Danza e Letteratura: “L’Arlésienne”, di Serena Cirillo

Cosa spinse Roland Petit nel 1974 a creare una coreografia da un’opera teatrale rappresentata un secolo prima, a sua volta tratta da un racconto di Alphonse Daudet, uno dei maggiori esponenti del naturalismo francese? In parte la sua attrazione per le storie da melodramma romantico, poi, forse, il desiderio di raccontare atmosfere tipicamente francesi, come avviene nel balletto “L’Arlésienne”.

Primo della raccolta di racconti dal titolo “Lettere dal mio mulino”, ambientato in Provenza come quasi tutti gli altri, L’Arlésienne descrive un ambiente, un territorio e uno stile di vita tanto caro ai romantici non solo francesi (basti pensare che anche nella celeberrima opera di Giuseppe Verdi, La Traviata, si parla della Provenza come luogo ideale, luogo dell’anima, panacea di tutti i mali) e celebra un tipico eroe romantico, che lo stesso autore incarna alla perfezione. Nato nel cuore della Provenza nel 1840, anno che coincise col fallimento dell’azienda di famiglia, Alphonse Daudet si definì “la cattiva stella per i miei genitori”. La situazione familiare difficile, la fuga a Lione in cerca di fortuna, la morte del fratello maggiore, l’abbandono da parte dei genitori, lo portarono a condurre una vita da vagabondo a soli tredici anni. Lo salvò l’amore per la letteratura, quel fuoco sacro che lo animò fino a fargli comporre le prime poesie e un romanzo appena sedicenne, quando fu costretto a impiegarsi come istitutore per aiutare la sua famiglia. A Diciassette anni raggiunse il fratello a Parigi, dove fu subito notato per il suo talento di scrittore e poeta che gli permise di entrare come redattore a “Le Figaro”. Sebbene fosse di salute cagionevole, lavorò senza sosta, la sua breve vita fu estremamente produttiva e i suoi lavori (poesie, romanzi, racconti e opere teatrali) ebbero molto successo. Aveva la capacità di trasformare in letteratura episodi di vita vissuta, impressioni tratte dall’osservazione della natura e degli uomini… persino i ricordi di guerra furono trasformati in romanzi da Daudet che, come dirà il figlio “Non separò mai la vita dalla letteratura”. I protagonisti delle sue opere erano autentici: con pregi, difetti, debolezze e virtù, ma soprattutto con una carica umana universale. Le sue opere furono definite dalla critica “impressioniste”, proprio perché create con il preciso intento di riprodurre nel lettore l’impressione provata dall’artista al contatto con la realtà. La raccolta di racconti dal titolo “Lettere dal mio mulino”, pubblicata nel 1869, appartiene al periodo in cui lo scrittore, non ancora trentenne, era tornato in Provenza per “sognare ed essere solo”. Aveva affittato un vecchio mulino a vento abbandonato e da questo rifugio immaginò di scrivere agli amici lontani piccoli fatti e leggende della vita del paese, insieme a suoi pensieri e fantasie. Dal racconto “L’Arlésienne” Daudet stesso trasse un dramma omonimo rappresentato nel 1872 con musica di Bizet, ma, nonostante il compositore fosse entusiasta di collaborare con uno scrittore di quel calibro, l’opera non ebbe successo. 

