Intervista a Yuri Andrukhovych di Gigi Agnano

Yuri Andruchovych romanziere, poeta, saggista, traduttore, è considerato autore di culto in tutta l’Europa centrale, in particolare in Ucraina dove è nato (nel 1960 a Ivano-Frankivs’k), vive e lavora. Ha partecipato attivamente alle manifestazioni di Piazza Maidan, alla Rivoluzione Arancione e gli sono stati attribuiti numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio per la Pace Erich Maria Remarque (2005), il Premio Hannah Arendt (2014) e il Premio Heine (2022). E’ membro della Deutsche Akademie für  Sprache un Dichtung. L’ultimo romanzo appena pubblicato in Italia da Del Vecchio s’intitola Perversione, che in poche parole definirei così: sorprendente, intelligente, ironico, amaro, raffinato, elegante, colto. Dopo la lettura di Perversione ero così entusiasta che ho scritto a  Viviana, l’amica che me l’ha fatto conoscere, questo messaggio: “Viviana, quest’uomo vince il Nobel per la Letteratura!”. È quel genere di affermazioni che, se non si avverano nessuno se le ricorda, ma che se si avverano guadagno milioni di punti… Quindi grazie a Del Vecchio, a Viviana Calabria e a IoCiSto che mi hanno dato il piacere e l’onore di fare due chiacchiere con un talento purissimo.

Yuri Andrukhovych benvenuto a Napoli alla libreria IoCiSto. Il tuo romanzo Perversione è del ’95. Che effetto ti fa vederlo finalmente tradotto in italiano?

È una gioia immensa anche perché sognavo questo momento da quando ho iniziato a scrivere il romanzo, quasi trent’anni fa. Io, come tutti, sono innamorato dell’Italia, in particolare dal marzo del ’92, quando sono venuto per la prima volta in Occidente e ho visitato Venezia. Ma è stata una visita di una ventina d’ore al massimo, sono arrivato la sera e il giorno dopo verso ora di pranzo sono andato a Ravenna e poi a Firenze.

Mi stai dicendo che hai scritto un romanzo, Perversione, che si svolge interamente a Venezia, in cui la città è descritta nei dettagli, dopo un soggiorno così breve? Io pensavo c’avessi vissuto…

Sì, però quando sono tornato in Ucraina ho fatto ricerche per quasi tre anni, raccoglievo qualsiasi cosa parlasse di Venezia in un’epoca in cui Internet e il computer non erano di nessun aiuto. Ovviamente era una sfida. Volevo essere estremamente preciso perché su Venezia ci sono migliaia di romanzi, con dei topoi universali. E dovevo trovare un compromesso: se volevo portare al limite estremo la fantasia, nel contempo dovevo avere una cura assoluta nella descrizione delle circostanze, del paesaggio, nel citare i nomi dei canali o dei palazzi. Degli errori topografici avrebbero svilito tutto.

Mi viene in mente Il pendolo di Foucault, dove Eco ebbe la cattiva idea di inserire un programma informatico sbagliato, che, come si dice, “non girava”…

Sì, non mi piace, dà un’idea di sciatteria.

Ma allora perché proprio Venezia?

Diciamo che faceva parte del mio programma personale di scrittura, nel senso che da quando ho iniziato a scrivere volevo mandare i miei protagonisti in posti molto attraenti e così Venezia veniva dopo che nel mio secondo romanzo avevo “usato” Mosca (Moscoviade). In effetti è andata così: nel ’92 io ebbi la possibilità di stare tre mesi a Monaco di Baviera e avevo dei nuovi amici che mi proposero di andare con loro in auto in Italia per tre-quattro giorni, dicendomi di approfittarne perché effettivamente non sapevo se sarei potuto tornare in Occidente. Ottenni il visto austriaco e quello italiano (all’epoca non c’era Shengen) e così riuscii a fare la mia breve visita in Italia, il mio “Italienische Reise”. Però, non appena tornai a Monaco, cominciarono a darmi un po’ fastidio tante cose della Germania, l’ordine, la pulizia… Mi ricordo che scrissi una lettera a mia moglie (una lettera normale, non c’erano le mail) dicendole che volevo tornare in Italia tutte le volte che avrei potuto e lei mi rispose – la sua lettera arrivò una decina di giorni dopo – dicendo “scusa, perché non scrivi un romanzo sull’Italia?” Era un’idea brillante perché in questo modo era come se potessi vivere da voi…

E così arriviamo al ’95…

Ho iniziato a scrivere Perversione a dicembre del ’94 e ho scelto le date con molta consapevolezza. Io sono un po’ fissato coi numeri e, più precisamente decisi di iniziare il 13 dicembre, dandomi l’obiettivo di finirlo il 13 marzo ’95, il giorno del mio compleanno. E ce l’ho fatta. Erano tempi piuttosto drammatici per il mio Paese – ma diciamo che lo sono sempre -, ero un autore molto giovane e, dopo i miei primi due romanzi, volevo scrivere qualcosa con più estetica e politica, con un carattere giocoso, fantasioso, ma anche politico.

