana “Bioetica e valori”, edita dalle Edizioni Scientifiche Italiane.
Cultrice di poesia, è inserita come poeta, allora di nuova leva nel 1985, nel primo volume dell’Antologia Premio di Poesia “Città di Napoli” promosso dalla Fondazione Roberto Cioffi.
Ha partecipato a diversi concorsi letterari con racconti e poesie, ottenendo lusinghieri apprezzamenti e segnalazioni di merito, per le raccolte inedite di poesie “Tu che da me distante” e Canti di deportazione, quest’ultima pubblicata con il titolo “Non ho
più smesso di cantare”.



Maura Baldini: ‘’Insula’’ (Marco Saya, 2025), di Grazia Frisina

Dapprima si bordeggia, si fa un periplo intorno all’insula-libro, si osserva l’essenzialità della superficie, la nudità della copertina, si resta interdetti su quel segno grafico – una lettera del sanscrito? – di cui piacerebbe scoprire il significato.  Poi si approda aprendo una pagina, ed ecco…Vieni, avvicinati: il primo verso, ouverture, che non è l’invocazione alla musa Calliope, come ci si aspetterebbe in un proemio, ma anaforica voce sirenica, irrevocabile invito a noi passanti-lettori, per varcare una soglia sconosciuta.

Da quell’istante è un addentrarsi, mediante piccole soste, nell’isola di ghiaccio e fuoco, di deliri ventosi e acque torve, di notte affamata d’eterno e di luce inflessibile, di precipizi e fratture telluriche, di distruzione e splendidi furori: l’Islanda, l’isola baccante

Avanzando in essa sembra di compiere un cammino a ritroso nel suo immenso e arcaico passato, nel suo pre-umano territorio, ancora investito dal fiato di ctonie divinità mitologiche, che non hanno paura. 

La raffinata silloge poetica di Maura Baldini è una sorta di poema in senso classico, costituito da un proemio e un epilogo, nel cui corpo centrale di XXXVII ‘canti’ è delineata e descritta la mappa dell’itinerario compiuto da lei in Islanda.

Dunque, un viaggio, forse incauto, in una natura ignota e titanica, trionfatrice sulla vulnerabilità umana. Perché qui quello che conta / è mantenere la distanza. 

Eppure si avverte, fin dall’inizio, la necessità di chi scrive di entrare in comunione con la terra che sta attraversando, intessere un ordito tra la parte più esterna, la litosfera, e ciò che vi soggiace sotto, ancora più convulso e primitivo. Di riportare e fissare su di sé e fuori di sé, con parole e immagini come lampi e abbagli di tenebra, i segni di un passaggio, tra paure vertigini stupori salti nel vuoto, su questa terra di estremità geografica, di estremi elementi, di radicali contrasti e di osceni paradossi che generano vita.

È un continuo procedere fra fuori/dentro, fra dentro/fuori, tra Sottosopra/soprasotto, fra luce/buio/luce/buio: un flusso incessante, con indugi su tappe da esplorare, che diventano lenti d’ingrandimento su un camminamento orfico nel proprio animo, – infilati nello scheletro della luce, / ascoltando i respiri, / il cuore invertebrato della voce –, nella propria esistenza e nel proprio oscuro destino, – tocca la mia radice e dimmi / che nel vuoto so ancora imbestiarmi, / che ancora so spegnere / il fuoco larvato di questa solitudine.

Una peregrinazione a tratti lancinante e silenziosa nell’entroterra del proprio io, quasi per assecondare l’urgenza di un privato scandaglio, di un ritorno a sé attraverso una metamorfosi. – È tempo che il tarlo diventi cura.

Baldini quindi non corre, – mi cammino dentro – si ferma, per sentire l’inudibile intersecarsi tra la morfologia, stati e moti, delle viscere con le asperità del suolo, con le sue faglie insanabili. S’attarda per tracciare una partitura tra consonanze e dissonanze che lei percepisce tra il paesaggio, osservato e contemplato, e il proprio vissuto, il proprio essere, la fatica del vivere e la sua incomunicabilità – Così noi. / Come l’acqua senza requie / benediciamo l’antitesi, / e senza requie negandoci/ incubiamo il desiderio / di una perfezione inferiore.  Un confronto tra contemplante e contemplato, un faccia a faccia tra due inquieti, seppur insondabili, daimon, che ci giunge, liricamente immediato e sincero, senza filtri né mediazioni. – Eppure, nell’ammanco di vita, / i pensieri maturavano agnizioni, // sconfinate densità. 

