Noam Chomsky: “Chi sono i padroni del mondo” (trad. Valentina Nicoli, Ponte alle Grazie), di Maurizia Maiano

Sono cresciuta con l’immagine del mito americano e sono per natura esterofila anche se amo la mia terra per quel sentimento di Heim (casa) che mi hanno trasmesso lo studio della lingua tedesca e la mia famiglia.

Della Storia degli Stati Uniti conoscevo poco. E la conoscevo soprattutto attraverso i racconti di mio nonno che giovanissimo era emigrato in America e poi era ritornato per andare a combattere sul Piave, per quel maledetto sogno nazionale e dove, dopo aver vissuto in trincea e visto il dolore: si sta come d’autunno sugli alberi le foglie e buttato vicino a un compagno massacrato con la sua bocca digrignata volta al plenilunio con la congestione delle sue mani penetrata, aveva deciso che avrebbe voluto morire piuttosto che tornare salvo a metà. 

E dopo aver fatto l’Italia tornò ad emigrare per mantenere la famiglia e non solo la sua ma anche quella di mia nonna: i suoceri e due fratelli ed una serva, sì, perché anche se si era poveri ci si poteva  permettere una serva perché c’era sempre qualcuno più povero e a cui bastava solo essere sfamato. Alla serva però si voleva un gran bene, era una della famiglia, adottata per un reciproco scambio di convenienza e inevitabilmente e naturalmente per la vita condivisa nasceva l’amore. Chiedevo a mio nonno perché non avesse portato la famiglia con sé, mi sarei voluta sentire americana, ma il nonno rispondeva che l’America non era bella, che era solo un sogno e che lì la gente moriva per strada sotto lo sguardo indifferente degli altri e poi l’America sapeva fare solo la guerra e viveva della guerra.

Rimanevo in silenzio e pensavo che avevano massacrato gli indiani che poi sarebbero diventati “nativi americani”, che avevano ucciso quattro loro presidenti e sempre per mano di un “folle”, l’ultimo lo avevo visto anch’io cadere per mano di Lee Harvey Oswald. 

Sentivo parlare dei missili a Cuba e ancora non capivo la parola embargo e non capivo perché gli americani proclamassero d’essere sempre nel giusto. Poi fecero una guerra in Vietnam e ancora una volta non capivo perché fossero convinti di essere nel giusto, avevo visto al cinema Il grande cacciatore  ed Apocalypse Now e il tutto non mi tornava, riuscivo solo a chiedermi perché la guerra.

E dopo John F. Kennedy, amavo il Bob Kennedy di “Vogliamo un mondo più nuovo”. Era come se l’America custodisse i nostri sogni, anzi di più, si era presa sulle spalle il destino del mondo per realizzare la felicità.

Crescendo e studiando venni a sapere che avevano lanciato la bomba atomica, i primi nella storia, sul Giappone e l’avevano lanciata sulle città in un momento in cui la gente ignara pensava di essere tornata alla vita, perché la guerra era finita e le potenze vincitrici stavano trattando per spartirsi il mondo e ancora una volta pensavano d’essere nel giusto. Ci fu anche una guerra in Corea e sempre perché era giusta e in futuro avrebbero appoggiato i bosniaci (musulmani) contro i serbi e sempre perché era giusto e qualche anno dopo avrebbero combattuto contro i musulmani, che avevano messo al potere l’ayatollah Ruhollah Khomeini che poi era diventato un loro nemico e avevano fatto la stessa cosa con Ghedafi e con Saddam Hussein e poi Bin Laden e insomma con loro non sapevi mai quando saresti passato da amico a nemico e viceversa e non solo: sapevo che dietro certe stragi italiane e tentativi di golpe c’erano sempre gli americani, che erano stati loro ad organizzare il sequestro e l’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, a causa del compromesso di quest’ultimo con il Partito Comunista. Sapevo che esisteva un’organizzazione guidata dagli americani chiamata Gladio che praticamente vigilava e operava su tutta la politica italiana. Sapevo che i loro errori non li pagavano mai erano troppo sicuri di sé per avere dei ripensamenti. Eppure sapevo che loro erano i nostri alleati, i nostri fratelli, la nostra guida.

E io non me lo spiegavo molto bene. Non mi ritenevo colta ed avevo sempre un atteggiamento aporetico verso la realtà. Col tempo ho capito che quell’aporia non era solo mia: era l’effetto di un discorso che si presentava come naturale, ma che naturale non era affatto.

