Intervista a Michele D’Ignazio autore di “Fate i tuoni”, di Cristina Marra

A volte è necessario incresparsi come il mare e diventare tumultuosi come il cielo per evitare l’indifferenza e seminare poesia”.

Con “Fate i tuoni” (Rizzoli)  Michele D’Ignazio torna in libreria e racconta la storia corale di un paesino della Calabria affacciato sul mare che farà incontrare i due giovani protagonisti Murad e Zaira. Col suo stile unico e il suo giocare con le parole l’autore ci invita a scatenare tempesta, a farci sentire e ad allargare le braccia per accogliere come fa il mare quando si lascia raggiungere dai piccoli di tartaruga Caretta Caretta che in questa storia sono un esempio da seguire e un patrimonio da proteggere.  

    

Michele benvenuto su Il Randagio. La prima domanda ti calza a pennello: quanto ti senti un autore randagio?

Tanto. Oltre che scrivere mi piace molto viaggiare. Ho un passato un po’ fricchettone, di viaggi fatti con amici, spendendo poco o quasi nulla. Sono stati un grande insegnamento per me, una palestra di vita, un’inesauribile fonte di ispirazione. Adoro i cani e ogni volta che vedo un randagio ammiro la loro libertà e il loro vivere alla giornata.

La storia di “Fate i tuoni” comincia da un frammento di barca?

Esatto. È un dono che mi hanno fatto alcuni anni fa e io lo considero un amuleto, per due motivi: innanzitutto, osservandolo e toccandolo, è come se mi facesse vedere ciò che è successo su quella barca, come se fossi stato lì, durante il lungo viaggio sul mar Mediterraneo e nei momenti concitati dello sbarco. In secondo luogo, perché mi ha tenuto ancorato a questa storia: a volte me ne allontanavo, seguendo tanti altri progetti, ma quel piccolo frammento di barca mi ricordava che dovevo scrivere questo libro. 

La storia del romanzo rimanda a una celebre frase di Carlo Levi a te cara “Il futuro ha un cuore antico”. Il passato deve servire per costruire bene il futuro? 

Io volevo raccontare una storia bella, così come è stata l’accoglienza degli abitanti di Badolato quando, nel lontano 1997, avevano ospitato nelle case del paese vecchio tantissime persone sbarcate con la nave Ararat. Davanti a ciò che è successo a Cutro rimane un senso di amarezza e rabbia, perché non tutti, purtroppo, hanno avuto il destino felice di Murad, uno dei due protagonisti di “Fate i tuoni”. Non tutti, su quella barca, sono riusciti a raggiungere la costa.

In questi ultimi anni, si sono fatti dei passi indietro e la mia speranza, e uno dei motivi per cui ho scritto il libro, è che si possa tornare a quello spirito solidale e a quella genuinità che hanno ispirato “Fate i tuoni”, rispecchiandosi nelle persone che vivono d’amore, in Calabria, e non solo qui, e che tutti i giorni, lontani dai riflettori, fanno sì che il mondo sia un posto bello e accogliente, un posto dove i bambini possano sorridere e giocare. 

La tua è una storia di terra e di mare?

Sì, c’è un continuo scambio tra il mare e la terra. Vengono lanciate in mare 302 bottiglie con dentro un messaggio e dopo pochi giorni sbarcano 302 persone. Con la schiusa delle uova, 92 piccole tartarughe raggiungono il mare e, dopo pochi attimi, 92 persone raggiungono la costa. Tutto è collegato. Tutto, a suo modo, comunica. Accoglie e restituisce. In un mondo che va troppo di fretta e sembra essere unidirezionale, a volte ce ne dimentichiamo.

Prologo, diviso in tre parti e con Epilogo, il romanzo può considerarsi anche a finale aperto, in progress?