Il successo sulle scene arrivò circa un secolo dopo, quando L’Arlésienne fu trasformata in un balletto dal titolo omonimo dall’intuizione geniale di Roland Petit, il più grande coreografo francese di tutti i tempi. Nel balletto di Roland Petit l’amore tra Vivette e Frederi, che appaiono in scena intenti a partecipare alla festa del paese, è ostacolato dall’ossessione di quest’ultimo per il ricordo dell’Arlésienne, donna da lui amata in passato che non riesce a dimenticare. All’allegria del momento fa da contrappunto il dramma interiore che consuma il giovane, che non riesce ad amare Vivette perché tormentato dalla nostalgia per l’Arlésienne. Lei non compare mai in scena, fa parte di un antefatto. L’Arlésienne è soltanto un senso di perdita, di sconfitta, di abbandono che sconvolge l’animo e turba la mente di Frederi, portandolo via da un presente che potrebbe essere felice, ma è intriso di disperazione. Vane le attenzioni di Vivette, i cui sentimenti F. vorrebbe corrispondere ma non riesce perché il ricordo dell’altra lo logora fino a portarlo al suicidio. Roland Petit, eccellente coreografo narrativo, porta i protagonisti ad esprimere un caleidoscopio di emozioni. Lo spettatore è coinvolto e trascinato nell’allegria della festa dai paesani, nella dolcezza dell’amore puro da Vivette, nella malinconia del ricordo che man mano diventa un’ossessione e poi disperazione. La struttura coreografica accompagna e rende tangibili tutti i cambiamenti di stato d’animo, rispettando le intenzioni di Daudet di descrivere la realtà senza filtri. Rappresentato per la prima volta, con successo, nel 1974 dal Balletto Nazionale di Marsiglia, il balletto è stato riproposto in molti teatri dal mondo, dall’Opera di Parigi alla Scala di Milano, dall’Opera di Roma al Balletto Nice Méditerranée, entrando a pieno titolo nei classici del balletto del ‘900. Attualmente in scena al Teatro San Carlo di Napoli, è interpretato da Danilo Notaro e Claudia D’Antonio. Danilo Notaro che ha colto a pieno il dramma interiore del protagonista, colpisce per l’espressività del movimento e quindi la dimensione tragica del vissuto che rendono fedelmente le intenzioni dell’autore. Il sentimento di disperata rassegnazione di Claudia D’Antonio nei panni di Vivette arriva forte e diretto, è il dramma di una donna il cui amore è respinto, azione resa palese dalle immagini fortemente evocative che Petit rappresenta con una gestualità esplicita.

Ancora una volta le pagine di un classico della letteratura prendono forma, diventano tangibili con tutti i sensi tramutandosi in musica e movimento, le arti si uniscono a creare armonia e ad amplificare la bellezza.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie

Danza e Letteratura: “L’Après midi d’un faune”, di Serena Cirillo

“La danza inizia dove le parole non esistono più”.  Con questa famosa affermazione Pina Baush voleva sottolineare il valore espressivo della danza come linguaggio universale, il suo potere di sintesi che ispira altre forme d’arte e spesso ne è ispirata.

E’ esattamente quello che succede con il poema di Stephane Mallarmé: “L’après midi d’un faune” (Il pomeriggio di un fauno), che ha creato intorno a sé, già dalla sua prima apparizione nella seconda metà del XIX secolo, un movimento artistico non indifferente coinvolgendo teatro, musica e danza, creazioni che vengono eseguite ancora oggi nei teatri lirici più importanti. L’après midi d’un faune, poema composto da centodieci versi alessandrini e opera più famosa di Mallarmé, è considerato una pietra miliare del simbolismo nella storia della letteratura francese. Il poeta Paul Valery, già fervente discepolo dell’autore, lo considerava addirittura il più grande poema francese di tutti i tempi. La versione iniziale fu scritta da un giovanissimo Mallarmé (appena ventitreenne) tra il 1865 e il 1867, periodo in cui, fresco di lettura di “Les fleurs du mal” subì maggiormente l’influenza di Baudelaire e la trasferì nei suoi poemi. Definito il più baudelairiano dei poeti simbolisti, elaborò un suo concetto secondo il quale la poesia pura era l’unico strumento per poter accedere all’assoluto e non aveva altro scopo che creare un mondo ideale. Il poeta non doveva riprodurre ciò che l’uomo già conosceva né raccontare il mistero, ma semplicemente evocarlo in un linguaggio poetico che non avesse nulla a che fare col linguaggio quotidiano. Mallarmé si affidava alla tecnica della suggestione per allontanarsi progressivamente dalla realtà; per lui il testo poetico non poteva essere chiaro o lineare, per cui l’ermetismo era fondamentale. La versione definitiva del poema “L’après midi d’un faune” vide la luce nel 1876 e suscitò grande scalpore sia per la forma che per il contenuto. I versi infarciti di termini rari o desueti, i vocaboli eccentrici, la sintassi disarticolata, il ricorso continuo al simbolo, descrivevano le esperienze sessuali di un fauno appena sveglio che raccontava in una sorta di monologo sognante delle ninfe che aveva incontrato o forse sognato. Frequenti le metafore a sfondo erotico in un’ambientazione bucolica tipica del classicismo, ma con uno stile completamente nuovo.