Ed ancora l’America Latina dove le riforme agrarie erano state impedite dai dittatori che gli amici americani appoggiavano. 

Di recente ho scoperto che siamo stati per molti anni la IEA (Impero Europeo dell’America) e che il sogno di una sola Europa era solo un sogno indotto americano.

Ricucendo le trame della memoria e dei racconti che avevo ascoltato riuscivo a creare in me l’immagine dei veri padroni del mondo. Tutte le guerre avvenute dopo la seconda guerra mondiale erano state innescate dagli americani. Ma non erano i cattivi anzi erano sempre in guerra e si facevano in quattro per salvare qualche popolo da un genocidio, da un’invasione, da un dittatore fornito di armi di distruzione di massa e poi puntavano il dito contro l’Unione Sovieticacon la quale avevano pur combattuto insieme e sconfitto un comune nemico. Non riuscivo a capire perché fossero diventati a loro volto nemici tra loro. Idee diverse, si diceva, capitalismo ed economia liberale, libertà individuale versus comunismo, economia pianificata e niente libertà individuale. Della Russia non avevo una cattiva considerazione, al contrario, mi sembrava una parte del mondo ancora parzialmente incontaminata, più che la storia era l’immagine di qualche libro di letteratura russa che conservavo, immagini di bianche distese innevate, il bianco nella mia mente prevaleva sul verde ed anime profondamente travagliate si muovevano sofferenti sotto il peso dell’esistenza e non distinguevo se fosse per colpa di regimi oppressivi, dello Zar o per una naturale inclinazione e sensibilità. 

Sempre per quel poco che avevo studiato sapevo che i russi non avevano mai invaso l’Europa, ma più di una volta avevano subito un tentativo di invasione. Ci aveva provato Napoleone prima dell’altro piccolo uomo. I Romani, anche se erano stati grandi, non ci avevano pensato, troppo lontani e così arrivò qualcuno di loro dalle lontane steppe. E poi c’erano stati Pietro il Grande e Caterina II che tanto amavano quell’Europa occidentale dell’Impero Romano e dei Sovrani Illuminati, di cui si sentivano gli eredi ideali.

E poi amavo l’astronauta Yuri Gagarin che era stato il primo uomo nello spazio, era volato così lontano prima degli americani che però atterrarono sulla luna nel 1969 anche se poi venne in mente a qualcuno di diffondere la notizia che era stata tutta una farsa, mi rimase sempre il dubbio se la luna dei poeti e tanto cara al Leopardi fosse stata conquistata dagli Yankee americani. In effetti non ci tornò più nessuno, forse non ne valeva la pena o la Luna chiese di essere semplicemente lasciata in pace per alimentare il sogno degli umani. 

Dopo qualche decennio ci fu il caso dell’astronauta Sergej Konstantinovič Krikalëv, che, il 25 marzo 1992, rientrava sulla terra dopo 311 giorni trascorsi suo malgrado nello spazio a bordo della stazione spaziale Mir, era rimasto intrappolato a bordo della stazione per diversi mesi in più del previsto perché il paese che l’aveva lanciato in orbita non esisteva più, fui presa dalla malinconia. Mi aveva fatto tornare in mente la storia di Solaris dove lo spazio infinito cosmico si confondeva con le immagini interiori ed intime della propria anima. L’URSS stava collassando e con essa l’ideologia del socialismo e di un mondo migliore anche se ripetevo tra me: non lo volevano anche gli USA? Così immaginai questo mondo e la Casa Comune Europea, che a qualcuno venne in mente di proporre, e mi piaceva vedere Reagan Gorbaciov insieme, pensavo che li avremmo accolti nel nostro mondo che finalmente diventava migliore.

    Ora scrivendo mi viene in mente l’immagine di 2001 Odissea nello Spazio, il monolito, il primate che lo afferra ha scoperto uno strumento, è la tecnica, quante cose potrà fare. E poi la scena finale, Bowman che lentamente diventa vecchio e vede davanti a sé il monolito nero che cerca di afferrare per poi scomparire e rinascere in un feto cosmico mentre siamo pervasi dalle note del Così parlò Zarathustra di Strauss. La domanda è: a che punto siamo? 

Un mio amico mi risponde. E’ uno che si chiama Pensandbike, pensa andando in bicicletta, una metafora piene di allusioni.

P. – Siamo al punto in cui non sappiamo ancora cosa c’è dietro alle verità assolute che ci raccontano, cosa si celi al riparo degli ideali che da una parte e dall’altra del mondo ci propinano come la cosa più pura ed incontaminata che esiste sulla terra.

 La tara – Ahimé – non ce l’ha in testa la gente di un popolo o dell’altro: la tara è insita nel cervello dell’Homo Sapiensche è l’unica specie vivente su questo pianeta a praticare la guerra e ad adoperarsi per distruggere il mondo che lo ospita.

M. Tara nel cervello dell’Homo Sapiens significa dunque qualcosa da cui mai ci libereremo ed in un eterno ritorno si alterneranno vita e distruzione e mai pace definitiva ma solo tregua?

P. Purtroppo ne sono assolutamente convinto. E basta guardare la storia ed il sussegirsi delle guerre per averne conferma. Nessuno ne parla, ma ci sono, e continuano a scoppiare guerre dimenticate ignorate ma che producono i loro effetti nefasti. Considerandole tutte, nell’era moderna avremo avuto giorni di pace totale nel mondo? Non ci scommetterei grosse somme. D’altra parte se lo stesso nostro Paese, pacifista in base alla Costitizione, produce e vende armi ricavandone profitto, quanto potrà rammaricarsi della presenza di guerre, se le stesse sono occasione di business? E dietro questo business c’è gente che studia, appurando che per il nemico più dannoso di un soldato morto è un soldato ferito, perché il primo va solo sepolto, mentre il secondo obbliga a prestargli soccorso e cure. In base a questo progetta quindi ordigni che mutilano anziché uccidere. Mi chiedo se c’è un’altra specie vivente al nostro livello…

M. – Sì, è vero! Demoni….ma anche Dei…il mistero della natura umana, è così e non lo capirò mai

P. – Credo che nessuno possa capirlo semplicemente perché è incomprensibile.

Un’altra voce – La grande storia è sempre stata fatta da e per i desideri di uomini (maschi) adulti. Forse è soltanto il momento di guardare più sotto e di lato.

Quando ho incontrato Chomsky, ho avuto l’impressione che  qualcuno stesse finalmente dando una forma a ciò che avevo intuito senza riuscire ad esprimerlo. Il libro è stato  pubblicato nel 2019 da Ponte alle Grazie e tradotto da Valentina Nicoli. Colpisce che questa critica del potere non nasca dalla politica ma dalla linguistica. Disciplina capace di smontare e smascherare perché sa usare parole, grammatica e sintassi con libertà e la politica se ne serve, la usa nella comunicazione per simulare, mascherare e smascherare, gestire dissenso e consenso. Chomsky affronta le più attuali questioni di politica internazionale – dal terrorismo alle tensioni mediorientali, dal conflitto potenzialmente esplosivo tra Occidente e Russia all’espansione cinese – costringendoci a guardare quel che abbiamo davanti agli occhi, ma rifiutiamo di vedere, assuefatti al discorso ufficiale e prigionieri di una memoria autorizzata che troppo dimentica. Chomsky è uno studioso di linguistica ed è attraverso la linguistica che critica il potere. La linguistica come teoria della libertà. Il linguaggio come facoltà innata e creativa, capace di produrre frasi mai udite prima. Linguaggio significa possedere degli strumenti: grammatica e sintassi e dei mattoncini lego: parole, aggettivi, verbi, preposizioni che articolati insieme e sempre in modo diverso, grazie agli strumenti, confermano la creatività dell’essere umano che possiede capacità cognitive autonome in grado di reagire all’ambiente. 

Grammatica e sintassi sono condizione di possibilità e di libertà, ma possono creare vincoli di indottrinamento.  La ragione umana è creativa e reagisce ad ogni forma di imposizione, non può mai essere manipolata totalmente. L’essere umano è libero ed ogni sistema deve assumere una maschera per imporsi, ma può diventare un gioco a rimpiattino perché a sua volta potrebbe essere  smascherato.

Se il linguaggio è il luogo in cui si esercita il potere, allora può essere anche il primo spazio in cui nasce la resistenza. Linguistica, epistemologia, politica ed etica diventano un filo rosso intorno a cui si snoda il nostro essere al mondo. La linguistica dice che l’uomo è creativo e libero, il linguaggio è creativo nel bene e nel male, ci salva e ci condanna, l’epistemologia è spesso troppo fragile per pensare di raggiungere una qualche verità, la politica, che è il potere, si serve del linguaggio ed è infine l’etica che ha il dovere morale di smascherare la propaganda. Come nella spirale magica di Bernouilli in ogni curva che si ripete e si rinnova, si racconta la storia eterna della trasformazione: per scoprire come la forma del movimento diventi il simbolo più profondo della rinascita.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

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