Un caffè con Gazmend Kapllani di Federica Scaltriti

Venerdì 8 settembre 2023 Mantova – Festival Letteratura

Sono arrivata in bicicletta davanti alla hall dell’hotel in cui soggiorna Gazmend Kapllani, sarà colpa del caldo o forse dell’emozione, ma mi sento le mani umide e i battiti del cuore fortissimi. Vedo Gazmend uscire dall’ascensore, ci presentiamo: io mi sento un po’ goffa nei convenevoli, mentre lui è da subito molto gentile e disponibile alla conversazione. Ci sediamo al tavolino di un bar, perché ogni conversazione che si rispetti inizia sempre davanti a un buon caffe… e per magia tutto comincia.

Gazmend tu conosci benissimo la Storia con la “S” maiuscola che hai vissuto da protagonista, ma hai scelto di utilizzare il linguaggio della narrazione. La tua scelta è quella di restituire ai lettori l’esperienza delle frontiere dal punto di vista del singolo, che però viene eletto come universale. Non è il fenomeno storico, ma è come il singolo vi si trova all’interno a fare la differenza ed è ciò che tu esplori con la tua scrittura.
Vero, mi interessa di più ciò che noi chiamiamo “microstoria”, ovvero come la storia interagisce con le nostre vicende personali creando uno spazio che spesso rimane silenzioso, non detto. Provengo da una nazione, l’Albania, in cui negli anni del totalitarismo l’identità dei singoli fu cancellata in maniera molto violenta, perciò amo esplorare quei territori mai raccontati e schiacciati dalla storia. Questo per me è il senso della letteratura: raccontare le vicende delle persone comuni, dare vita a dei personaggi per poi chiedersi di ognuno di loro: chi era? da dove veniva? come si connetteva con gli altri? quali erano le sue illusioni, percezioni, che desideri e paure aveva. Scrivo per raccontare la commedia dell’esistenza.
Questo per me è il punto di partenza per fare letteratura. Se la storia si interessa agli archivi, la letteratura si interessa prima di tutto all’evoluzione umana ed è ciò di cui mi occupo.


La terra sbagliata, il tuo ultimo romanzo, è la storia di un ritorno in patria. Un fratello ritorna a casa dopo la morte del padre. Spesso i migranti rientrano in patria quando muore un famigliare. Il ritorno è conflittuale non solo per chi è emigrato, ma anche per chi è rimasto e tu lo racconti attraverso i punti di vista di due fratelli: quello che è restato nel paese d’origine e quello che torna dopo vent’anni di assenza. Tra l’altro, hai ambientato la tua storia in una cittadina immaginaria chiamata TERS, che in albanese significa “malocchio”, perché questa scelta?
La letteratura dell’Est è sempre stata caratterizzata da una forte dose di ironia e fatalità: da qui la mia decisione di dare quel nome al paese del mio romanzo. Ciò in parte ha ragioni storiche perché è conseguenza della distopia con la quale la gente dell’Est è stata costretta a vivere durante i regimi totalitari. L’Albania è stata per molto tempo considerata una terra di frontiera e la storia con questi popoli non è mai stata molto gentile. Ho ambientato il mio romanzo in un paese immaginario perché il ritorno per un emigrato è per sua natura qualcosa di fortemente immaginario: non si ritorna mai nello stesso modo in cui si è partiti. Chi ritorna ha una percezione diversa della gente e del proprio luogo d’origine: è un rapporto caratterizzato sempre da una forte tensione.

In Albania durante il totalitarismo tutta la letteratura dell’Occidente era censurata. Mi ha colpito sapere che hai tradotto e diffuso di contrabbando la traduzione del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati. È la storia di un soldato, una storia di obbedienza. Ho provato a mettermi nei tuoi panni, a pensare di essere un ragazzo che voleva scappare da una nazione dove c’era una dittatura e mi sono chiesta perché hai scelto questo libro.
I libri di contrabbando che ci cadevano nelle mani erano davvero molto rari. Ci consideravamo molto fortunati ad avere anche uno solo di questi, erano assolutamente necessari per poter nutrire il nostro spirito, la nostra intelligenza e la nostra immaginazione.
Quei libri erano atti di resistenza contro l’oppressione, contro il “deserto culturale” che subivamo. Quando lo lessi la prima volta mi impressionò moltissimo per l’angoscia esistenziale che restituiva, per quell’illusione e quel senso di attesa, in cui io mi riconoscevo completamente. Tutto il libro è una metafora incredibile dell’esistenza umana, di una bellezza struggente una forza immensa. Le mie letture “di contrabbando” sono state assolutamente cruciali per la mia decisione di diventare scrittore. È molto interessante constatare che tutti i regimi totalitari vedano la letteratura come qualcosa di fortemente pericoloso perché sviluppa il pensiero critico, l’individualità e la libertà.