Il poema, pubblicato con frontespizio e illustrazioni di Edouard Manet, fu fonte di ispirazione per artisti della generazione successiva come Claude Debussy, che circa venti anni dopo scrisse la composizione per orchestra “Prélude à l’après midi d’un faune”, a sua volta Vaslav Nizinskij, che su quella musica creò nel 1912 la coreografia che prende il nome dal poema. Fu lo stesso Nizinskij a interpretare il ruolo del fauno nella prima all’Opera di Parigi della produzione che fu una grande novità per l’epoca. Per il balletto, nel quale un giovane fauno incontra diverse ninfe, amoreggia con loro e infine le rincorre, fu scelto uno stile deliberatamente arcaico. La melodia di Debussy serviva da paesaggio sonoro alla scena, mentre i movimenti dei ballerini diventavano violenti e discontinui, proprio come la sintassi del poema. La rottura con la danza classica, con il tecnicismo a cui i ballerini russi erano abituati, alla leggerezza dei passi, apparve molto forte, ma aprì la strada ad una nuova tendenza.

Inizialmente il balletto, a causa degli articoli negativi pubblicati su Le Figaro, non ebbe una buona accoglienza da parte del pubblico, scandalizzato, né della critica. Il pubblico rimase sconcertato da una danza molto differente da quella che era solito vedere; stupì anche il costume molto aderente, ma fu specialmente la mimica finale dell’atto sessuale che causò lo scandalo. Ciononostante rimase nel repertorio per molto tempo e per molto tempo ancora restò pressochè invariato, mantenendo uguale anche il costume del fauno. E’ stato più volte coreografato in nuove edizioni negli anni successivi fino ad arrivare alla versione più famosa, quella di Jerome Robbins nel 1953, riproposta in questi giorni al Teatro San Carlo di Napoli. La coreografia di Robbins è sicuramente più snella e scorrevole, allestimento scarno e scenografia ridotta al minimo, tutto il balletto è affidato al passo a due dei protagonisti, al San Carlo interpretati da Karina Samoylenko ed  Emanuele Torre nel primo cast, poi Claudia D’Antonio e Stanislao Capissi, e ancora Martha Fabbricatore e Raffaele Vitozzi. Un pezzo molto piacevole, dove la perfezione tecnica si sposa benissimo coi virtuosismi musicali della splendida composizione di Débussy, che a sua volta ricorda agli appassionati i versi straordinariamente innovativi di Stéphane Mallarmé.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie

Danza e Letteratura: “L’ultimo viaggio di Sindbad” e “Exodus”, l’esodo eterno come condizione esistenziale, di Serena Cirillo

Letteratura, cinema, teatro, ancora letteratura e infine danza. Una storia senza tempo che approda al mondo di oggi, trasferita dall’Oceano Indiano al Mar Mediterraneo. La figura del marinaio Sindbad, fortunato avventuriero delle Mille e Una Notte, è sempre stata estremamente suggestiva, così il regista Maurizio Scaparro nel 2002 invita lo scrittore Erri de Luca a scriverci un’opera teatrale, e l’autore lo colloca nell’attualità.

Il Sindbad di De Luca è una reincarnazione mediterranea del personaggio di “Le Mille e una notte”, conosce del mare il bene e il male, la calma e la tempesta, la bellezza e i pericoli. Ha trasportato uomini e donne dall’Europa all’America nel primo novecento verso il sogno americano, ha visto la loro disperazione e intuito le loro speranze, ne ha accompagnato i desideri e le ambizioni. Oggi, ormai anziano, il moderno Caronte traghetta verso il sogno italiano, o europeo, i nuovi migranti, ben diversi da quelli del secolo scorso per condizioni di vita e obiettivi.