Io amo i finali aperti. Questo in realtà, rispetto ad altri miei libri, lo considero abbastanza compiuto. In ogni caso, non so ancora se ci sarà una continuazione. Non lo sapevo quando ho pubblicato “Storia di una matita”, che poi ha avuto due seguiti. Così come non lo sapevo quando è uscito “Il secondo lavoro di Babbo Natale”, anch’esso poi diventato trilogia. Vedremo…


Sei anche un grande lettore, quali sono i libri che ti hanno segnato e ai quali non rinunceresti mai?

Ce ne sono tantissimi. Forse uno di quelli che mi ha segnato di più è “Martin Eden” di Jack London.
Racconta la vita di Martin Eden, un passato da marinaio, senza aver frequentato mai una scuola, che un giorno legge per caso un libro di poesie. E gli piace, gli piace tanto. E si mette a scrivere. Scrive cose belle, ma vengono rifiutate da ogni editore. Scrive ancora e manda agli editori e viene sempre rifiutato, per lo più perché fuori dagli ambienti letterari. Accumula rifiuti e viene respinto anche dalla ragazza di cui è innamorato. È una vita di rifiuti. Il mondo, tutto il mondo che ha intorno, gli sembra sbagliato, ipocrita. Però la cosa incredibile è che Martin Eden anziché demoralizzarsi, acquista forza da questi rifiuti, sembra che tutte le sfortune gli diano sempre più forza. Si fa in quattro, in otto, lavora come un matto di giorno e scrive senza pause di notte. È stupefacente! Quando lo lessi, intorno ai 24 anni, mi immedesimai totalmente in quel personaggio, vissuto 100 anni prima di me, in California. E ne trassi forza! Mi insegnò il coraggio, a volte l’ostinazione. E la grande fiducia nelle proprie capacità. Infine, per concludere, va detto che ha un finale sconvolgente. Un libro da leggere ancora oggi, soprattutto oggi, in un’epoca in cui spesso si cercano (e vengono esaltate) facili scorciatoie.

A quale dei personaggi che racconti senti di somigliare di più?
Direi a Nik, un’artista che mette la sua arte a disposizione della comunità e che crede in un mondo migliore.


“Fate i tuoni” ha tante parole conchiglia, ne regali una ai lettori de Il randagio?
Le parole-conchiglia sono quelle parole che, a poggiarci l’orecchio, scopri che contiene in sé il suono dolce di un’altra parola. Vi regalo “abbandono”: dentro accoglie la parola “dono”. Quasi una contraddizione! Chi può pensare all’abbandono come a un dono? Eppure il paese vecchio che descrivo nella storia, ormai abbandonato, può essere donato. In qualche modo, può diventare un regalo. Ma per chi?

Cristina Marra

Strega 2024 – Intervista a Eduardo Savarese, di Daniela Marra

Le Madri della Sapienza di Eduardo Savarese, Wojtek edizioni, proposto allo Strega 2024 da Riccardo Cavallero, è stato spesso definito un romanzo distopico. Eppure appare evidente già dalle prime pagine che qualsiasi vestito risulta imperfetto. Troppo corto, troppo stretto, troppo alla moda o troppo largo, questo accade perché il romanzo di Savarese che ha la forma di vero romanzo tradizionale otto-novecentesco, in particolare ricorda per alcuni versi la produzione russa, è un’opera trasformista, che attinge a una moltitudine di registri diversi ma sapientemente armonizzati.
Visionario, surreale, imprevedibile, racconta una storia-mondo, attraverso un ricchissimo sottobosco di personaggi e trame. Un inno sacro e provocatorio alla potenza dell’amore non come sentimento ma come forza trasformativa, come silenzioso sacrifico, nel senso più classico della parola: Sacer Facio, fare sacro, rendere sacro.