Pagina dopo pagina, sosta dopo sosta, accogliendo quel suo richiamo iniziale, stiamo dietro, anzi a fianco, al suo passo lento. Entrando in quel territorio si ha la sensazione di un mugolare sulfureo nel sottofondo, di una seduttiva prossimità con la morte, di un ancestrale brivido, impreziositi da versi, fitti e tesi, talora fasciati in un enigmatico silenzio, di domande insolute – Cosa guardiamo nell’eco di un impercettibile movimento del cosmo? La risposta si disperde, sfuma nell’abbraccio del porticciolo, soglia che apre verso il grembo oceanico.

Spazi bianchi intrisi di un’attesa illimitata che sembra presagire un dramma, una deflagrazione cosmica, un sommovimento intimo, forse dionisiaco, come se anima e materia si appartenessero e si sbranassero le carni. 

E ciò malgrado, in questo fatale travolgimento sopravvive un desiderio, una tenue speranza, il conseguimento di una stasi, l’ancoraggio a una minima salvezza. – Ma noi vogliamo essere ascoltati e assolti, / vogliamo una mano sul capo, / una foglia che accarezzi la guancia. / Vogliamo l’emersione, l’ascesa mirabolante, / un sogno che non dice ma diventa. / […] come il più docile autunno del cuore.

Finché, arrivati al termine del percorso-lettura, piano ci allontaniamo, magari nella condivisione di una consapevolezza, espressa in sordina dall’autrice, che la febbrile ricerca di un senso all’ossimorico vivere, che l’ansia dell’ossessivo partire – quasi fosse una brancolante fuga da sé – per un altrove, per un’illusoria Avalon, non troveranno pacificazione – non nell’esilio, / e nemmeno nel ritorno – ma provando a chinare e a coltivare lo sguardo – nell’ipogeo degli occhi – nel profondo noi stessi.

Riecheggiando un pensiero di Bachelard: “Per quanto possa apparire paradossale, è spesso l’immensità interiore a conferire il vero significato a certe espressioni riguardanti il mondo che si offre ai nostri occhi”.

Ci accomiatiamo da Maura e dal suo viaggio, non dalla sua poesia, lasciando risuonare nel cuore, come un piccolo lascito, linfa di chiarore nello smarrimento tenebroso, la musicalità della strofa che conclude il poemetto  Sei tu la parabola dell’alba eterna / l’onda immensa che s’avvicina, / la speranza mai sopita / di un volto che abbraccia l’infinito.  

Grazia Frisina*

Le cascate degli dèi

Infinito tormento, 
che tu insegua Dio,
mite spirito,
che sospiri nella cascata. 
(Georg Trakl)
Ogni cortina d’acqua è un covo, 
cavità di caligini,
dimora di precipizi – irrefutabili,
come la forza di gravità,
come l’occhio spalpebrato del pesce.
Essiccare ogni lamento,
cucire il corpo nella cera
e affrontare il tempio dell’acqua,
il corpo a fiotti degli dèi –
mentre sul volto della cascata
sospira, pallido, un arcobaleno.

******************************************

Maura Baldini: piemontese, ha esercitato per molti anni la professione di avvocato. Oggi vive a Ginevra e si dedica, fra l’altro, alla traduzione e alla poesia. Di recente, ha tradotto André Malraux e Malcolm de Chazal, curando i seguenti volumi: André Malraux, Occidentali quali valori difendete?, De Piante; Malcolm de Chazal, Plastica, Gruppo editoriale Magog. Nel 2022, è stata pubblicata per il Convivio Editore la sua silloge poetica di esordio, La slegatura, opera tra le vincitrici del Premio Carrera. Scrive, inoltre, articoli e saggi per Poesia (Crocetti-Feltrinelli), per Pangea e per altre riviste e blog letterari.