Ma, a proposito di viaggi… nell’agosto del 1971 con i miei genitori feci un viaggio in Europa dell’Est in treno e andammo in Unione Sovietica e in Ucraina…

Nel 1971? Eri un bambino…

Sì avevo una decina d’anni – sono del ’60 come te, anche se sembro molto più vecchio -. Mio padre era comunista e voleva dare un’occhiata a quello che pensava fosse un paradiso, ma tornò piuttosto avvilito. Ma anche a me sembrò un altro mondo. La domanda ai limiti del poliziesco è: cosa facevi nell’ agosto 71 a Ivano-Frankivsk? Com’ era la vita di un bambino al di là della cortina di ferro?

È una domanda molto interessante perché il mio prossimo libro si svolge esattamente a quell’epoca. Parla di un ragazzo di quell’età, non esattamente ucraino, ma che vive in un ambiente da Paese di socialismo reale, da qualche parte in Europa dell’Est. Ok, nel ’71?

Beh, nell’agosto del ’71… 

Ovviamente ad agosto non c’era la scuola ed ero contento perché odiavo la scuola. Quell’estate passai tutte le vacanze a casa e mi dispiaceva. La mia famiglia con mia nonna viveva in una casa molto modesta e speravamo di avere dallo Stato un nuovo appartamento col bagno, tre stanze anziché due. Aspettavamo tutti di trasferirci in una di quelle palazzine in stile sovietico a tre piani (“Krushchyovka”), che erano tipiche dei primi anni Sessanta, ma che da noi erano nuove. Un’altra cosa di quell’estate è che imparai ad andare in bicicletta e mi regalarono la mia prima bicicletta, una bici per bambini arancione che si chiamava “Piccola Aquila”.

Tu hai partecipato ai 93 giorni di protesta di piazza Maidan, la rivolta (nov 2013 – febbraio 2014) che ha portato alla caduta del leader filorusso Yanukovych. Qual è stato il contributo degli intellettuali al cambio di rotta politico del Paese?

Maidan fu una situazione tragica a lieto fine. Fu un periodo molto positivo perché si affermava una nuova consapevolezza dell’essere cittadino. Maidan ha trasformato l’attivismo delle persone. Dopo Maidan molti poeti, scrittori, filosofi, artisti divennero i veri leader dell’opinione pubblica, formulavano un pensiero inaccettabile per chi era al governo, ma che il governo alla fine dovette accettare. Noi non potevamo più stare con due piedi in una scarpa, essere amichevoli contemporaneamente con la Russia e con l’Europa. Questo gruppo sociale costituito dagli intellettuali, soprattutto da giovani artisti spessissimo donne, divenne molto influente e diede un grosso contributo per avvicinare il Paese all’Europa e all’Occidente. La stessa vittoria di Zelensky del 2019 è il frutto di quanto accaduto a partire dal 2014, la società divenne consapevole di poter cambiare attraverso il voto e la democrazia. Oggettivamente fu un buon periodo, in cui siamo diventati tutti politicamente adulti.

Dalla lettura di Perversione uno dei tratti caratteristici che emerge è l’ironia, il sense of humor, diciamo noi dopo Calvino “la leggerezza”. Oggi, pensando al tuo Paese in guerra, che chiede e ha bisogno di armi, del piombo delle munizioni, dopo Bucha, Mariupol, Bakmuth, Cherson, riesci a scrivere con altrettanta ironia? Quanto incide la guerra sulla tua attività di scrittore, direi sul carattere della tua scrittura?

È una domanda aperta per me, non ho una risposta. Noi siamo nel mezzo di una tragedia, ma io penso che la grande Letteratura sia possibile con un approccio nel contempo umoristico e tragico. In particolare, se parliamo di Letteratura di guerra ci sono esempi come Il buon soldato Sc’vèik di Jaroslav Hašek o molte pagine di Remarque che sono piuttosto divertenti. Io direi che puoi essere serio e allo stesso tempo spiritoso. Il problema sono le proporzioni sulla base anche di quello che provi nel momento in cui scrivi. In ogni caso io penso che in questo momento sia utile per l’Ucraina avere un distacco umoristico, senza il quale non sopravviveremmo. E la gente lo capisce. Noi ora in Ucraina abbiamo tanto humor nero che arriva dai Social, specialmente se si ha notizia della morte di aggressori. È un modo per superare la paura, diventa qualcosa che ti sostiene.

Tornando a Perversione, a me è sembrato un romanzo profondamente europeo. Citi Rilke (Notturno veneziano e San Marco) e mi ha fatto pensare – ma posso senz’altro sbagliarmi – alle avanguardie del Novecento, ovviamente a Thomas Mann, a Brecht e a Kafka e, per finire, ovviamente al Maestro e Margherita, che pure aveva influenze rivenienti dalla letteratura europea. È come se il tuo libro volesse ricordare al lettore occidentale quanto la letteratura ucraina sia parte integrante della cultura europea. È corretto? Sei d’ accordo sul fatto che il tuo romanzo e più in generale la letteratura del tuo Paese siano profondamente legati alla tradizione mitteleuropea? 