Abstract romanzo:
Il primo ministro Anselmo Riccardi ha l’ossessione di rifondare la famiglia tradizionale. Dietro di lui, dentro di lui, agisce Ulrica Neumond, maga e fondatrice della Casa Europea dei Nuovi Ariani.
Il loro famelico disegno di conquista si abbatte sul monastero delle Madri della Sapienza, ordine laico fondato da tre maturi omosessuali: Luciano (Cinzia), Giorgio (Olimpia) e Fernando (Gridonia).
Le Madri non sono sole: al loro fianco si schierano Licia, undicenne e mistica figlia del premier, e Barbara, moglie combattiva che, da alleata, si trasforma in antagonista di Anselmo.
Aleggia su di loro Fosco Nunziante, intellettuale morto da tempo, come l’ombra del demonio sul destino dei vivi.
Dramma wagneriano, racconto esoterico e commedia fantastica, Le Madri della Sapienza oppone, alla paura indotta da un potere politico magico-autoritario, un neo-monachesimo libertario e umanista, antidoto allo sradicamento della vita interiore.

Nell’introduzione all’ intervista ho parlato di vestito, ma l’obiettivo di rintracciare una categoria di appartenenza per il tuo romanzo, malgrado lo sforzo, è stato vano. Non sono riuscita a trovare un abito appropriato. E allora ho deciso di procedere per sottrazione. È solo spogliandolo che il lettore può osservarlo, trovandosi davanti a una complessa stratificazione. La forma romanzo si colorisce di tante sfumature, si forma, trasformandosi continuamente. Perciò sarebbe interessante raccontarci quando è stato concepito Le Madri della Sapienza e qual è stata la sua gestazione.

Questa tua considerazione, così appropriata, circa la natura sfuggente delle Madri a una
categorizzazione mi fa molto piacere. I mezzi di costruzione del racconto, in questo romanzo, sono, all’apparenza, molto classici. E d’altra parte, nella mia formazione e nella mia ‘pratica’ artistica, ricerco, nell’articolare il pensiero, nello scegliere le parole, nel comporre le figure e le scene, quel che generalmente diciamo il ‘classico’. In altri termini, tutto qui sembra molto convenzionale (nel senso letterale di aderenza a certe convenzioni consolidate del romanzo), però poi il punto di arrivo spiazza (o i vari punti di arrivo, parziali e finali). Posso dire questo: la gestazione nasce da un input molto chiaro dato a me stesso. Sentiti libero di osare, di complicare, di immaginare rispettando profondamente la dignità del tuo immaginario. Sentiti libero di divertirti. Non preoccuparti di esaudire un’aspettativa esterna al tuo processo creativo.

Ci sono alcune categorie che attraversano tutto il romanzo. Una di queste è il potere. Il potere che distrugge e crea assuefazione, illusione, menzogne. Il potere per il potere ricorda per alcuni versi il Macbeth. Quanto la coppia Anselmo-Barbara è ispirata alla tragedia shakespeariana?

Moltissimo, ed in modo evidente, anche mediante riferimenti espressi, variazioni su citazioni quasi letterali (anche dalla versione operistica di Macbeth, quella di Verdi). Il potere è uno dei pilastri del romanzo: ed il potere in coppia mi ha sempre solleticato la fantasia e la meditazione. Per cui Anselmo e Barbara non potevano non avere quel referente.

Chiaramente l’autore di questo romanzo è un nuovo Eduardo, o meglio un Eduardo più completo, forse anche più vero, che mette in luce per la prima volta nella scrittura ogni sua sfaccettatura. Memoria emotiva, memoria intellettiva e realtà quotidiana si fondono e si confondono, ma sono sempre raccontate attraverso la lente dell’ironia, un’ironia garbata che rende ogni provocazione delicata. Che cosa consente questa chiave di scrittura ironica e oserei anche autoironica?

Che bella domanda… l’ironia (e soprattutto l’autoironia, anche del narratore circa i processi narrativi attuati: vedi la citazione schizofrenica che oscilla da Borges ad Angela da Foligno) nasce dallo sguardo compassionevole sul mondo. Lo sguardo che, da tempo, mi interessa di più è quello. Lo sguardo che può lenire la crescente violenza del mondo.