Tu ora vivi a Chicago dove insegni Letteratura delle Frontiere a una generazione che non ha vissuto la guerra fredda. Come vedi il rapporto delle nuove generazioni verso le frontiere?
Ogni generazione ha una percezione differente delle frontiere e dipende anche di quale frontiera stiamo parlando. In Europa per esempio c’è una generazione che cresce senza l’angoscia delle frontiere che avevo io, i miei genitori e i miei nonni. Le nuove generazioni hanno un concetto molto più globale del mondo rispetto a quello che avevamo noi, che era molto isolato e frammentario; i giovani d’oggi affrontano nuovi dilemmi e nuove forme di emarginazione. Considero una frontiera moderna l’appartenenza o no a nazioni che dispongono di armamenti nucleari, perché ciò presuppone il potere di scatenare o no una guerra nucleare e la scomparsa dell’umanità sulla terra. Io insegno la storia dell’evoluzione delle frontiere che oggi sono soprattutto culturali, perché per i giovani di oggi i confini non sono più geografici, ma di natura sociale perciò invisibili. Posso comunque affermare che ancora oggi il concetto di Frontiera affascina le nuove generazioni: l’immigrazione resta uno dei fenomeni più sconvolgenti nel nostro mondo; ma ora rispetto a 50 anni fa, ha una portata globale che influenza continuamente la nostra percezione quotidiana del mondo in cui viviamo, variando continuamente i concetti di identità, nazione e continente. Abbattere le frontiere oggi ha una consapevolezza diversa rispetto ai nostri tempi: le sfide di oggi sono su scala mondiale.

Un’ultima domanda: tu sei un grandissimo lettore, qual è il libro a cui ritorni e che più ti ha ispirato nel tuo lavoro di scrittore e poeta? Abbiamo tutti un libro del cuore, un libro riconciliante, il tuo qual è?
Non è soltanto un libro. Diversi scrittori mi hanno influenzato e penso che i maggiori vengano dall’Est. Scrittori come Milan Kundera, Danilo Kis, Jaroslav Hasek con le avventure del Bravo soldato Svejk. Nel mio passato di isolamento in Albania, la lettura è stata fondamentale per la mia sopravvivenza, di quel periodo ricordo che leggevo le Poesie di Jaques Prevert che hanno avuto un’enorme influenza su di me e ancora mi capita di ritornare a lui.

Federica Scaltriti

Pedro Juan Gutierrez: un randagio Houellebecq meticcio di Gigi Agnano

Per leggere i miei libri devi essere giovane dentro. Forse
hai sessant’anni, ma sei giovane dentro
.

Venticinque anni fa, Pedro Juan Gutiérrez (Matanzas, 1950) pubblicava in una ventina di Paesi la Trilogia sporca dell’Avana – in Italia edita da e/o -, una raccolta di storie feroci che ripercorreva gli anni Novanta di un Paese dissanguato dalla crisi economica e devastato dal brutale passaggio del Niño.
Il libro ebbe un notevole impatto internazionale, ma non piacque ai burocrati del partito e ad oggi non è mai stato pubblicato a Cuba. L’autore da quel momento venne considerato “scomodo” e, pur senza essere mai stato un “dissidente” o aver mai pensato di vivere altrove, perse il lavoro di giornalista, professione per la quale aveva studiato e che esercitava da ventisei anni.

Non sto facendo politica, lascio un ricordo del tempo e del luogo in cui ho vissuto.