Traspare un altro tipo di disperazione, che l’autore tratteggia per tutta la narrazione attraverso i dialoghi tra Capitano e Nostromo, tra Capitano e passeggeri, e nei monologhi di Sindbad.  Nella prefazione Erri de Luca afferma: “Ho scritto di un Sindbad del Mediterraneo, un marinaio più insonne che immortale, e del mare degli emigranti italiani del 1900 inghiottiti vivi dalle Americhe. Qui Sindbad è all’ultimo viaggio. Trasporta migratori e migratrici verso il nostro occidente chiuso a filo spinato. Quest’opera con Sindbad è ancora affidata alla misericordia delle onde, che sono più ospitali della nostra terraferma.” Ha parole aspre come quelle del Capitano, Erri De Luca, dalle quali traspare tutta la drammaticità di una storia tragica, mai a lieto fine, di destini segnati e di un riscatto impossibile. Un testo scritto per il teatro che ha il ritmo di un racconto, intenso ed incisivo.

Testo duro, dissacrante, impietoso sin dalle prime parole. Il capitano della nave saluta i passeggeri dicendo: “Malvenuti a bordo. Per la durata della traversata resterete nella stiva. Sarà permesso di uscire un uomo alla volta e per un’ora al giorno. Nessuna donna esce. Ci sono satelliti che controllano pure quanti pidocchi abbiamo in testa. Chiaro?”. Il linguaggio del capitano e del marinaio che collabora è stringato, essenziale, crudo ai limiti della volgarità. I commenti dei passeggeri, caratterizzati dalla triste rassegnazione alla loro condizione di merce di scambio, ma allo stesso tempo dalla disperata speranza di approdare in un mondo migliore, sono di un realismo tragico e agghiacciante: “Io ho pagato per la libertà. Non importa come viaggio, mi possono infilare pure in una cassa da morto, basta che mi fanno sbarcare vivo”; o anche: “Mi sono imbarcato per non andare in guerra. Scappo dall’esercito che manda a combattere contro i nostri fratelli”. Lo stile è scarno, le frasi sono brevi, semplici ed essenziali, come se l’autore volesse sottolineare l’importanza del contenuto limitando al massimo la forma. 

L’argomento, tanto doloroso quanto attuale, è stato trasposto in danza, con tutta la sua tragicità, dai coreografi Mariana Porceddu ed Emiliano Pellisari e dai danzatori della compagnia NoGravity: Saverio Cifaldi, Anna Balestrieri, Luca Forgone e Lella Ghiabbi. Colpita dal testo di Erri De Luca, sensibile da sempre alla questione dei migranti, la coreografa e prima ballerina della compagnia ha ritenuto necessario apportare il suo contributo per sensibilizzare l’opinione pubblica verso un problema che molti tendono ad ignorare o a liquidare in modo superficiale facendo ricorso a insulsi luoghi comuni. Così nasce “Exodus”, una creazione a quattro mani, struggente ed incisiva come la narrazione di De Luca, che descrive il viaggio iniziatico di qualsiasi essere umano e l’esodo eterno di ogni popolo che è stato costretto ad emigrare per cercare una vita migliore. Prima di mettere in scena la produzione, i due coreografi hanno consultato la bibliografia che ha usato Erri De Luca per “L’ultimo viaggio di Sindbad”, dall’Antico Testamento a “Uomini Vuoti” di T.S. Elliot, passando per “Le Metamorfosi” di Ovidio.

 La coreografia di NoGravity si apre con una massa indistinta di corpi sulla scena che sembrano tutti uguali, proprio per sottolineare l’esodo di un popolo simile ad un’onda di materia di cui ogni uomo è solo una piccola parte in balia del destino. In un gioco di specchi e simmetrie i corpi si staccano e si riattaccano tra loro creando essi stessi la scenografia. Dopo aver percorso, allegoricamente, il deserto, i corpi diventano una barca con cui varcare il mare, dalla quale ad un certo punto viene espulso il passeggero il cui sacrificio, secondo l’antica credenza, serve a far placare la tempesta (come accade nel testo di Erri De Luca). Poi i corpi diventano la balena che inghiotte il passeggero gettato in mare, con un chiaro richiamo a Giona il profeta,  e i passeggeri superstiti iniziano a recitare le preghiere come estremo gesto scaramantico tra il sacro e il profano. Le preghiere sono cristiane, ortodosse, ebraiche e musulmane, simbolo di uguaglianza di tutte le religioni di fronte all’universo e di fratellanza tra gli uomini a prescindere dal loro culto.  La performance dei danzatori-acrobati racconta una storia senza tempo, un viaggio di anime sospese, anime senza gravità che scorrono leggere sulla terra e si sussurrano storie nell’orecchio per restare vivi alla maniera di Sherazade in “Le mille e una notte”.