Realtà inquiete, sante, maghe e visioni profetiche, la sensazione spesso è di trovarsi catapultati in un’opera lirica, dove l’irrazionale e il fantastico sono dimensioni che conferiscono potenza alla realtà, ancora più del realismo puro. Quanto ha influito l’amore per l’Opera nella tua scrittura?

Enormemente. Ma me ne sono accorto in una fase avanzata della prima stesura (le stesure sono state tre, in tre anni). E me ne sono accorto precisamente nel punto in cui decidevo di superare
l’autocensura sull’irruzione della presenza fantastica nel monastero delle Madri. Il teatro lirico ha rilasciato il salvacondotto all’espressione del mio immaginario, in termini di possibilità del racconto… poi ci sono le incursioni più decifrabili (il nome verdiano della maga Ulrica, o la presenza, in un sogno, delle fanciulle fiore wagneriane…).

Le Madri della sapienza insegnano senza essere didascaliche. Con la riscoperta del monachesimo ci ricordano l’importanza della dimensione comunitaria, che oggi è sempre più infranta e dimenticata. Quanto è importante recuperare questa dimensione?

Mi pare sia vitale. Disintegrati a questo modo possiamo solo continuare a disintegrarci fino
all’estinzione nell’ignominia. La dimensione comunitaria, fondata su valori altamente spirituali, e su forme di disciplina condivise, oggi avrebbe molto da darci: certo, va reinventata, ma è una bellissima sfida del pensiero e dell’azione.

Parliamo di Amore, sembrerebbe una grande categoria universale e sentimentale, eppure nelle
Madri della Sapienza l’amore è sapienza. Un ritorno all’ordine nel disordine quotidiano dove
sembra sparita ogni bussola. Amare nella verità è un ritorno all’essenziale. Quanto e come risulta salvifico l’amore nel tuo romanzo?

L’amore è sempre stato al centro di tutto quello che ho scritto finora, anche nel saggio-racconto sul fine vita, Il tempo di morire. L’amore che dà salvezza, nelle Madri, deriva dalla combinazione tra verità e misericordia: è l’amore di Cristo. Io ho fame e sete di occasioni per parlarne con libertà, consapevolezza, passione e ironia. In questo romanzo ho provato a ritagliarmi una piccola, grande occasione.

Dimensione onirica, ironia, favola nera e surrealismo, solo alcuni ingredienti dell’alchimia delle
Madri della Sapienza. Sul grande schermo immaginerei una regia di Terry Gilliam e tu?

Terrence Malick. Magari… E, forse ancor più: Alice Rorhwacher.

Con quale personaggio del tuo romanzo andresti all’Opera e a cena e quale Opera andresti a
vedere?

Nessun dubbio: andrei con Ulrica Neumond e andremmo a vedere I maestri cantori di Norimberga di Wagner. Forse Ulrica però non cenerebbe, berrebbe soltanto, quello sì, ma in niente di meno che nel calice del Graal…

Daniela Marra

Eduardo Savarese (1979) vive e lavora a Napoli. Ha pubblicato i romanzi “Non passare per il sangue” (2012) e “Le inutili vergogne” (2014) per e/o, “Le cose di prima” (2018, minimum fax) e il racconto “La camera di Ondino” (Tetra, 2022). È autore anche di ibridazioni tra saggio e narrativa, su temi etico-giuridici (“Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma”, e/o, 2015; “Il tempo di morire”, Wojtek, 2019), o intorno alla propria melomania (“È tardi!”, Wojtek, 2021). Scrive per «Il Riformista» e «L’Indice dei Libri del Mese».

Intervista a Marcello Simoni autore di Morte nel chiostro (La nave di Teseo), di Cristina Marra

Definito da Antonio D’Orrico “l’unico erede legittimo di Umberto Eco”, Marcello Simoni con Morte nel chiostro il suo secondo romanzo edito da La nave di Teseo, offre un altro scorcio della Ferrara di fine 1100, con un romanzo che indaga il secolo dentro un monastero femminile in cui “gravosi interrogano l’anima” della novizia Beatrice e della badessa dopo due crimini avvenuti nei pressi del chiostro. Come una sorta di delitto della camera chiusa, Simoni con grande maestria narrativa racconta le figure femminili di un secolo che regala ancora tanto da scoprire. 