Assolutamente sì ed è un legame molto profondo. Anche la letteratura ucraina classica guardava all’Occidente e ai vicini europei anziché agli autori russi proprio per differenziarsene. Gli scrittori ucraini già dal XVIII secolo, benché fossero cittadini dell’impero e ammirassero gli scrittori russi, cercavano una propria autonomia spirituale. La letteratura ucraina moderna comincia a fine Settecento con un lungo poema in sei libri che è una parodia dell’Eneide [Eneida di Ivan Kotlyarevsky N.d.r.] ed è il primo lavoro letterario pubblicato interamente in ucraino, in volgare, in quella lingua di tutti i giorni che l’impero scoraggiava nell’uso letterario. Gli ucraini hanno poi sempre tradotto tanto, soprattutto dal tedesco e dal francese e ovviamente dal polacco, dal ceco.

Anche dal russo?

No, non c’era bisogno perché ognuno era in grado di leggere il russo.

A questo proposito, mi sembra come se in Ucraina ci sia un conflitto più antico del 2014, che è il conflitto tra la lingua russa e quella ucraina. Esagero?

Sì ma non troppo. È un sottile e leggero conflitto. La gente in Ucraina si è abituata da molto tempo a cercare compromessi. Dal ’91 l’ucraino è diventata la lingua ufficiale del Paese, ma allo stesso tempo la maggioranza della popolazione parlava russo. La gente comune in genere parlava e si capiva in entrambi le lingue. Le tensioni però arrivavano quando c’erano le elezioni perché i partiti politici usavano durante le campagne elettorali il problema della lingua per mobilitare l’elettorato. Da febbraio scorso la gente nega di parlare russo, parla ucraino pensando che quella sarà la lingua del Paese del futuro. Io vivo in una città a Occidente che parlava quasi esclusivamente ucraino. Nel 2014 sono arrivati tantissimi profughi dalle zone di guerra che parlavano russo e un altro flusso molto consistente di persone di lingua russa c’è stato a febbraio dello scorso anno. Per cui ora nella mia città per strada senti tante persone che parlano tra di loro in russo; ma la cosa che lascia ben sperare per il futuro è che parlano ai loro bambini in ucraino. Ma io non sono mai stato per una promozione aggressiva della lingua ucraina. Io parlo alle persone sempre nella lingua che preferiscono. La lingua russa per me non è un problema. Io penso che l’Ucraina rimarrà un Paese con due lingue, ma attualmente l’invasione russa ha avuto tra i suoi effetti che l’ucraino sia diventata la prima lingua. Se leggi le statistiche circa l’80% delle persone dice di parlare solo ucraino, ma non è vero, è più un fatto psicologico, una proiezione di come vorrebbero parlare.

Scusa, ma mi sento quasi obbligato a chiedertelo: tu sei un convinto europeista, ma pensi che l’Europa stia facendo abbastanza per darvi una mano?

Se voglio essere moderato, apprezzo molto quello che sta facendo l’Europa, perché è un aiuto che ci consente di resistere, di sopravvivere, di salvare vite. Però io penso anche che non ci siano altre alternative: o gli europei ci danno tutte le armi che hanno e noi combattiamo e vinciamo, o gli europei combattono con noi nel nostro Paese. Il motivo è che questa guerra, al di là delle vite umane, deve finire in fretta perché è molto costosa. E l’unico modo per farla finire in fretta è che ci diate quante più armi è possibile.

Grazie mille Yuri, come fai dire a un tuo personaggio “auguro a te e al tuo Paese solo amore”.

Gigi Agnano

Intervista a Elena Kostioukovitch di Gigi Agnano

Elena Kostioukovitch, nata a Kiev quando l’Ucraina faceva ancora parte dell’Unione Sovietica, si è laureata a Mosca e vive a Milano da trentaquattro anni (dal 1996 è naturalizzata italiana). Ha pubblicato o curato più di trenta libri, molti dei quali in Russia. In particolare, ha tradotto dall’italiano in russo sette romanzi di Umberto Eco, saggi dedicati alla storia della cultura europea, antologie di autori italiani, monografie sulla storia dell’arte, e raccolte di poesie. Ha scelto di scrivere direttamente in italiano il romanzo Sette notti, uscito nel 2015 per i tipi di Bompiani.
Nel 2000 ha fondato un’agenzia letteraria, Elkost Intl., che ha fatto conoscere al pubblico occidentale autori russi come Ludmila UlitskayaGuzel YachinaBoris AkuninYurij Lotman. In polemica prima col regime sovietico, poi con quello di Putin – da cui si è apertamente dissociata – ha promosso iniziative che ne smentissero la propaganda. Docente universitaria, ha vinto il premio Grinzane Cavour per la traduzione 2003 e il premio nazionale per la traduzione 2007 del Ministero dei Beni Culturali italiano.