*Grazia Frisina: Già docente di Lettere nelle scuole superiori. Le sue pubblicazioni: il romanzo A passi incerti (2009); il dramma poetico sulla Shoah Cenere e cielo (2015, messo in scena presso il museo della Deportazione di Prato), e Madri (2018), prefazione di Marinella Perroni, (tre pièces su alcune figure femminili del mondo biblico, dalla pièce Stabat Mater è stato realizzato un corto, girato nel carcere di Pistoia); le raccolte poetiche: Foglie per maestrale (2009), Questa mia bellezza senza legge (2012), Innesti (2016), Pietra su Pietra (2021), Avrei voluto scarnire il vento (2022), Storie senza approdo (2025), con illustrazioni dell’artista Edoardo Salvi. Il testo inedito Fiaba detta o fiaba scritta, a chi va storta a chi va dritta (2023) è stato messo in scena con la regia di Piera Rossi. Presso la biblioteca San Giorgio di Pistoia ha curato La gioia diventa un dipinto, incontro sulla poesia di Emily Dickinson, tra arte e musica (2014), e il dialogo poetico: Ricordi come raccoglievamo i narcisi, sulla storia d’amore fra Sylvia Plath e Ted Hughes (2015). Presso la casa-museo Guidi di Firenze ha ideato e curato il dialogo poetico Il mare nel vento – Unavoce dentro l’altra, sull’amore fra Elizabeth Barrett e Robert Browning (2017). Ha partecipato al festival di poesia Notturni di versi di Portogruaro (2016 e 2021). È presente, con alcuni suoi componimenti, in varie riviste letterarie nazionali e internazionali.

Francesca Chiesa: “Diversamente sole” (Edizioni Open), di Francesca Chiesa

Abbiamo chiesto alla nostra amica Francesca Chiesa, veneta da Syros nelle Cicladi, di parlarci del suo ultimo libro “Diversamente sole” (Edizioni Open) da qualche giorno in libreria.

LA QUINTA STORIA

Borges individua, in El oro de los tigres, quattro racconti che percorrono la storia dell’umanità, Los cuatros ciclos.

  • L’inutile difesa di una città assediata. Achille sa che il suo destino è morire prima della vittoria. Omero e Yeats la canteranno.
  • La storia di un ritorno. Quella di Ulisse; e quella degli dei del Nord.
  • La storia di una ricerca. In passato, fortunata – Giasone e il Vello. Nella modernità, sconfitta – l’Achab di Melville, il K. di Kafka.
  • La storia del sacrificio di un dio. Attis, Odino, Cristo.                                        

Inevitabilmente, ne manca una: l’innamorato di Maria Kodama forse l’ha dimenticata, forse non la conosceva. Anche noi vorremmo dimenticarla e invece va trasformata in racconti, in una quantità di racconti, nella maggiore quantità di racconti possibile: tutte le storie di tutte le solitudini di tutte le donne.

Per raccontare si possono usare romanzi o racconti. Anche poesie, che sono tuttavia racconti per immagini. Io ho scelto i racconti. Un racconto non è un romanzo breve, un racconto quando riesce proprio bene è un pugno allo stomaco, un lampo che ti lascia il segno sul fondo della retina. Un romanzo è progettato per un ambiente, un racconto è prodotto da un ambiente.

L’ambiente che produce le mie storie è un’ampia area che comprende il mondo indoiranico, la Russia a nord, a sud e ovest la penisola araba e l’Africa orientale, e in parte l’area mediterranea. Le terre in cui ho trascorso la mia vita, ma anche il mondo dove il racconto è nato, in forma di novella.

Il romanzo, che in un tempo assai lontano fu poema epico e successivamente romanzo alessandrino o greco-romano che dir si voglia, poi da roman cortese divenne romanzo borghese e tutto questo percorso fece senza che mutassero gli elementi che lo caratterizzano: essere un concatenarsi di eventi in forma causale e svolgimento temporale; essere l’espressione degli strati dominanti della società di una determinata epoca.

La novella/racconto è il memorandum della vita quotidiana, ciò che si annota per fissare la memoria, per conservare il ricordo. Il racconto mi ė sempre apparso lo strumento ideale per narrare un mondo in cui il reale ė ciò che accade.[1]

I miei racconti sono prodotti dai luoghi in cui sono vissuta. Dal tentativo di cogliere le forme di vita che fanno di ogni luogo ciò che ē.

Se fossi stata brava a usare matita e pennello, avrei disegnato l’eleganza delle euforbie in Eritrea, la fioritura degli Alberi di Giuda che tinge di sangue le strade del centro di Teheran, l’oro del brevissimo autunno di Mosca, l’azzurro del crudele mare di Libya.

Se fossi stata metodica, avrei annotato le ricette della cucina greca che amalgama oriente e occidente; le tradizioni della nostra cucina di campagna, arte di nonne che custodivano il segreto del soffritto; la chiave dello zafferano persiano che profuma e del colchico che uccide; il mosaico di colori del fattush libanese che fa dimenticare e si prepara insieme, sedute intorno a un tavolo a tagliuzzare.