Marcello benvenuto su Il randagio.

 “Morte nel chiostro” è il tuo secondo romanzo con La nave di Teseo. Quanto offre ancora il territorio di Ferrara a uno scrittore di gialli?

Tantissimo. Le terre del Ferrarese sono fatti di sogni e nebbia. Materiale effimero che si moltiplica all’infinito nella fantasia di un narratore. Soprattutto se parliamo di storia e di misteri.

Stupire e divertire sono i tuoi obiettivi? Il Medioevo è un’età che si presta?

Tutto si presta a suscitare lo stupore. L’importante è la prospettiva che si adotta nel raccontare. Ma il Medioevo, in special modo, è uno scrigno inesauribile di meraviglie. Da Oriente a Occidente, sul mare e lungo le città costiere dell’Italia, la Spagna, e l’Africa, per non parlare della Terrasanta, non esiste un solo istante di questo arco di mille anni in cui non si possa ambientare un’avventura. Almeno, se si guarda dal mio punto di vista.

La figura di Ildegarda di Bingen quanto è stata per l’epoca ed è tuttora un esempio di donna indipendente?

Ildegarda è stata molto di più di una donna indipendente. Ha dimostrato, con la sua vita, con le sue profezie e con le sue opere scritte, che una donna poteva gareggiare in sapienza con i grandi studiosi e teologi dell’Evo di Mezzo. È un esempio di libertà intellettuale che trascende l’epoca in cui è vissuta, restando tuttora attualissima.

Nei tuoi romanzi spesso ti soffermi su personaggi femminili ma in questo le donne sono protagoniste sia da vittime che da investigatrice. Com’è stato approcciarsi alla donna medievale e perché hai scelto di dedicare loro questa storia?

Desideravo da tempo scrivere un romanzo in cui i protagonisti principali fossero donne. L’ho cercato, progettato e inseguito finché non mi sono sentito pronto ad approcciarmi a questo complicatissimo e squisito universo. È stata, per la mia crescita di narratore, una boccata d’aria fresca. E un’esperienza che desidero al più presto ripetere.

Brevi capitoli e ritmo incalzante nonostante la scena narrativa sia chiusa dentro un convento. Hai usato uno stile cinematografico?

Ho usato uno stile alla Marcello Simoni. Quello che sono abituati a leggere i miei lettori dai tempi del primo Mercante. Una scrittura che si traduce facilmente in immagini.

Le due consorelle detective sono anche due generazioni a confronto?

Non le ho concepite come un confronto generazionale, ma come due punti di vista differenti a confronto: quello della badessa matura educata in uno scriptorium e quello della giovane vedova diventata novizia. Si tratta di “modelli” coesistenti nella maggior parte dei chiostri medievali. Realtà vive e pulsanti, capaci di suscitare curiosità e fascinazione.

Gli animali hanno ruoli simbolici nei tuoi romanzi?

Assolutamente sì. Del resto, ci troviamo nel Medioevo. Falchi, gufi, colombe e civette, ma anche cani, cavalli e pipistrelli appartengono non solo alla quotidinaità dell’uomo dell’Evo di Mezzo, ma anche al suo immaginario e alla sua cultura simbolica. Che per inciso, è molto più ricca e profonda di quella attuale, dove tutto viene omologato dalla IA. I tuoi disegni accompagnano la narrazione

Quanto ti senti uno scrittore randagio nella tua ricerca storica?

Un randagio apparente, perché ho sempre in tasca la mia bussola di ricercatore storico. Quando scrivo, so sempre come e dove muovermi. E per quanto possa vagabondare dentro la mia fiction, tengo sempre di vista una foresteria o una locanda in cui poter riposare.