Contemporaneamente l’attore Moni Ovadia, presente sulla scena, recita brani da “Le Metamorfosi” di Ovidio che hanno dei riferimenti con la storia. Uno spettacolo intriso di cultura mediterranea, nel quale anche le musiche sono tradizionali, etniche, riproduzioni di quelle degli strumenti citati nell’Antico Testamento. Il finale è tragico, senza speranza, metafora di una condizione esistenziale che si ripete dalla notte dei tempi, che trasmette un messaggio diretto come  un grido di dolore per l’umanità intera.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie

Poesia in danza, di Serena Cirillo

Pensare che una coreografia sia scaturita da poesia contemporanea è commovente, ancor più quando si comprendono le tematiche per esperienza vissuta, per radici comuni e per il richiamo ancestrale della propria terra, lo stesso che ha ispirato il poeta Vittorio Bodini e il coreografo Fredy Franzutti, direttore del Balletto del Sud. Leccese, da sempre attento alla cultura e alle tradizioni della sua terra e, più in generale, del suo Sud, ha portato in scena la creazione più fortemente intrisa dell’humus delle sue origini. 

Si tratta della coreografia “La luna dei Borboni”, ispirata dall’omonima raccolta di poesie, pubblicata nel 1952, del grande scrittore, traduttore, giornalista, poeta Vittorio Bodini, suo conterraneo e fondatore, nel 1932, del “Futurblocco leccese”, vivace movimento futurista locale. La poesia di Bodini parla, in modo struggente e appassionato, di un Sud immobile, indifferente persino all’unità d’Italia, incatenato ai suoi riti e tradizioni, coraggioso nel suo dolore e tenace nella speranza. Un Sud in cui i riti pagani si mescolano e si fondono con una cristianità severa che permea il contesto sociale e condiziona la vita quotidiana. La continua attrazione tematica del sud e la dimensione memoriale allontanano Bodini dall’oscuro ermetismo post guerra, avvicinandolo ad una struttura in versi più vicina alla testimonianza.

Ma l’estremo lembo di terra nel quale il poeta ha vissuto gran parte della sua esistenza, è anche tema denso di tristi riflessioni e di dolori esistenziali lancinanti “Qui non vorrei morire dove vivere / mi tocca, mio paese, / così sgradito da doverti amare; / lento piano dove la luce pare / di carne cruda / e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.” Supremo cantore di un sud mitico, ancestrale, ma, nel contempo, limitante e castrante, uno dei più rappresentativi di quella linea meridionale che da molti critici è stata definita una delle intuizioni più suggestive del nostro secondo novecento letterario.

Vittorio Bodini

Ciò che caratterizza la poesia, e più in generale il pensiero di Bodini, è la sua concezione del Sud, con mille contraddizioni, le tante difficoltà, i molteplici limiti, ma anche con l’irresistibile fascino ed il fortissimo richiamo; una sorta di attrazione-avversione, di odi et amo, una denuncia tanto sincera quanto dolorosa della situazione del Sud e della sua gente. E’ una poesia dai forti contrasti, e in ogni verso il poeta mostra l’ambivalenza nei confronti della sua terra e racconta il suo Sud metafisicamente sospeso in una tristezza schiacciata dal tempo che sembra essersi fermato.

“La luna dei Borboni 

Col suo viso sfregiato tornerà 

Sulle case di tufo, sui balconi.

Sbigottiranno il gufo delle Scalze

E i gerani – la pianta dei cornuti – 

E noi, quieti fantasmi,

discorreremo dell’unità d’Italia”

Le stesse suggestioni vengono evocate dalla coreografia di Franzutti, che tramuta in movimento le parole del poeta e dà loro vita mediante il corpo dei ballerini che la realizzano. Per questa produzione che l’artista ha creato in esclusiva per la sua compagnia,  “Il balletto del Sud”, il Maestro ha usato il linguaggio moderno della danza contemporanea e del teatro-danza.