A suo parere si poteva prevedere che Putin avrebbe invaso l’Ucraina? Perché molti commentatori – nonostante i precedenti, mi riferisco in particolare alla Cecenia – pensavano si trattasse solo di una minaccia che difficilmente sarebbe diventata realtà?

Che Putin avrebbe invaso l’Ucraina era noto a Biden, che a sua volta lo sapeva dalle principali agenzie di intelligence del mondo.

Vorrei sottolineare questa situazione paradossale: la guerra in fieri era effettivamente nota al cento per cento, ma anche a noi, esperti intenti a seguire le notizie e interpretare i dettagli; naturalmente a Zelensky; era cento per cento sicuro, e nello stesso tempo era assolutamente impossibile crederci.

Da noi, in Europa, le persone normali erano profondamente convinte che fosse impossibile lanciare aerei sulle grandi città europee, lanciare carri armati sui villaggi, lanciare paracadutisti sui tetti degli aeroporti. È quello che fa Osama bin Laden, abbiamo pensato. Gli Stati non lo fanno. Sembrava ancor più impossibile visto che Putin non aveva alcun motivo valido per farlo.

Tutti nel mondo glielo chiedevano: cosa vuoi? Che ti manca? Macron e Scholz e i rappresentanti delle principali organizzazioni internazionali venivano a Mosca come si va dal dentista. Doloroso ma necessario. Li faceva accomodare a una tavola bianca lunga nove metri e teneva le lezioni insopportabilmente lunghe e noiose sulla storia fantasmagorica del mondo. Non ha dato nessuna risposta sul perché stesse radunando le truppe al confine. Ha scritto un folle messaggio alla NATO, chiedendole di “smammare” dai luoghi in cui la NATO era di stanza ormai da trent’anni.

Nessuno poteva credere che sulla base di tutte quelle sciocchezze potesse nascere un vero e proprio scontro di eserciti. Un genocidio, distruzione delle città. Non nei film, non in un gioco per computer, ma nella realtà.

Che cosa significa l’Ucraina per Putin? Una zona cuscinetto per proteggersi dall’Occidente? Una provincia necessaria per rafforzare il sistema economico russo? Un modo per “proteggere la popolazione di lingua russa”? O c’è qualcosa di più profondo, di “filosofico”, psicologico e spirituale nell’ideologia putiniana?

In primo luogo, la Russia non ha bisogno di difendersi dall’Occidente, il quale non attacca la Russia; al contrario, l’Occidente ha sempre aiutato la Russia a svilupparsi e a progredire. La “grande cultura russa”, acriticamente adorata qui in Italia sotto l’insopportabile nome di “anima russa”, è la cultura dell’Europa, reinterpretata e trasformata dal materiale russo.

In secondo luogo, la Russia non ha bisogno di espandere il proprio territorio. È un paese di oltre diciassette milioni di chilometri quadri, due volte più grande della Cina e cinquantasei volte più grande dell’Italia.

«Protezione della popolazione di lingua russa» – Non capisco perché dovremmo ripetere la formula di Hitler (“protezione della popolazione di lingua tedesca in Polonia”).

Persino i putiniani più accaniti non lo ripetono più.

Putin sta sviluppando un’ideologia espansionistica basata sull’idea della superiorità dello “spirito russo” (ecco perché è odioso parlare di “anima” di qualsiasi sorta…), che afferma la superiorità di un fantomatico “gene russo speciale”, creando una fusion confusa, illogica e liquida che ormai porta il nome del “mondo russo” o “universo russo” (“Russkij Mir”).

La sua propaganda sta aizzando il popolo russo alla guerra totale contro l’Occidente, contro la civiltà europea, che, lui insinua, stia “andando nel verso sbagliato”. L’ideologia di Putin abbina il suo complesso messianico con il sogno di una militarizzazione della società russa a 360 gradi, dal primo giorno di vita del cittadino fino alla sua morte. Facile immaginare le possibili conseguenze se non lo fermiamo, noi inteso il mondo libero, oggi moralmente capeggiato dall’Ucraina, che si offre eroicamente sull’altare della libertà.

Dugin e Fomenko sono nomi poco noti in Occidente ma popolari in Russia. Personalmente avevo sentito parlare di Dugin e del suo partito nazional-bolscevico solo in Limonov di Carrère, ma me l’ero immaginato come un gruppetto di eccentrici. Nel libro lei spiega benissimo chi siano questi personaggi. Ci può dire quanto davvero influenzino Putin?

Dugin e Fomenko, così come altri teorici della cospirazione ed esoteristi – Nosovsky, oggi vivente, Ilyin, che è un filosofo di cent’anni fa, e il relativamente recente Shchedrovitsky – sono le fonti delle citazioni che i “consiglieri” e gli speechwriters dei discorsi di Putin mescolano, su richiesta del loro capo, per creare l’eclettica teoria del “mondo russo” che è al centro della loro inarrestabile aggressione.

