Niviaq Korneliussen: ‘’La valle dei fiori’’ (trad. F. Turri, Iperborea), di Claudio Musso

Groenlandia: posologia, istruzioni per l’uso e avvertenze

Ho incontrato un romanzo che non si limita a rappresentare una crisi generazionale ma la inscrive in una forma, la costringe dentro un dispositivo narrativo che è già, in sé stesso, una presa di posizione etica. La tripartizione dell’opera, con le sezioni scandite da un numero decrescente, non è un artificio strutturale, è la traduzione formale di un conto alla rovescia collettivo e individuale. L’aritmetica qui non ordina ma consuma e ogni cifra sottratta è un nome che rischia di svanire.

Nella prima parte la sequenza dei tanti suicidi di giovani groenlandesi, registrati con asciuttezza quasi burocratica, produce straniamento: la morte, che è preferire il non vivere, diventa dato e l’eccezione si trasforma in statistica. La seconda sezione sposta impercettibilmente il baricentro perché non è più soltanto l’atto a essere evocato ma l’eco che lascia nei vivi. Il numero continua a scendere ma la distanza si accorcia, l’elenco si incrina, lascia filtrare memoria, relazione, trauma. Infine, nell’ultima parte, la voce si interiorizza, gli inserti assumono la forma di appunti, frammenti, notazioni con il passo del diario, amaro e digradante, ad alta voce con la propria coscienza. Non siamo più di fronte a un censimento del dolore ma al suo attraversamento e il conto alla rovescia non riguarda più soltanto una comunità, diventa il ritmo di un ‘io’ che sente avvicinarsi una soglia.

Al centro di questa architettura intessuta si staglia una protagonista senza nome che vive e respira la Groenlandia. L’anonimato non è sottrazione ma coerenza con un mondo in cui le tombe più recenti del cimitero ‘La Valle dei Fiori’ non portano più un nome ma un numero. Se la numerazione rischia di cancellare, la scelta di non nominare espone una fragilità ulteriore, l’identità come spazio precario mai definitivamente garantito. L’aspirante antropologa parte per la Danimarca con l’intenzione di studiare culture, osservarle, comprenderle. Ma la traiettoria si rovescia: mentre si forma allo sguardo analitico, diventa essa stessa oggetto di sguardo, di diagnosi, di interpretazione clinica dai danesi. La disciplina che prometteva distanza critica si converte in prossimità dolorosa.

È in questo spazio di soglia, che assume sempre più fattezze da baratro, che si innesta la sua appartenenza all’ambiente queer: non scandalo né conflitto ma vulnerabilità costante, esposizione sottile. In Groenlandia la rete familiare appare compatta, affettivamente operante, capace di integrare senza teatralizzare. Lì i rituali domestici, una cena, un compleanno, una tazza di tè condivisa, costituiscono microcosmi di protezione sui quali non è esente la diffidenza verso l’esterno e il passato coloniale. Eppure proprio quella compattezza può trasformarsi in pressione: la protezione rischia di farsi recinto, l’intimità di diventare saturazione per la giovane protagonista che preferisce il buio alla luce. In Danimarca invece lei sperimenta una solitudine più rarefatta, meno visibile ma non meno corrosiva. In entrambi i casi permane un’irrequietudine di fondo, un costante “sentirsi morire dentro” che non trova un lessico, ma si deposita nei gesti, nei silenzi, nelle pause.

A questa irrequietezza interiore si aggiunge la figura del qivittoq, evocata nel romanzo, colui che si ritira volontariamente, e non senza una certa rabbia, dal vivere civile nelle caverne. Non è un protagonista ma riferimento mentale, una possibilità di sottrazione radicale a cui la protagonista pensa. Egli incarna l’idea di una fuga estrema, l’ipotesi di esistere ai margini senza rete sociale, immerso nella durezza della natura. La giovane inuit non lo segue concretamente, rimane sospesa tra centro e periferia, tra Danimarca e Groenlandia, tra integrazione e desiderio di sparizione.

Ghiaccio e eccessivo peso corporeo dialogano nel testo come figure di una stessa impossibilità di leggerezza: il primo scorre lentamente e può schiacciare, il secondo diventa gravità psichica che trova correlato fisico. In questo intreccio irto il corpo della protagonista parla della distanza e dell’isolamento, della vulnerabilità e della marginalità. Ne risente la scrittura di Korneliussen che è tesa, nervosa, immediata: rifiuta enfasi e consolazione, rifiuta il lirismo paesaggistico. «Il folle sole di mezzanotte non mi darà mai tregua, continua ad arrostirmi lentamente le viscere», scrive, e con queste parole diventa evidente che la luce, il paesaggio, la chiarezza non salvano ma consumano.

Parallelamente Korneliussen costruisce una denuncia sociale sottile ma ferma: l’assenza di dati aggiornati sui suicidi in Groenlandia, la sua terra, la carenza di strutture di supporto psicologico per prevenirli e l’uso ossessivo dei social, Facebook e Messenger, che emergono come strumenti di connessione e di accorciamento delle distanze e, insieme, di controllo. La rete diventa filo vitale fragile, illusione di prossimità: sapere che qualcuno è online non garantisce comprensione né protezione ma, al contempo, ha il suono sinistro di un censimento di chi è effettivamente rimasto.

La valle dei fiori (Blomsterdalen, 2020), pubblicato da Iperborea nella miniaturistica traduzione di Francesca Turri, che nell’utile postfazione inquadra una delle più accreditate scrittrici groenlandesi del panorama letterario con la materialità delle sue immagini proposte, non racconta solo una periferia geografica ma la trasforma in specchio critico. Il qivittoq suggerisce la possibilità radicale di sottrazione, la protagonista testimonia quanto sia impossibile sottrarsi completamente alla memoria, alla lingua, alla comunità. Korneliussen non offre risposte. Ci obbliga a sostare in una domanda: se la fuga estrema è un’illusione e l’integrazione piena un miraggio, quale spazio resta per un’esistenza che non sia mera sopravvivenza? E ancora: se non ci interroghiamo sul vuoto, se non ascoltiamo le sue voci, anche quelle che non chiedono nulla se non di essere viste, non rischiamo di scoprire troppo tardi che ogni comunità, compresa la nostra, può riconoscersi nei suoi numeri e ogni lettore di fronte al libro può realizzare di non essere esente dal conto alla rovescia?

Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.

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