Cristina Marra

Tre domande a Viola Ardone, di Amedeo Borzillo (foto di Ciro Orlandini)

Gli ultimi tre romanzi di Viola Ardone sono stati tre successi editoriali che l’hanno resa in pochi anni una autrice tra le più lette in Italia e tradotte all’estero. 

Noi de “il Randagio” abbiamo avuto il piacere di incontrarla in occasione dell’ultima Conversazione Letteraria organizzata dalla nostra Bianca Miraglia del Giudice che su base mensile invita autori a dialogare con i lettori, in un salotto letterario che consente un rapporto diretto, quasi confidenziale con lo scrittore di turno.

Viola, insegnante di italiano e storia in un liceo napoletano (non intende lasciare questo lavoro anche perché le piace e le garantisce, in un rapporto e confronto continuo con i ragazzi, la visione del futuro “in presa diretta”, come lei stessa dichiara) confessa che dialoga con i personaggi dei suoi libri a lungo prima di scriverne la storia, e ne diventa “amica” per sviluppare con loro il racconto.

Viola visita la “paura” (della miseria, dell’oppressione e della violenza) nei suoi vari aspetti e con sguardo positivo, lasciando trapelare che potrebbe nei prossimi romanzi affrontare il tema della guerra.

Le abbiamo pertanto posto tre domande non immediatamente riconducibili al suo ultimo libro “Grande Meraviglia”, ma più in generale al suo contesto letterario di riferimento ed al suo approccio alla scrittura 

*** Negli ultimi 3 romanzi affronti tematiche che riconducono al ventennio di egemonia culturale che la sinistra registrò a cavallo degli anni 50-70 che oggi è andata persa.

In particolare nel “Treno dei bambini” la Solidarietà, in “Olivia Denaro” l’emancipazione della donna e in  “Grande Meraviglia” il rispetto della persona umana e il diritto alla salute.

Continuerai a scrivere senza separare il racconto dal contesto/denuncia ?

Sono una persona “politica” e credo che questo si rifletta anche nei miei scritti, ciò non significa per me propagandare un’idea o un partito. Anzi, è l’opposto di quello che la letteratura debba fare. La mia scrittura è politica nel senso che è situata nel passato o nel presente per comprendere il passato e il presente, per raccontare un pezzo della nostra Storia attraverso le storie delle persone. Che cosa la povertà fa alle persone, che cosa la violenza fa alle persone, che cosa la discriminazione fa alle persone. Queste sono le domande che vorrei che i miei libri lasciassero aperte. I buoni libri, o almeno quelli che piacciono a me, non forniscono risposte ma seminano dubbi.

*** E’ opinione diffusa che premessa necessaria ma ovviamente non sufficiente per scrivere un buon libro sia “avere una bella storia da raccontare”. 

Le tue storie sono su argomenti così importanti che rischiano di mettere in secondo piano, soprattutto nella critica, la bellezza, l’intensità e la musicalità del tuo scrivere ed il tuo fare letteratura.

Il Randagio invece vuole sapere proprio chi sono i tuoi maggiori riferimenti letterari, su chi ti sei formata e magari quali i tuoi libri preferiti

È vero: i giornali, la televisione, la radio hanno bisogno di una storia per affezionarsi a un libro, è una semplificazione che coincide con le agende dei programmi e dei quotidiani: il caso del giorno, la storia del momento, l’indignazione di questa settimana. Ma la letteratura quando è buona non si lega al caso di oggi o al limite lo rende eterno, archetipico. A me piace lavorare sugli archetipi: nel Treno dei bambini c’è l’allontanamento, che è la molla narrativa di tutte le fiabe, in Oliva Denaro c’è la difficoltà del crescere per una ragazza, anche questo è un tema favolistico, basti pensare alla Bella addormentata, a Biancaneve, a Cenerentola e a tutte le fiabe in cui un’adolescente incontra il tema del desiderio, della bellezza, dell’amore, della paura dell’apparire e dell’essere vista.