La Trilogia – che non è un’autobiografia pur contenendo molti elementi autobiografici – è un reportage spietato, a volte disturbante, della povertà materiale e della miseria morale di un popolo emarginato che si batte e si sbatte ogni giorno per procurarsi quel minimo di cibo, fumo, rum e sesso per sopravvivere. Esseri in un momento di enorme disagio e sofferenza, sull’orlo del baratro, ma con una furiosa voglia di godere il pochissimo a disposizione.

Perché devi prostituirti per guadagnare un dollaro? Perché devi comportarti da canaglia per sopravvivere? Queste sono le domande che mi pongo continuamente.

Gutierrez attraversa, descrivendola nei suoi aspetti più miserabili e intimi, la vita di transessuali, prostitute, jineteras, criminali, personaggi tormentati, ubriaconi, imbroglioni, poliziotti. A volte tragico, a volte spiritoso di frizzante umorismo caraibico, è scandaloso, esagerato, anarchico, osceno, sboccato, volgare, selvaggio, provocatore; il tutto per dar voce a quelli che sono incapaci di elaborare un pensiero, ad animali fatti di solo istinto e qualche sentimento, troppo presi dalle
difficoltà di sbarcare il lunario. In poche pagine siamo immersi in un mondo ai margini, insano di un Paese lontano che ci diventa sempre più familiare.

Non avrei mai pensato che avrei scritto così tanto perché pensavo di non avere così tante cose da dire.

È stato detto più volte che Gutiérrez è il Bukowski cubano per gli stessi abusi di alcol e di sesso esplicito, un Bukowski a ritmo di conga; che è l’erede del “realismo sporco” di Carver o di Ford o della connazionale Zoé Valdés, per la prosa asciutta, concisa e il periodare secco, veloce, senza lustrini o eufemismi. Alcuni ammiratori, riconoscendone un purissimo talento narrativo, l’hanno paragonato – più o meno a ragione – a scrittori americani del calibro di Hemingway o di Capote o di Tom Wolfe o di Henry Miller, di Sherwood Anderson o Grace Paley o Norman Mailer. Ma Gutiérrez è semplicemente Pedro Juan, il protagonista alter ego della Trilogia, solitario, affamato, che frequenta le catapecchie più fetide, i palazzi sgarrupati con l’ascensore rotto per sempre e gli inquilini che cacano per le scale; che gira per i vicoli più sporchi di Old Habana con un sigaro scadente in bocca, in strade di prostitute e turisti scimuniti, che scrive delle persone che gli capita di incontrare, di antieroi, come Lisetta Carmi camminava per i caruggi di Genova fotografando travestiti.

Non mi piace quella letteratura (sudamericana) che abusa della lingua, usa l’eccesso, il barocco, che usa cinque pagine per raccontare un’idea di cinque righe. È un accanimento nei confronti del lettore, un’usurpazione del suo tempo.

Paragoni illustri, quindi, che ne esaltano il valore letterario, ma anche accuse da parte dei tanti detrattori di rozzezza, di machismo e di pornografia per la sessualità cruda, sfrenata, violenta al limite del brutale, presente nella stragrande maggioranza dei suoi racconti. Potreste non amare questa letteratura che emana “un misto di tabacco, aguardiente, sporcizia, sperma, merda, lenzuola sudate, fame, stanchezza, sonno, sbronze di lunga data”. In ogni caso, però, Pedro Juan Gutiérrez non vi risulterà indifferente. In un’epoca di stratagemmi commerciali e di politicamente corretto, noi ne abbiamo apprezzato l’autenticità, la naturalezza narrativa e siamo diventati lettori fedeli di questo randagio Houellebecq meticcio.

Ma, per finire, ascoltiamolo:

Io sono costruito con i denti
del serpente
e l’ululato del lupo
e il brillio del pesce
e l’astuzia della tigre
e la potenza del toro.
Io sono un nitrito selvaggio
degli dèi
e un cuore d’agnello
da dove sgorga sangue rosso e caldo.
Io sono quest’uomo che attraversa
la città per guardarti negli occhi
e odorare la tua pelle e respirare profondamente
e infilarmi dentro di te
fino a toccarti le ossa
e dirti
questo è tutto quello che posso fare.

Gigi Agnano

Ma quale autofiction! Tiziano Scarpa racconta i “cazzi” suoi

Il 12 settembre è uscito, edito da Einaudi, il nuovo romanzo di Tiziano Scarpa, La verità e la biro. In un articolo su Domani è l’autore stesso a scrivere: “Ma quale autofiction, ho raccontato i cazzi miei!”. E aggiunge: “Quel che non sopporto è che nel frattempo il termine ‘autofiction’ si stia mangiando tutto il campo della scrittura autobiografica. Qualunque libro in cui l’autore o l’autrice parli di sé ormai viene sbrigativamente definito ‘autofiction’. Come se fosse scontato che chi scrive su di sé ci metta della finzione, pasticciando con i propri ricordi, inscenando sé stesso con una manipolazione strategica, in vista dell’effetto che vuole ottenere. Mi irrita questo allargamento indebito della parola autofiction perché mortifica il valore dell’esperienza individuale effettivamente vissuta, e della possibilità di raccontarla e condividerla.”

Foto: https://www.unive.it/pag/cafoscarinews/.

Intervista a Petros Markaris di Cristina Marra e Gigi Agnano

Hai iniziato come traduttore, pensare in tante lingue ti ha aiutato quando hai iniziato a scrivere?

Sono nato negli anni Quaranta e sono cresciuto nella Istanbul degli anni Cinquanta. A quell’epoca Istanbul era una città molto cosmopolita. Passeggiando per Beyoglu, uno dei quartieri principali della città, si poteva sentir parlare sei lingue diverse: turco, greco, armeno, giudeo-spagnolo, italiano e francese; la cosa non mi sorprendeva affatto, perché in quel periodo era normale a Istanbul. La ricchezza e la varietà di lingue ha avuto un forte impatto in me sia come scrittore che come traduttore. Quando ho lasciato Istanbul nel 1960 ero trilingue. Parlavo correntemente greco, turco e tedesco. A Vienna ho deciso di scrivere nella mia lingua madre, il greco. Questa è stata la ragione principale che mi ha portato a trasferirmi ad Atene. Ho iniziato a lavorare come traduttore dal tedesco e le traduzioni dei diversi testi mi hanno aiutato sia a sviluppare uno stile personale di scrittura, che a saper spaziare tra i diversi generi.

È stata la tua ammirazione per la Polizia a farti scoprire scrittore?

No, non è stato tanto l’agente in sé, quanto la persona e la sua famiglia. Charitos e sua moglie Adriana provengono entrambi da famiglie molto povere. Nutro grande rispetto nei loro confronti e per i loro sforzi nel supportare la loro figlia durante gli studi. Questo background è stato il punto di partenza dell’amicizia tra Charitos e il vecchio militante di sinistra Lambros Zisis.

Dal 1993 Charitos fa parte della tua vita e segue mutamenti personali e sociali. Che rapporto hai col tuo protagonista?

Charitos e la sua famiglia sono parte della mia vita di tutti i giorni. Sono quotidianamente in contatto con loro anche quando non scrivo. Credo che sia per via della straordinaria somiglianza di Adriana con mia madre. Mi sono accorto di questa somiglianza grazie a un piatto di pomodori e peperoni ripieni. Gradualmente, da un romanzo all’altro, Adriana è diventata identica a mia madre. Se la conosci, conosci anche mia madre.

L’Atene moderna dei tuoi romanzi mi fa pensare un po’ alla città di Napoli, una città che i turisti vivono spesso di passaggio per andare alle isole o sulla costiera. Trovi attinenze? Atene, come Napoli, è una città straordinaria, meriterebbe meno superficialità e più attenzione?

Sfortunatamente non posso fare un paragone, perché sono stato a Napoli una volta per un giorno solo. D’altra parte, quello che mi interessa di Atene è il modo di vivere degli Ateniesi. È anche un elemento in comune a me e Charitos: il punto di vista ironico sulla città e i suoi abitanti.

In Italia un famoso musicista, Vinicio Capossela, ha portato all’attenzione del grande pubblico il rebetiko, la musica dei bassifondi e del Pireo. Che rapporto hanno i tuoi romanzi con la musica più in generale e, in particolare, con l’incredibile ricchezza della musica tradizionale greca?

Si possono trovare molto cibo, piatti e ristoranti nei miei romanzi. Ma non si troveranno pub con musica o rebetiko. La ragione è semplice: non si può mettere tutto in un romanzo, nonostante il rebetiko mi piaccia molto.

Uno scrittore e giornalista italiano, Patrizio Nissirio, che ha vissuto diversi anni ad Atene, ha scritto nel 2017 “Atene, cannella e cemento armato – Percorsi e riflessioni con Màrkaris e gli altri” (dove “gli altri” sono scrittori greci meno noti in Italia). L’ultimo capitolo s’intitola “L’Atene che non c’è (più)”. Ci sono dei luoghi e delle atmosfere ormai scomparse dell’Atene odierna che ti mancano e che mancano al Commissario Charitos?

Non ho letto il libro di Patrizio Nissirio, ma sono d’accordo con lui. C’è una parte di Atene che è scomparsa: i quartieri poveri e i sobborghi con case a poco prezzo e taverne economiche in cui i Greci bevono la retsina accompagnandola a piatti prevalentemente di pesce. Le taverne popolari e i pub con il rebetiko non esistono più. Tutto ciò che ad Atene apparteneva agli anni Cinquanta o Sessanta è ormai storia. È andato tutto distrutto con il finto boom degli anni Ottanta e Novanta.

Dopo una raccolta di racconti scritta in piena emergenza pandemica è uscito in italia il tuo nuovo romanzo. Com’è cambiato il modo di scrivere con la pandemia e la guerra in corso?

Scrivere durante la pandemia è stata la mia salvezza. Fortunatamente non ero a corto di idee. Ho scritto una raccolta di racconti e un romanzo che è stato appena pubblicato in Italia. Ora sto scrivendo un altro libro, anch’esso iniziato durante la pandemia. Non so ancora se la guerra in Ucraina mi spingerà a scrivere un nuovo romanzo. Quello che so è che questa guerra mi rende furioso, e quando sono furioso finisco sempre col cominciare un nuovo progetto narrativo. È il mio modo di ritrovare la pace interiore. I valori di accoglienza, rispetto delle diversità, fratellanza cari alla società classica stanno scomparendo o sono osteggiati. In che periodo stiamo vivendo? Che ruolo hanno cultura e letteratura? Questa domanda è molto dolorosa sia per me che per voi; discendiamo da una cultura molto antica, quella Mediterranea. Stiamo vivendo in un periodo in cui la cultura non ha importanza nelle nostre vite e nessun impatto sulla maggior parte dei giovani. Ora quasi tutto è collegato o dipende dal denaro, dagli investimenti fino alle sanzioni contro la Russia. Io appartengo a una generazione passata, che si ricorda del proletariato, delle persone che hanno lavorato duramente in cambio di un tozzo di pane e che riuscivano a malapena a scrivere il proprio nome. Ora sta venendo a crearsi una nuova classe proletaria di laureati. “Voglio la coscienza e i miei soldi puliti”, dice il protagonista maschile dell’opera di Brecht “Santa Giovanna dei macelli”. Beh, anche l’UE si è pulita la coscienza creando la sezione di “patrimonio culturale”. Il problema è che tale patrimonio, tale eredità è sempre una conseguenza della morte. E senza morte, non c’è eredità.

Cristina Marra e Gigi Agnano

Intervista a Yuri Andrukhovych di Gigi Agnano

Yuri Andruchovych romanziere, poeta, saggista, traduttore, è considerato autore di culto in tutta l’Europa centrale, in particolare in Ucraina dove è nato (nel 1960 a Ivano-Frankivs’k), vive e lavora. Ha partecipato attivamente alle manifestazioni di Piazza Maidan, alla Rivoluzione Arancione e gli sono stati attribuiti numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio per la Pace Erich Maria Remarque (2005), il Premio Hannah Arendt (2014) e il Premio Heine (2022). E’ membro della Deutsche Akademie für  Sprache un Dichtung. L’ultimo romanzo appena pubblicato in Italia da Del Vecchio s’intitola Perversione, che in poche parole definirei così: sorprendente, intelligente, ironico, amaro, raffinato, elegante, colto. Dopo la lettura di Perversione ero così entusiasta che ho scritto a  Viviana, l’amica che me l’ha fatto conoscere, questo messaggio: “Viviana, quest’uomo vince il Nobel per la Letteratura!”. È quel genere di affermazioni che, se non si avverano nessuno se le ricorda, ma che se si avverano guadagno milioni di punti… Quindi grazie a Del Vecchio, a Viviana Calabria e a IoCiSto che mi hanno dato il piacere e l’onore di fare due chiacchiere con un talento purissimo.

Yuri Andrukhovych benvenuto a Napoli alla libreria IoCiSto. Il tuo romanzo Perversione è del ’95. Che effetto ti fa vederlo finalmente tradotto in italiano?

È una gioia immensa anche perché sognavo questo momento da quando ho iniziato a scrivere il romanzo, quasi trent’anni fa. Io, come tutti, sono innamorato dell’Italia, in particolare dal marzo del ’92, quando sono venuto per la prima volta in Occidente e ho visitato Venezia. Ma è stata una visita di una ventina d’ore al massimo, sono arrivato la sera e il giorno dopo verso ora di pranzo sono andato a Ravenna e poi a Firenze.

Mi stai dicendo che hai scritto un romanzo, Perversione, che si svolge interamente a Venezia, in cui la città è descritta nei dettagli, dopo un soggiorno così breve? Io pensavo c’avessi vissuto…

Sì, però quando sono tornato in Ucraina ho fatto ricerche per quasi tre anni, raccoglievo qualsiasi cosa parlasse di Venezia in un’epoca in cui Internet e il computer non erano di nessun aiuto. Ovviamente era una sfida. Volevo essere estremamente preciso perché su Venezia ci sono migliaia di romanzi, con dei topoi universali. E dovevo trovare un compromesso: se volevo portare al limite estremo la fantasia, nel contempo dovevo avere una cura assoluta nella descrizione delle circostanze, del paesaggio, nel citare i nomi dei canali o dei palazzi. Degli errori topografici avrebbero svilito tutto.

Mi viene in mente Il pendolo di Foucault, dove Eco ebbe la cattiva idea di inserire un programma informatico sbagliato, che, come si dice, “non girava”…

Sì, non mi piace, dà un’idea di sciatteria.

Ma allora perché proprio Venezia?

Diciamo che faceva parte del mio programma personale di scrittura, nel senso che da quando ho iniziato a scrivere volevo mandare i miei protagonisti in posti molto attraenti e così Venezia veniva dopo che nel mio secondo romanzo avevo “usato” Mosca (Moscoviade). In effetti è andata così: nel ’92 io ebbi la possibilità di stare tre mesi a Monaco di Baviera e avevo dei nuovi amici che mi proposero di andare con loro in auto in Italia per tre-quattro giorni, dicendomi di approfittarne perché effettivamente non sapevo se sarei potuto tornare in Occidente. Ottenni il visto austriaco e quello italiano (all’epoca non c’era Shengen) e così riuscii a fare la mia breve visita in Italia, il mio “Italienische Reise”. Però, non appena tornai a Monaco, cominciarono a darmi un po’ fastidio tante cose della Germania, l’ordine, la pulizia… Mi ricordo che scrissi una lettera a mia moglie (una lettera normale, non c’erano le mail) dicendole che volevo tornare in Italia tutte le volte che avrei potuto e lei mi rispose – la sua lettera arrivò una decina di giorni dopo – dicendo “scusa, perché non scrivi un romanzo sull’Italia?” Era un’idea brillante perché in questo modo era come se potessi vivere da voi…

E così arriviamo al ’95…

Ho iniziato a scrivere Perversione a dicembre del ’94 e ho scelto le date con molta consapevolezza. Io sono un po’ fissato coi numeri e, più precisamente decisi di iniziare il 13 dicembre, dandomi l’obiettivo di finirlo il 13 marzo ’95, il giorno del mio compleanno. E ce l’ho fatta. Erano tempi piuttosto drammatici per il mio Paese – ma diciamo che lo sono sempre -, ero un autore molto giovane e, dopo i miei primi due romanzi, volevo scrivere qualcosa con più estetica e politica, con un carattere giocoso, fantasioso, ma anche politico.

Ma, a proposito di viaggi… nell’agosto del 1971 con i miei genitori feci un viaggio in Europa dell’Est in treno e andammo in Unione Sovietica e in Ucraina…

Nel 1971? Eri un bambino…

Sì avevo una decina d’anni – sono del ’60 come te, anche se sembro molto più vecchio -. Mio padre era comunista e voleva dare un’occhiata a quello che pensava fosse un paradiso, ma tornò piuttosto avvilito. Ma anche a me sembrò un altro mondo. La domanda ai limiti del poliziesco è: cosa facevi nell’ agosto 71 a Ivano-Frankivsk? Com’ era la vita di un bambino al di là della cortina di ferro?

È una domanda molto interessante perché il mio prossimo libro si svolge esattamente a quell’epoca. Parla di un ragazzo di quell’età, non esattamente ucraino, ma che vive in un ambiente da Paese di socialismo reale, da qualche parte in Europa dell’Est. Ok, nel ’71?

Beh, nell’agosto del ’71… 

Ovviamente ad agosto non c’era la scuola ed ero contento perché odiavo la scuola. Quell’estate passai tutte le vacanze a casa e mi dispiaceva. La mia famiglia con mia nonna viveva in una casa molto modesta e speravamo di avere dallo Stato un nuovo appartamento col bagno, tre stanze anziché due. Aspettavamo tutti di trasferirci in una di quelle palazzine in stile sovietico a tre piani (“Krushchyovka”), che erano tipiche dei primi anni Sessanta, ma che da noi erano nuove. Un’altra cosa di quell’estate è che imparai ad andare in bicicletta e mi regalarono la mia prima bicicletta, una bici per bambini arancione che si chiamava “Piccola Aquila”.

Tu hai partecipato ai 93 giorni di protesta di piazza Maidan, la rivolta (nov 2013 – febbraio 2014) che ha portato alla caduta del leader filorusso Yanukovych. Qual è stato il contributo degli intellettuali al cambio di rotta politico del Paese?

Maidan fu una situazione tragica a lieto fine. Fu un periodo molto positivo perché si affermava una nuova consapevolezza dell’essere cittadino. Maidan ha trasformato l’attivismo delle persone. Dopo Maidan molti poeti, scrittori, filosofi, artisti divennero i veri leader dell’opinione pubblica, formulavano un pensiero inaccettabile per chi era al governo, ma che il governo alla fine dovette accettare. Noi non potevamo più stare con due piedi in una scarpa, essere amichevoli contemporaneamente con la Russia e con l’Europa. Questo gruppo sociale costituito dagli intellettuali, soprattutto da giovani artisti spessissimo donne, divenne molto influente e diede un grosso contributo per avvicinare il Paese all’Europa e all’Occidente. La stessa vittoria di Zelensky del 2019 è il frutto di quanto accaduto a partire dal 2014, la società divenne consapevole di poter cambiare attraverso il voto e la democrazia. Oggettivamente fu un buon periodo, in cui siamo diventati tutti politicamente adulti.

Dalla lettura di Perversione uno dei tratti caratteristici che emerge è l’ironia, il sense of humor, diciamo noi dopo Calvino “la leggerezza”. Oggi, pensando al tuo Paese in guerra, che chiede e ha bisogno di armi, del piombo delle munizioni, dopo Bucha, Mariupol, Bakmuth, Cherson, riesci a scrivere con altrettanta ironia? Quanto incide la guerra sulla tua attività di scrittore, direi sul carattere della tua scrittura?

È una domanda aperta per me, non ho una risposta. Noi siamo nel mezzo di una tragedia, ma io penso che la grande Letteratura sia possibile con un approccio nel contempo umoristico e tragico. In particolare, se parliamo di Letteratura di guerra ci sono esempi come Il buon soldato Sc’vèik di Jaroslav Hašek o molte pagine di Remarque che sono piuttosto divertenti. Io direi che puoi essere serio e allo stesso tempo spiritoso. Il problema sono le proporzioni sulla base anche di quello che provi nel momento in cui scrivi. In ogni caso io penso che in questo momento sia utile per l’Ucraina avere un distacco umoristico, senza il quale non sopravviveremmo. E la gente lo capisce. Noi ora in Ucraina abbiamo tanto humor nero che arriva dai Social, specialmente se si ha notizia della morte di aggressori. È un modo per superare la paura, diventa qualcosa che ti sostiene.

Tornando a Perversione, a me è sembrato un romanzo profondamente europeo. Citi Rilke (Notturno veneziano e San Marco) e mi ha fatto pensare – ma posso senz’altro sbagliarmi – alle avanguardie del Novecento, ovviamente a Thomas Mann, a Brecht e a Kafka e, per finire, ovviamente al Maestro e Margherita, che pure aveva influenze rivenienti dalla letteratura europea. È come se il tuo libro volesse ricordare al lettore occidentale quanto la letteratura ucraina sia parte integrante della cultura europea. È corretto? Sei d’ accordo sul fatto che il tuo romanzo e più in generale la letteratura del tuo Paese siano profondamente legati alla tradizione mitteleuropea? 

Assolutamente sì ed è un legame molto profondo. Anche la letteratura ucraina classica guardava all’Occidente e ai vicini europei anziché agli autori russi proprio per differenziarsene. Gli scrittori ucraini già dal XVIII secolo, benché fossero cittadini dell’impero e ammirassero gli scrittori russi, cercavano una propria autonomia spirituale. La letteratura ucraina moderna comincia a fine Settecento con un lungo poema in sei libri che è una parodia dell’Eneide [Eneida di Ivan Kotlyarevsky N.d.r.] ed è il primo lavoro letterario pubblicato interamente in ucraino, in volgare, in quella lingua di tutti i giorni che l’impero scoraggiava nell’uso letterario. Gli ucraini hanno poi sempre tradotto tanto, soprattutto dal tedesco e dal francese e ovviamente dal polacco, dal ceco.

Anche dal russo?

No, non c’era bisogno perché ognuno era in grado di leggere il russo.

A questo proposito, mi sembra come se in Ucraina ci sia un conflitto più antico del 2014, che è il conflitto tra la lingua russa e quella ucraina. Esagero?

Sì ma non troppo. È un sottile e leggero conflitto. La gente in Ucraina si è abituata da molto tempo a cercare compromessi. Dal ’91 l’ucraino è diventata la lingua ufficiale del Paese, ma allo stesso tempo la maggioranza della popolazione parlava russo. La gente comune in genere parlava e si capiva in entrambi le lingue. Le tensioni però arrivavano quando c’erano le elezioni perché i partiti politici usavano durante le campagne elettorali il problema della lingua per mobilitare l’elettorato. Da febbraio scorso la gente nega di parlare russo, parla ucraino pensando che quella sarà la lingua del Paese del futuro. Io vivo in una città a Occidente che parlava quasi esclusivamente ucraino. Nel 2014 sono arrivati tantissimi profughi dalle zone di guerra che parlavano russo e un altro flusso molto consistente di persone di lingua russa c’è stato a febbraio dello scorso anno. Per cui ora nella mia città per strada senti tante persone che parlano tra di loro in russo; ma la cosa che lascia ben sperare per il futuro è che parlano ai loro bambini in ucraino. Ma io non sono mai stato per una promozione aggressiva della lingua ucraina. Io parlo alle persone sempre nella lingua che preferiscono. La lingua russa per me non è un problema. Io penso che l’Ucraina rimarrà un Paese con due lingue, ma attualmente l’invasione russa ha avuto tra i suoi effetti che l’ucraino sia diventata la prima lingua. Se leggi le statistiche circa l’80% delle persone dice di parlare solo ucraino, ma non è vero, è più un fatto psicologico, una proiezione di come vorrebbero parlare.

Scusa, ma mi sento quasi obbligato a chiedertelo: tu sei un convinto europeista, ma pensi che l’Europa stia facendo abbastanza per darvi una mano?

Se voglio essere moderato, apprezzo molto quello che sta facendo l’Europa, perché è un aiuto che ci consente di resistere, di sopravvivere, di salvare vite. Però io penso anche che non ci siano altre alternative: o gli europei ci danno tutte le armi che hanno e noi combattiamo e vinciamo, o gli europei combattono con noi nel nostro Paese. Il motivo è che questa guerra, al di là delle vite umane, deve finire in fretta perché è molto costosa. E l’unico modo per farla finire in fretta è che ci diate quante più armi è possibile.

Grazie mille Yuri, come fai dire a un tuo personaggio “auguro a te e al tuo Paese solo amore”.

Gigi Agnano