Perché una propaganda così primitiva ha preso il sopravvento?

Perché si possono conquistare milioni di persone solo con l’uso della propaganda più primitiva. Lo dimostrano il fascismo, il nazismo e il “socialismo reale” di Brezhnev. L’ultimo ha conquistato un Paese di 250 milioni di popolazione semplificando le idee di Karl Marx, che in realtà ha scritto opere complicate e piene di senso. Infatti, il vero Marx non poteva essere letto in URSS. Non era disponibile nelle biblioteche. Venivano distribuite solo edizioni semplificate, evirate dalla censura.

Ci spiega il significato della Z simbolo delle truppe d’invasione?

Alla richiesta urgente di un simbolo, è stato incaricato di farlo qualcuno. Questo qualcuno era un idiota. Non ci pensò a lungo e propose una mezza svastica. Si trattava di nuovo di una primitizzazione, alla Putin, di qualcosa che esisteva prima di lui. Si vede che pure la svastica per loro era troppo raffinata. Una svastica dimezzata all’’orda di Putin calza perfettamente.

Putin ha minacciato l’uso di testate nucleari. Pensa che la guerra contro l’Occidente possa sul serio avere un esito così terrificante? Qual è la sua opinione? 

Non l’userà, e propongo di avere un po’ meno paura di questo Putin. Non avrà il tempo di inviare missili, gli impianti di lancio sono sorvegliati dalle intelligence occidentali. Saranno annientati non appena si appresteranno a fare danni reali al globo terrestre. Dobbiamo avere più fiducia in noi, nelle forze del progresso e della tecnologia, nella capacità dell’Occidente di resistere al male primitivo.

Chi può fermare Putin e non c’è il rischio che il dopo-Putin sia addirittura peggiore?

Putin può essere fermato da un suo cameriere se gli infila una forchetta nell’occhio. Dopo Putin arriveranno coloro che sono ancora peggio di lui, ma poiché saranno peggiori, più primitivi e più stupidi, falliranno molto più rapidamente di lui. E finalmente ci libereremo da quell’incubo.

Intervista a Igiaba Scego di Gigi Agnano

Un libro intimo.

Buongiorno Igiaba, ho finito da poco un romanzo di Jenny Erpenbeck che si chiama Voci del verbo andare, pubblicato da Sellerio, che racconta di un filologo in pensione che entra a contatto un po’ per caso con un campo profughi a Berlino. Il professore ripete a sé stesso una specie di tormentone, dice: “la capitale del Ghana è Accra, la capitale della Sierra Leone è Freetown, la capitale del Niger è Niamey”. Perché noi europei sappiamo così poco dell’Africa?

Sì, lo conosco, è un libro molto bello. L’Africa è un continente enorme – 54 Paesi – con cui l’Europa ha avuto molto a che fare. A volte penso che la non conoscenza da parte dell’Europa sia velata da una colpa, per cui si chiudono gli occhi per non vedere i crimini commessi. Come nel finale di “Tempo di uccidere” di Flaiano, me ne lavo le mani di tutta quest’ Africa che in qualche modo io ho rovinato. Quell’ignoranza è nata dalla storia coloniale che viene rimossa e non solo dall’Italia. In Gran Bretagna, per esempio, un po’ prima della Brexit c’era nostalgia dell’Impero, a dimostrazione di come sia una cosa abbastanza trasversale in Europa. Però io penso che questo debba assolutamente cambiare e che un po’ stia cambiando; c’è voglia di conoscere questo Continente, anche perché Europa e Africa, che erano già vicine in passato, saranno sempre più vicine. Ogni crisi in un posto è crisi anche in un altro, adesso lo vediamo in Sudan. Ma non puoi ignorare l’Africa anche per il futuro che si porta dentro, è uno dei continenti più giovani del mondo, è dinamico… E io, da afroeuropea, mi sento nel mezzo tra le due sponde e cerco di spiegare all’Europa alcune delle dinamiche che ha fatto subire qui a noi afroeuropei, ma provo anche a fare da ponte su alcune tematiche tra lì e qui.

Un tuo libro di qualche anno fa è dedicato allo storico Angelo Del Boca che ha dedicato tutte le sue ricerche al colonialismo italiano. C’è come un fil rouge tra il saggista e la romanziera?

Ci sono tante persone da Del Boca in poi che si occupano di questo lavoro di scavo. È un lavoro collettivo non di un singolo. Ci sono tanti giovani, anche donne, penso per esempio a Leila el Houssi, che è una delle poche ricercatrici afrodiscendenti che abbia l’università italiana. Oltre a Nicola Labanca che è un grande storico, a livello di romanzi penso a Francesca Melandri, a Gabriella Ghermandi… Facciamo tutti parte di un lavoro collettivo, in cui ognuno di noi ha un piccolo tassello che aiuta a chiarire gli altri tasselli. È un lavoro che si fa insieme ad altri. Anche la letteratura per me non è una cosa solitaria, è una conversazione globale.

E comunque nei tuoi libri il colonialismo è un tema centrale.

Sai, in realtà quest’ultimo libro non è sul colonialismo. C’è una “colonialità” di fondo che non manca mai nei miei libri. Io ho fatto libri che vanno dall’800 agli anni ’70 del Novecento e non puoi far finta che la storia coloniale non ci sia, perché permea tutta la storia europea da cinquecento anni a questa parte. Non puoi capire la storia europea anche dei conflitti, anche della stessa nascita delle democrazie, perché la democrazia – come dice Achille Mbembe (africanista e storico camerunense) – ha un lato oscuro che è la piantagione e la colonia, ovvero lo sfruttamento che viene omesso quando si parla di democrazia. Quindi per me è importante sempre tenere a mente questa “colonialità” che permane nella contemporaneità, che permane nelle cose. Cassandra a Mogadiscio parla della guerra civile, del trauma postbellico, della famiglia diasporica e in questo entra la storia del colonialismo e del postcolonialismo. Però il mio ultimo libro attraversa questi temi, ma è un libro intimo, familiare, dove volevo far vedere quanto la Storia con la esse maiuscola possa incidere nelle piccole vite delle persone, nella quotidianità, nella felicità di una famiglia. M’interessava raccontare cosa succede nelle famiglie dei rifugiati, cosa succede dopo venti, trent’anni di esilio, cosa succede a queste persone, qual è la loro identità, qual è il loro equilibrio.

Puoi spiegare a chi non ha ancora letto il tuo libro il titolo “Cassandra a Mogadiscio”?

E’ un doppio riferimento, alla Cassandra della mitologia, quindi a Troia, una città distrutta come Mogadiscio, però è anche un riferimento a una scrittrice che a me piace molto che è Christa Wolf, che la guerra di Troia l’ha raccontata molto bene da un punto di vista femminista.

E il significato della parola “jirro”?

Jirro significa malattia, però nel libro assume tante sfumature come paura, angoscia, trauma. Ma dietro il jirro c’è la cura, perché questo non è un libro pessimista, nel suo ottimismo c’è la consapevolezza di una cura.

Nel libro c’è un mix di lingue, c’è l’italiano ma anche il somalo e un po’ dell’arabo che viene dalla religione. C’è qualcosa che accomuna tutti gli scrittori – fammi dire – “sradicati”, divisi, che hanno un altrove?

Un po’ sì, si è “lost in translation” e un po’ persi tra i mondi, per cui ogni volta si cerca un equilibrio. Io poi nel libro volevo ricreare in forma scritta il lessico famigliare. Queste parole somale mi ancoravano a questa famiglia diasporica che ha dei termini comuni anche se parla lingue diverse. E poi c’è quest’ italiano che ha un retaggio coloniale, che è una lingua che è stata usata per sottomettere, che però poi è anche una lingua rimusicata proprio dai somali. Quindi c’è una lingua piena di contraddizioni e di amore, di ambiguità e di bellezza. C’è Dante e c’è Amir Issaa, c’è la Divina Commedia e un rapper italo-egiziano di Torpignattara.

Racconti poi un aspetto molto intimo che è stato, in un determinato periodo, il tuo rapporto patologico col cibo.

È stata una sovrapposizione tra cibo e armi. Vivevo una sfasatura temporale che mi creava un grande disagio, insostenibile, che non sapevo come gestire. Stavo a Roma, la gente intorno a me viveva in tempo di pace, ma io vivevo in tempo di guerra. La guerra non la vedi, è lontana, ma sai che delle armi, delle bombe stanno colpendo i tuoi cari e ti fa molto male. Ultimamente sono stato in una scuola e un ragazzo ucraino che vive qui m’ha detto di provare le stesse cose. E mi ha molto colpito perché è una cosa che purtroppo riguarda tanti giovanissimi che sono da noi nelle nostre scuole.

Che risonanza ha avuto la tua candidatura allo Strega?

È stato divertente, nel senso che una persona nera lì non c’era mai stata. Quando sono salita sul palco pensavo “ah, ok, non stai salendo tu, stanno salendo le persone che sono uguali a te”. È stato stranissimo, non ho pensato a me stessa, ma al segno di un cambiamento che doveva avvenire prima, non per il Premio, ma per l’Italia. Noi in Italia siamo molto lenti, ma nonostante questa lentezza, i cambiamenti arrivano. E quindi ho pensato “io sto qui, ma domani sarà normale”.

Hai curato un’antologia di scrittori africani (Africana edito da Feltrinelli). Ci dai qualche consiglio di lettura?