Tutto questo deve essere sorretto dalla scrittura, ci sono problemi stilistici, narratologici, prosodici che l’autrice si pone appena stabilita qual è la storia da raccontare. La domanda per me non è mai solo “che cosa scrivere”, ma “come scrivere”. Nel corso della mia intensa carriera di lettrice ho amato molti autori e autrici dallo stile inconfondibile, dalla scrittura ardita, “difficile”. Erano peccati di gioventù, oggi sono convinta che la prosa di Calvino sia un punto di arrivo incredibilmente complesso. Tutte quelle frasi levigate, ironiche, lineari. Tutta quella “facilità” che nasconde un lavoro da minatore della sintassi. La metafora che mi viene in mente è quella celebre di La Capria, che parlava di “stile dell’anatra”, un’andatura che a prima vista sembra lineare e senza sforzo mentre sott’acqua nasconde un lavorio incessante di zampette.

*** Il treno dei Bambini è diventato un film di imminente uscita, Olivia Denaro è in Teatro con Ambra Angiolini. 

Dal Film “la meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, di Basaglia e della medicina “democratica” non si sente più parlare a cinema: c’è speranza con “La grande Meraviglia” ? 

Lo spero anche io, anche perché lo stesso produttore che ha realizzato il Treno dei bambini ha opzionato Grande Meraviglia. Sarebbe bello veder tornare i “matti” al cinema!

Amedeo Borzillo

Intervista a Antonino Monteleone per “Erba” (Piemme), di Cristina Marra

Due vittime di un presunto clamoroso errore giudiziario, così Antonino Monteleone e Francesco Priano autori di “Erba” (Piemme) considerano Rosa Bazzi e Olindo Romano,  da diciassette anni in carcere per scontare l’ergastolo per il quadruplice omicidio successo a Erba  l’11 dicembre del 2006. Una strage in cui perdono la vita tre adulti e un bambino e che in tre gradi di  giudizio condanna come unici responsabili i coniugi Romano. Dal 2018  Antonino Monteleone , giornalista e inviato della trasmissione televisiva Le iene insieme all’autore Francesco Priano, si occupa del caso  con un lavoro di giornalismo investigativo che fa emergere la disinformazione dei media sulla vicenda, le incongruenze, le omissioni e le falle processuali. 

Con “Erba” Monteleone e Priano  affidano a un libro la storia di una vicenda che presenta numerosi dubbi e sulla base di prove e ricostruzioni nuove e inedite aprono scenari e ipotesi di una verità differente. A pochi giorni dalla decisione della Corte d’Appello di Brescia di accogliere la richiesta di revisione del processo, Antonino Monteleone ospite della rassegna Scrusciu di Patti dedicata ai misteri d’Italia,  risponde alle mie domande per la nostra rivista e da Iena doc si definisce un vero giornalista randagio.

Il giornalismo delle Iene è randagio, nel senso che è libero e in continuo cammino. Ti ritrovi in questa definizione?

Sì e aggiungerei che è un giornalismo in continuo cammino perché è impossibile stare fermi, non è consentito raccontare storie senza avere messo i piedi sul campo.

Quanto ti sei emozionato con Francesco a mettere nero su bianco la storia di Erba? E quando avete capito che fosse giunto il momento di scriverla?

E’ stato molto emozionante scrivere il libro perché la scorsa primavera abbiamo capito che si era rotto un argine, anzi in realtà si era sfondato un muro, quello dell’ignoranza su fatti clamorosi che sono stati raccontati non in numero sufficiente da contrastare le bugie che sono state dette su questa storia. Questa è stata l’esigenza che ci ha spinto  a scrivere il libro, per riassumere tutti questi fatti. Il problema vero è che in questa storia  per scrivere  una bugia basta un rigo e per smontare queste bugie è stato necessario un libro. Le bugie si scrivono con poche parole, sono formulate in modo efficace  e nessuno perde tempo a verificarne la consistenza, invece per smontarle, per ogni parola scritta in una bugia ne servono cinquanta per spiegare come stanno realmente le cose.

