David Szalay: “Nella carne” (Adelphi, 2025, trad. Anna Rusconi), di Luciana Amato

 Il Booker Prize ha una peculiarità molto speciale: seleziona il presente. Se nel 2024 Samantha Harvey ci aveva trasportati nello spazio con Orbital, nel 2025 David Szalay ci riporta bruscamente a terra, anzi, “Nella carne”. Chi ha incrociato lo sguardo con la copertina bordeaux scelta da Adelphi, sulla quale campeggia la foto “Untitled (Wrestler with Helmet-Straight On)” di Luke Smalley, sa di non trovarsi davanti a una semplice biografia romanzata, ma a un esperimento di montaggio esistenziale che ha saputo conquistare la giuria del più ambito premio letterario di lingua inglese. Dopo l’annuncio della vittoria a novembre 2025, si sono rincorse recensioni e commenti intimiditi, oscillanti tra l’ammirazione e la sorpresa per un testo così straordinariamente semplice e al contempo conturbante, poiché connesso con il corpo: strumento imprescindibile della narrazione e della vita, carne che detta l’essenziale della sopravvivenza.

Istvàn è condotto attraverso l’esistenza dalla sua stessa fisicità e lo fa con accondiscendenza, quasi senza mai scegliere, venendo travolto e trasportato dalla propria carne e da quella altrui. La semplicità, adoperata qui in modo strumentale, è tuttavia ingannevole: quella di Szalay è permeata da un’acutezza che deriva dall’osservazione esemplare della realtà, esplorata senza giudizio alcuno. L’autore trasforma la vita in materia prima, la comprime in un linguaggio quasi primitivo per poi ricomporla nella complessità delle costruzioni sociali in cui siamo immersi, e questa peculiarità trasforma la lettura in un’esperienza quasi sensoriale. Il libro si snoda come una ripresa diretta attraverso capitoli che aprono e chiudono finestre sulle diverse fasi della vita del protagonista, lasciando anche abbondanti zone d’ombra sulle quali ogni lettore può riversare la propria immaginazione. Assistiamo così a una trasformazione che non proviene dalla pulsazione verso grandi passioni, ma da una sorta di arrendevolezza: Szalay lascia che il suo personaggio si faccia “vivere dalla vita”.

Tuttavia, superate le prime cinquanta pagine, accade qualcosa di insolito: il dispiacere istintivo che la lettura traduce spesso con l’immedesimazione, svanisce. L’incantesimo dell’empatia si rompe per lasciare spazio a un piano superiore di comprensione. Szalay, infatti, sembra spingerci deliberatamente lontano dal testo, distanziandoci per permetterci di cogliere l’intera scena come osservatori esterni, mentre Istvàn resta immerso — suo malgrado e quasi senza consapevolezza — nel flusso degli eventi. Il protagonista si arrabatta, sbaglia, inciampa in disgrazie o fortune e coglie occasioni senza mai possedere una visione d’insieme, come fosse all’oscuro di se stesso. In questo, egli è lo specchio di molti di noi: un essere vivente che agisce nel particolare senza comprendere il generale. Ma soprattutto Istvàn ci rispecchia perché incontra la Storia: come la guerra del Golfo o la pandemia, per citarne due. Sono eventi che permangono sempre sullo sfondo, mai colti davvero nella loro enormità, ingredienti di una scenografia dove sono le azioni e gli accadimenti di questa vita — banale e complessa al contempo — ad emergere. Questo rispecchiarci, così violento nell’incapacità di essere a noi stessi presenti e di cogliere la portata del momento storico che abitiamo, l’apatia con cui accettiamo quello che ci accade, è la cifra più complicata da gestire in questa lettura.

Il lettore non è dunque un complice emotivo, ma uno spettatore che raccoglie i cocci di un’esistenza. In questo processo di osservazione distaccata, finiamo paradossalmente per ritrovare frammenti della nostra stessa storia, o di chi ci ha preceduto e seguirà. La vicenda di Istvàn diventa così un ciclo perenne di fatalità, dove il linguaggio nudo di Szalay non serve a spiegare il destino, ma a mostrarlo nella sua cruda e ineluttabile fisicità. Protagonista per attimi chiusi in sacche temporali che attraversa senza mai riuscire a svincolarsi dalla propria semplicità, Istvàn come personaggio letterario è sorretto da una scansione dei periodi dettata dalla necessità di brevità e sintesi. Si avverte un puro piacere stilistico e formale che denota una sorveglianza e una capacità di misura quasi scarnificata: ottima la traduzione in questo senso, dove l’iperbole tipica della lingua italiana è stata contenuta, per rispettare lo stile di Szalay che scrive il meno indispensabile per ottenere l’effetto più esplosivo possibile.

La cifra linguistica di Istvàn è una parola che diventa quasi simbolo: l’“ok” che usa in ogni contesto, conferendo a questo termine una straordinaria quantità di significati e declinando superficialmente la realtà. Qui sta la palese trovata stilistica e filosofica dell’autore: esattamente in questi “ok” ripetuti come un mantra, in questi dialoghi scarni che vengono trasformati nella testa di chi legge e risultano dunque passibili di molteplici interpretazioni. Ed è nel rapporto con le donne, presenze anch’esse fugaci ma essenziali, che riescono ad emergere con più efficacia le sensazioni di solitudine e distacco che contraddistinguono l’opera. In definitiva, lo straniamento di Istvàn non è una posa intellettuale, ma una condizione biologica. Szalay ci consegna un protagonista che attraversa il mondo senza mai appartenervi del tutto, protetto e insieme isolato dal suo guscio di carne. Restiamo noi, lettori-osservatori, a contemplare il montaggio di questa vita banale e assoluta, realizzando con un brivido che la solitudine di Istvàn non è diversa dalla nostra: è il sentire di chi, pur immerso nel flusso della Storia, finisce per rispondere al destino con un semplice, ineluttabile “ok”.

Luciana Amato

Luciana Amato, vive e lavora a Trieste. Dopo una formazione in Progettazione del Turismo Culturale e un master di specializzazione, ha lavorato per anni nell’organizzazione di eventi e nel settore alberghiero, in Italia e all’estero (Centro America, Finlandia, Inghilterra). Oggi si occupa di progettazione culturale, scrittura e comunità di lettori. Cura un blog e un profilo Instagram dedicati ai libri e organizza incontri di lettura e silent reading a Trieste, con l’idea che leggere insieme sia una forma di resistenza gentile. Collabora con realtà culturali locali e online e continua a dedicarsi alla scrittura creativa. 

Un pensiero riguardo “David Szalay: “Nella carne” (Adelphi, 2025, trad. Anna Rusconi), di Luciana Amato

  1. Innanzitutto complimenti alla autrice per la precisione nel puntualizzare alcuni meccanismi. Non conosco l’autore. Ma di colpo ho voglia di leggerlo.

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