Mohamed Mbougar Sarr La più recondita memoria degli uomini, edito da e/o, che ha vinto il premio Goncourt e poi volevo consigliarvi un libro molto divertente La vita segreta delle ragazze di chiesa di Deesha Philyaw, un’afroamericana che parla di queste ragazze che, tra repressione e autodeterminazione, sono intrappolate tra un moralismo ipocrita e i desideri del proprio corpo.

Per finire, mi dici qualcosa sul tuo metodo di lavoro?

Hai presente quando fanno vedere uno scrittore in un castello o davanti a una baia…? Non succede niente di tutto questo! Scrivo in cucina nei ritagli di tempo quando non lavoro. Non ho un orario fisso, ci sono dei periodi in cui scrivo di più, sono dentro la scrittura, magari nel week end. Scrivo un po’ al giorno, ma molto del lavoro è fatto prima di sedermi al computer, scrivo sui quaderni dove butto delle idee – lo sto facendo anche adesso perché ho delle idee nuove –, leggo delle cose che mi aiutano, ascolto della musica (con Cassandra ho fatto una playlist su Spotify). Ce lo diceva Virginia Woolf: per fare lo scrittore c’è bisogno di una rendita. In Italia gli scrittori o sono ricchi oppure se sei lavoratore fai molto più fatica, perché non ci sono degli indotti come negli Stati Uniti dove insegni all’università o fai cose del genere. Quindi ti devi inventare ventimila lavori perché scrivere sta diventando sempre più un lusso. E non è giusto perché facendo così noi ci perdiamo delle storie, avremo sempre delle storie molto borghesi. E questo mi preoccupa della letteratura.

“Mahadsanid”, grazie Igiaba, ti auguro di “essere sempre nella luce” e … di vincere lo Strega.

Intervista a Michele D’Ignazio

Michele D’Ignazio, calabrese dalla folta chioma classe ’84 del secolo scorso, è noto ai piccoli lettori per Lapo – il protagonista di Storia di una matita del 2012, Storia di una matita. A scuola del 2014 e Storia di una matita. A casa del 2018 – e per la trilogia di un singolare Babbo Natale, iniziata con Il secondo lavoro di Babbo Natale (2019), seguita da Babbo Natale fa gli straordinari (2020) e da Babbo Natale e l’inaspettata Neve (2021). Nel 2016 ci aveva portato in Brasile con Pacunaimba, L’avventuroso viaggio di Santo Emanuele. Il suo lavoro più recente è l’autobiografico Il mio segno particolare, pubblicato da Rizzoli così come tutti i suoi libri precedenti. Nonostante le tredici traduzioni nel mondo, gli spettacoli teatrali, i podcast e la radio, gli adulti, in genere più prosaici, lo conoscono meglio come gestore di “Il Vicolo, Vineria” nel centro storico di San Nicola Arcella. L’ha incontrato per noi Viviana Calabria.

Le storie sono un universo enorme e infinito che ci circonda. Le storie sono ovunque, in ogni dettaglio, e ognuno di noi ne racconta ogni giorno. Qual è il segreto delle tue storie?

In questa domanda ci sono tre parole che mi piacciono molto: dettaglio, universo, infinito. Spesso, quando racconto una storia, parto da un dettaglio, apparentemente insignificante. Dal dettaglio, quindi da qualcosa di particolare, cerco di arrivare a un senso più profondo, universale, che accomuna. A volte, lo faccio con lentezza e dolcezza. Come scriveva Sam Savage nel suo romanzo “Firmino”: un romanzo è lenta accumulazione di senso. Altre volte, questi dettagli deflagrano in un senso più ampio all’improvviso, un universo di emozioni capace di dare andare oltre anche il senso del tempo. Essere infinito. Io credo che una delle grandezze della letteratura risieda in questo segreto. Un segreto da custodire e da divulgare, soprattutto in un’epoca, quella contemporanea, sempre più composta di narrazioni “mordi e fuggi”, istantanee che non sfociano quasi mai in un senso più grande, che ci possa riempire.

Il mio segno particolare è la tua storia personale, o almeno una parte della tua vita. Quando e perché hai deciso di raccontarti?

La scintilla c’è stata una mattina ben precisa, durante uno dei tanti incontri a scuola. Vedo una bambina. Sul suo viso ci sono tanti piccoli nei. È fine settembre, ha i pantaloncini e anche le sue gambe sono costellate di puntini. Mi emoziono. Mi riconosco. È stato in quel momento che ho deciso di scrivere la mia storia. Perché anche io, come quella bambina, sono nato con tanti nei sul corpo. E ne avevo anche uno molto grande, che un medico di Roma definì “a mantellina”, perché partiva dalle spalle e finiva sulla schiena. Anche qui cerco di andare dal particolare all’universale. È la mia storia, ma potrebbe anche essere la tua.

I bambini, lo sai, sono schietti e diretti, non usano giri di parole. Tu che ne incontri tanti da anni sicuramente ti avranno chiesto dei tuoi “segni particolari”. Cosa rispondevi?

I bambini hanno questo dono: la sincerità. Ed è davvero un grande insegnamento. Per un po’ di tempo, prima che iniziasse la mia avventura di scrittore, cercavo di fuggire la loro curiosità. Inventavo scuse, allenavo la mia immaginazione. Ero diventato un arrampicatore di specchi professionista. Ma poi ho capito che sbagliavo. Ed è successo all’improvviso, con la pubblicazione del mio primo libro Storia di una matita. Come se la scrittura e l’arte di raccontare mi avessero fatto questo regalo: la sincerità. Un regalo prezioso, che cerco di tenere sempre a mente.

Il tuo racconto fa capire che hai avuto una gran famiglia con te. Molti bambini sono soli ad affrontare i loro segni particolari e spesso attirano atteggiamenti respingenti o di scherno. Tu malgrado famiglia, amici nonni… sei mai stato ferito da coetanei?

No. Non sono mai stato preso in giro o apostrofato in maniera indelicata. Quello che a volte mi imbarazzava, durante il periodo dell’adolescenza, erano gli sguardi. La curiosità è una caratteristica molto bella, ma non bisogna superare una soglia. Gli sguardi insistenti hanno fatto nascere in me una rigogliosa timidezza. Che però mi ha fatto scoprire i libri. Nella vita, tutto ha un senso.

Dal tuo racconto si evince l’importanza che gli incontri con i piccoli lettori hanno per te. Sembra quasi che i bambini abbiamo insiti in loro dei superpoteri che non derivano da segni particolari e difficoltà che incontrano nella loro vita come le tue. Sembra che il loro essere bambini sia già un superpotere.

È vero. In loro rivedo la forza e l’entusiasmo che avevo anche io alla loro età. Osservano, chiedono, si meravigliano, fanno commenti, ma senza malizia. E neanche giudizio. Anzi. Sono attratti da ogni tipo di particolarità. E questo è già un grande superpotere.

Nel tuo racconto parli spesso di scherzo della natura: ti definisci tale per le particolarità fisiche con cui sei nato. Eppure spesso questo è un modo dispregiativo di parlare di una persona. Che cosa è per te uno scherzo della natura, e direi anche lo scherzo e la natura nella loro purezza.

Lo scrivo nel libro. Di tutte le frasi che i miei hanno dovuto ascoltare, quando ero bambino, quella che mi ha incuriosito di più è sicuramente questa: «Si tratta di uno scherzo della Natura!» A dirla è stato uno dei tanti medici incontrati, facendo spallucce e cercando di trasmettere un sentimento di pacifica accettazione. Mi piacciono queste due parole: Scherzo Natura. Messe insieme fanno qualcosa di potente. A me piacciono i fulmini a ciel sereno. Così come la pioggia quando c’è ancora il sole, la neve in primavera o il gran caldo a Natale. Sono anche loro Scherzi della Natura. Qualcosa di inaspettato, di incredibile, che va al di là della nostra immaginazione. Qualcosa che ci fa sentire piccoli, ma che ingigantisce il nostro stupore.

Riesci, nel tuo romanzo, a trattare tematiche non leggere in maniera un po’ ironica (ammetto che alla fine della storia un po’ di commozione c’è stata). Quanto è stata ed è importante l’ironia nella tua vita?

Importantissima. E anche la leggerezza. Come scriveva Italo Calvino: planare sulle cose dall’alto, senza avere macigni sul cuore.

Grazie ai tuoi libri giri molto nelle scuole, racconti e ti diverti a inventare laboratori pratici. Cosa, secondo te, funziona con i più piccoli per far nascere interesse e curiosità nei libri?

Torniamo al punto di prima. La sincerità. I bambini si rendono conto se il libro non è scritto con sincerità. Se è stato scritto perché richiesto da una casa editrice. Oppure senza la giusta sapienza. Se si trovano davanti una persona che si inebria nel dire “Io sono uno scrittore”, ma non ha tante storie da raccontare. Se non sei sincero, umile e generoso, i bambini se ne accorgono subito. E anche questo è un superpotere.

E negli adulti? Credi che le nuove tecnologie possano incentivare? Penso ai podcast, anzi parlaci proprio del podcast del tuo libro Il mio segno particolare.

Tutto può incentivare. La narrazione ha tante forme diverse: i libri, il teatro (anche lo spettacolo teatrale tratto dal libro è un progetto che curo molto) e sì, pure i podcast e i racconti radiofonici. Sono uno strumento molto bello. Il rischio, come tutto, è che diventi una moda. È in parte già lo è. Per chi è alla ricerca di storie emozionanti e intense è più difficile trovarle. Ma credo nella forza del passaparola e rimango sempre fiducioso che tutto ciò che è bello, prima o poi, arriverà all’animo delle persone buone.

Questo è il sito dove si trova un po’ di tutto: info sul libro, lo spettacolo teatrale e il link al podcast: www.ilmiosegnoparticolare.com.