Lo spettacolo si apre con la voce fuori campo dell’attore Andrea Sirianni, che recita i versi di Bodini e subito trasporta il pubblico nell’atmosfera dell’epoca. Segue il passo a due dei primi ballerini, Nuria Salado Fusté e Matias Iaconianni, che descrive l’amore in tutte le sue fasi, passando dal romanticismo alla sensualità delicata che si fa via via più accentuata. Non mancano le crisi, le riprese e la frattura, l’epilogo finale dal lirismo potente affidato alle capacità drammatiche del collaudato sodalizio tra i due artisti. La forte teatralità, sebbene importante in una produzione del genere, non prende il sopravvento sulle capacità tecniche dei due protagonisti.

Il racconto muto del coro che li circonda narra la vita di un paese del sud, coi suoi rituali, col suo popolo, a volte entusiasta, a volte disperato, segnato da una vita dura che alterna speranza a rassegnazione. I volti parlano, i corpi comunicano al pubblico un caleidoscopio di sentimenti e sensazioni. E’ evidente nei pezzi dei solisti Ovidiu Chitanu e Christopher Vasquez, che ipnotizzano il pubblico con la loro plasticità. I musicisti dell’ensemble “Brancaleone Project”, Giuseppe Spedicato, Rocco Nigro e Giorgio Distante, sono presenti in scena, sullo sfondo, come unico elemento di un allestimento volutamente scarno come scarno era il sud del dopo guerra raccontato dal poeta. La musica, originale, composta per l’occasione da Rocco Nigro e Giuseppe Spedicato per fisarmonica e tromba, riprende le melodie delle feste di piazza dal sapore antico e nostalgico e delle processioni religiose. Ricordando motivi balcanici, ritmati e sensuali, comuni a tanta tradizione del nostro meridione, alternati da brani dall’atmosfera sognante alla maniera di Nino Rota, a suggerire qua e là elementi futuristi (corrente tanto cara a Bodini).

I linguaggi di poesia, teatro e danza, tenuti insieme dalla musica, si rincorrono tra loro, si intrecciano senza mai sovrapporsi e sono complementari, come ad esprimere la complessità della vita, fatta di tanti elementi uniti dalla forza dei sentimenti e della passione.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie

“Addio a Berlino” di Christopher Isherwood (Adelphi, trad. Laura Noulian) e “Cabaret” nella versione di Arturo Brachetti e Luciano Cannito, di Serena Cirillo

Anche la danza può essere un piacevole ed efficace strumento per avvicinarsi alla letteratura. Aver visto di recente il musical “Cabaret”, ha suscitato la mia curiosità spingendomi a leggere il romanzo da cui prende spunto: “Addio a Berlino” di Christopher Isherwood nella traduzione di Laura Noulian pubblicata da Adelphi.

Si tratta di un racconto autobiografico dello scrittore inglese che nel 1930 si stabilisce a Berlino per viverci un paio d’anni. Si trova improvvisamente a frequentare il “sottobosco” della società berlinese con i suoi personaggi da corte dei miracoli. In cerca di ispirazione, tenta di scrivere un romanzo mentre, per sbarcare il lunario, dà lezioni di inglese a personaggi dell’alta borghesia. La sua esperienza berlinese si traduce in una sorta di bipolarismo: una parte della sua vita si svolge nei salotti borghesi dei suoi clienti, un’altra in compagnia di personaggi strani e ambigui, spesso equivoci, che popolano i bassifondi, i locali da lui frequentati e le pensioni dove alloggia, sempre più modeste man mano che si assottigliano le sue risorse. L’ambiente, i personaggi e le situazioni sono descritti con un realismo a tratti angosciante. Le situazioni tragiche vengono trattate con ironia e apparente leggerezza; i temi sociali e politici sono appena accennati, proprio per non far perdere all’opera il suo carattere di romanzo di formazione. Il senso di decadenza e di precarietà si respira ovunque: sia presso la famiglia della classe operaia che gli affitta una camera del proprio appartamento per arrotondare, assillata dai debiti e dalla vita di espedienti ai limiti della legalità che conducono i figli, sia nell’ambiente altolocato in cui transita, in cui sono tutti angosciati dalla pericolosa piega che sta prendendo la scena politica nazionale. Il triste presagio di una guerra imminente si fa sempre più concreto, avvalorato dalle varie manifestazioni di protesta a sfondo politico da parte dei nazisti o dei comunisti, o, peggio ancora dalle rappresaglie antisemite. Così l’autore si aggira tra ladruncoli, faccendieri, prostitute e protettori, truffatori di tutti i livelli e nazionalità, ma anche tra umili e onesti lavoratori, mantenendo sempre lo stesso atteggiamento di osservatore esterno super partes, che si rivelerà completamente alla fine, quando tornerà nel suo paese subito prima dello scoppio della guerra per evitare di esserne coinvolto.