Invece mi piace scrivere e così racconto quello che conosco meglio: le donne, perché sono donna, e la solitudine, sostantivo di genere femminile. Cercando di capire, donna dopo donna, chi davvero sostiene il peso di questa solitudine.

Dalla presentazione di Diversamente sole:

“Diversi sono i modi di essere donna che puoi incontrare sulle strade del mondo, ma c’è un aspetto dell’esistenza che ci accomuna tutte e appartiene solo a noi: la solitudine.

Questo è un libro scomodo, non racconta storie a lieto fine, anzi, le storie che racconta appartengono al genere di quelle che non finiscono mai.

Di tutte una soltanto, a mio giudizio, si risolve in una speranza di serenità: potrebbe essere definita fiaba di una nipotina che trova un nonno, ma questa è solo la seconda parte di La vergine di Malindi e La figlia della vergine.

Delle altre posso dire che offrono un’unica rassicurazione, si svolgono in una realtà molto lontana dalla nostra. Tranne l’ultima, che appartiene al passato povero della mia terra, il Veneto, al tempo in cui la solitudine si mescolava con la povertà e generava mostri: Tre + due ragazze belle, vendono il poco che hanno.

La trovi ovunque, la solitudine, negli interstizi della vita altrui e ovunque ci sia da portare pesi, nascoste agli occhi del mondo o appena appena sogguardate, come la donna che sputa quasi di nascosto sui dittatori (Ma i dittatori sognano isole sbagliate?) e le ragazze di Tripoli che rifiutano quelle di un altro colore.

Il mare che divide la Libia dalla Sicilia ne sa qualcosa, di solitudine: dentro uno di quei gusci di noce che ballonzolano disperatamente sulle onde, ho lanciato uno sguardo e ho trovato una novella Sherazade, il suo nome è Haben e rappresenta tutte le mie allieve eritree, e ricorda Tutte quelle in fondo al mare.

Ogni donna vive con la sua peculiare solitudine: non fa molta differenza che gliel’abbia regalata il mondo o se la sia ella stessa confezionata, come accade ad esempio a Sikina, la protagonista del racconto Di corsa, che ha sposato un uomo speciale ma se n’è accorta troppo tardi.

Ci sono le solitudini coraggiose, nobili, fiere e c’è la solitudine delle donne che vivono in mondi meschini che le hanno plasmate ma di loro non sanno che farsene: sono Quelle del Waddan, appendici di un mondo che si sente privilegiato

La solitudine ti guarda sempre con lo stesso volto, ma non tutte le storie di solitudine si assomigliano. Ci sono quelle che ti lacerano dentro e ti fanno sentire corresponsabile di quanto accade: ad Afra di Tawergha e alla figlia di Rosa, a Ghinda, cui è stato fatto assaggiare l’amaro Frutto di passione. Alle donne che mangiano insieme Fattush a Beiruth: sono amiche, in compagnia, allegre e felici: non dura.

C’è la gioia di Azadeh, che significa libertà in persiano: libera di vagare sola tra i misteri e gli incantamenti del Gran Bazar di Teheran. La mia gioiosa e stordita euforia – sì, la protagonista di Acido lisergico sono io – che sogna donne colorate, danzanti intorno al mio letto d’ospedale. E ancora Federica e Tahereh, senza uomini e senza soldi, che ubriacano di Uova sode la loro solitudine e lanciano le bucce giù dal ponte che congiunge Massawa e Taulud.

Ci sono anime rinsecchite, come quell’anziana ricca e colta persiana che non ha più nulla per cui vivere se non l’organizzazione del più perfido Matrimonio d’amore. C’è La solita vecchia storia degli uomini che inventano malignità sulle donne, e quella più lontana che racconta Come muoiono le regine. Sole, come volete che muoiano: all’ora sesta, quando tutti muoiono.

E poi vi racconto di una madre che non capisce, in Quelle della Qabila, e di una che s’innamora di Alex/Iskandar detto Alessandro Magno

C’è una sola storia, in questa raccolta, che narra di una solitudine condivisa, tra un pirata e una principessa: l’Isola Verde esiste, potete cercarla in Eritrea, loro due li ho solo sognati”.


[1] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logicus-philosophicus 1.1, 1922.

Francesca Chiesa

Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023