A due mesi  dall’uscita del libro  arriva la decisione della revisione del processo. Che hai provato e cosa ti aspetti?

Mi occupo del caso dal 2018 alle Iene, conosco i dubbi che riguardano la vicenda dal 2010/11 perché me ne parla felice Manti ed è stata una grande emozione… la decisione della corte di appello di Brescia arriva al culmine di un lavoro durato più di cinque anni ed è un risultato quasi insperato per me e per la difesa che ha atteso a lungo, e mi aspetto che la corte d’appello di Brescia messa di fronte alle contraddizioni enormi  contenute nelle tre prove che hanno condannato i Romano riconosca che, di fronte a questa montagna di dubbi, non si possa pronunciare una sentenza di condanna. 

Dal primo servizio in trasmissione del 2018 a oggi, com’è cambiato l’approccio del pubblico nei confronti di Rosa e Olindo? Il libro è un ulteriore strumento per una nuova verità possibile?

L’approccio del pubblico  è cambiato in maniera progressiva. Se penso alla prima edizione in cui abbiamo parlato di Erba sono stati necessari i primi cinque servizi perché ci fosse un cambio nell’umore del pubblico che, di volta in volta, è stato messo di fronte a dei fatti che erano inediti per la gran parte dei telespettatori. Il libro è lo strumento che serve tutte le volte in cui il lettore (o lo spettatore) entra nel loop e si dice “ va bene mi hanno smontato questa prova ma ce n’è un’altra”, ne smontiamo un’altra e si va avanti ancora. Ecco il libro serve a non far perdere tensione, a non far perdere curiosità al lettore e a dargli la risposta che si aspetta nel momento in cui se l’aspetta. 

Erba riporta la verità processuale. Sui tre pilastri che reggono la tesi dell’accusa sono invece tante le contraddizioni. Il lettore diventa anche un po’ giornalista ?

Il lettore non diventa giornalista ma scopre tutte le cose che non tornano. Tutte le volte in cui abbiamo trattato singolarmente gli elementi che hanno portato alla condanna di Rosa e Olindo qualcuno dice sempre che parliamo di una cosa e non di un’altra. Il libro serve a mettere tutte queste cose in fila. E’ un manuale per colpevolisti.

Un libro ricorre anche in questa storia ed è la Bibbia che Olindo riceve in carcere e sulla quale annota pensieri e considerazioni. Che ruolo ha questo libro?

Su quella Bibbia c’è scritto tutto e il contrario di tutto, ci sono le scritte di marca colpevolista e quelle con le quali Olindo si proclama innocente. Allora io dico, prendiamo tutto e se prendiamo tutto alla fine le cose si equivalgono. E’ stano però che in questa storia rientri pure un libro scritto da Joseph Ratzinger  prima di diventare Papa, un libro che Olindo aveva in carcere e all’interno del quale annotava cose che sono proclamazioni di innocenza… eppure di quel libro si parla molto poco. 

Con la revisione del processo i coniugi Romano da condannati tornano a essere imputati?

Sì esattamente. Tornano a essere imputati come stabilisce il codice di procedura penale articolo 60, per il quale, una volta che viene emesso il decreto con il quale vengono citate le parti nel giudizio di revisione, i condannati tornano ad essere degli imputati.

Con le implicazioni che questo dovrebbe portare con sé anche nel trattamento mediatico. Dal 9 gennaio io sarei più accorto a chiamarli gli assassini, ma capisco che c’è questa foga colpevolista inarrestabile.

Una storia di grande sofferenza per le vittime, i parenti e per i colpevoli. Quanto amore c’è in questa vicenda?

Riparlarne ogni volta apre delle ferite ed è spiacevole, bisogna però fare attenzione a non trasformare il dolore in un ostacolo a una ricerca della verità. In questa vicenda ci sono amori spezzati e amori logorati. E’ questo il quadro devastante di quel crimine e perciò mi auguro e spero che quelle che considero due persone innocenti che stanno scontando l’ergastolo vengano riconosciute come tali. 

Cristina Marra