La prosa è scorrevole, fluida, asciutta ma attenta ai dettagli e ad ogni minimo particolare. Lo stile moderno si rispecchia nella forma e nei contenuti, innovativi e a tratti persino scandalosi per l’epoca. Il lessico è infarcito di neologismi e colloquialismi, la storia di Sally, la co-protagonista, è quella di una ragazza di facili costumi e degli uomini lascivi a cui si accompagna nella speranza di fare carriera nel mondo dello spettacolo. L’atteggiamento di sfida apertamente anticonformista è tipico delle donne che all’epoca volevano essere emancipate.

Lo spettacolo “Cabaret” nella nuova versione firmata da Arturo Brachetti e Luciano Cannito, è stato strepitoso. Entrato nella storia del teatro e della filmografia internazionale grazie al musical proposto a Broadway e al film di Bob Fosse del 1972 con Liza Minnelli, vincitore di otto Oscar, viene ripresentato nei teatri italiani con un format del tutto originale. La trama ha subito delle variazioni nell’adattamento teatrale, rendendo la sceneggiatura estremamente efficace. La grande novità della versione attuale è la proposta di Arturo Brachetti protagonista nel ruolo di Emcee, presentatore ambiguo e sfrontato del Kit Kat Club. Brachetti, mito vivente della visual performing art, che spazia dal teatro comico al musical ed è considerato il più grande trasformista contemporaneo, diventa maestro di cerimonie del famoso locale berlinese in un’atmosfera di eccessi, decadenza e contraddizioni, in un momento storico in cui l’euforica disperazione del dopo guerra stava per cedere il passo agli orrori della dittatura nazista. Lo spietato presentatore, che strumentalizza la dilagante libertà sessuale e i giochi di potere, altro non è che una metafora della crescente minaccia del terzo Reich. Ruolo drammaticamente attuale espresso in tutta la sua completezza con Brachetti, che interpreta perfettamente il mood contemporaneo e provocatorio, esplorando temi di politica, amore e libertà personale in un’epoca di grande incertezza. Con lui condivide la scena Diana Del Bufalo nel ruolo che fu di Liza Minnelli: la ragazza di facili costumi, soubrette che nel musical vive con lo scrittore (americano nella trasposizione teatrale) una relazione destinata poi a diventare una grande storia d’amore. La cantante dà un’interpretazione tutta sua al personaggio di Sally, incantando il pubblico con la sua voce straordinaria e la sua imponente presenza scenica. Nel cast ottimi cantanti, attori e ballerini. Ognuno di essi ha dato un tocco particolare al suo personaggio mantenendo un perfetto equilibrio tra comicità e tragedia, tra l’ironia e la drammaticità che rimane sempre sullo sfondo, data la delicatissima tematica che Isherwood ha inteso solo tratteggiare nel suo romanzo.

“E’ uno spettacolo di rottura, che può diventare impegnativo, con riferimenti politici sempre presenti” – afferma il Maestro Cannito – “pertanto ho preferito dare spazio alla leggerezza, senza sottolineare la tragicità del contenuto che è comunque evidente”.

Di grande impatto emotivo il finale, evocativo di un momento storico che ha segnato per sempre le sorti dell’umanità. Una trovata geniale che lascia il pubblico senza fiato.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie