
“T’aggia fà abballà ‘ncopp’ ô cerasiello” è una di quelle minacce napoletane che fanno ridere mentre mettono in riga. Nel sottotesto c’è una regola sociale antica: non montarti la testa, non alzare troppo la voce, non trasformare una discussione in un comizio.
Letteralmente questa espressione è assurda (far ballare qualcuno su una piantina di peperoncino), ed è proprio lì il trucco: l’esagerazione serve a dire “ti tengo in tensione, ti faccio passare la voglia di fare il gradasso”. Qui “ballare” non è inteso come “divertirsi”, bensì come agitarsi, strafare, mettersi in mostra.
Il cerasiello diventa così un palcoscenico pericolante: fragile, inadatto a sostenere pesi e vanità. Per questo l’area semantica del detto incrocia un’altra espressione molto comune: “stà ‘ncopp’ ô cerasiello”, usata in tono sarcastico per prendere in giro chi si mette in cattedra, chi è borioso e supponente.
Nella pratica quotidiana, il contesto è quasi sempre relazionale: una lite tra amici, una persona che “sale di tono”, qualcuno che fa il saputello. E allora la frase diventa un modo elegante di chiudere la partita senza fare danni, strappando una risata e raffreddando gli animi. Ma intanto il colpo arriva preciso: scendi di tono, prima che ti fai male da solo.
Simona Iaccio e Stefano Russo
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