Danza e Letteratura: “Lo Schiaccianoci – da Hoffmann e Dumas a Tchaikovskij e Petipa”, di Serena Cirillo

Tra i più iconici del repertorio, sicuramente il più rappresentato con le sue innumerevoli versioni, il Balletto “Lo Schiaccianoci” continua ad incantare grandi e piccini trasportando tutti in un’atmosfera magica. Entrato a pieno titolo nella tradizione, è uno dei simboli del Natale in tutto il mondo, tanto da aver offerto uno spunto per spettacoli di ogni genere: dal balletto classico a quello contemporaneo, dal cartone animato di Walt Disney al film di Lass Hallstrom, dal fumetto di Topolino alla coreografia di pattinaggio sul ghiaccio “Schiaccianoci on ice”. L’autore della storia è Alexandre Dumas padre, anche se in realtà la vera paternità è da attribuirsi a Hoffmann, dalla cui fiaba “Schiaccianoci e il re dei topi” del 1816, Dumas fu ispirato e nel 1845 ne scrisse una sua versione intitolandola “Storia di una Schiaccianoci”.  Versione sì edulcorata rispetto al genere gotico di Hoffmann, ma resa ancora più affascinante perché Dumas fu in grado di mantenere la potenza visionaria che sostiene la narrazione dell’autore tedesco, rendendo però la storia più fruibile grazie alla piacevole scorrevolezza tipica del suo stile.  L’infanzia dello scrittore fu segnata da problemi economici e un’istruzione approssimativa, ciononostante, il suo talento per la scrittura fu tale da renderlo uno dei più grandi scrittori francesi di tutti i tempi, incredibilmente prolifico e con una straordinaria capacità di intuire le aspettative dell’immaginario collettivo. Grazie a questa abilità si affermò innanzitutto come creatore del “feuilleton” o romanzo d’appendice, che veniva pubblicato a puntate sulle riviste; infatti, le sue opere letterarie più note, tra cui I tre moschettieri e Il conte di Montecristo, ebbero origine proprio in questo modo durante gli anni di maggiore produttività, dal 1844 al 1850. Allo stesso periodo risale “Storia di uno schiaccianoci”, che si presenta come una favola per bambini senza particolari pretese, un divertissement del romanziere concepito come fiaba di Natale. La trama, apparentemente semplice, diventa sempre più articolata con quel continuo passaggio dalla realtà alla fantasia tipico delle favole importanti e strutturate, lasciando il pubblico incapace di tracciare un confine netto tra i due mondi.

La storia è ambientata all’inizio dell’ ‘800 in una dimora dell’alta borghesia tedesca, dove una famiglia con due bambini, (Clara e Fritz nel balletto) si appresta a festeggiare il Natale dando un ricevimento con molti invitati e altrettanti bambini. Grande entusiasmo suscita l’arrivo dello zio Drosselmeyer, padrino di Clara e Fritz, che intrattiene i bambini con giochi di prestigio e porta in regalo giocattoli meccanici costruiti da lui stesso. Tra i doni c’è uno schiaccianoci a forma di soldatino che piace molto a Clara. Dopo la serata, Clara si addormenta e sogna che lo schiaccianoci si anima e combatte, al comando dei soldatini di Fritz, contro un esercito di topi che cercano di ucciderlo. Nel duello finale col re dei topi lo schiaccianoci sta per soccombere quando Clara interviene a salvarlo uccidendo il nemico. Per incanto lo schiaccianoci si trasforma in principe e la conduce nel regno di Marzapane, dove le case e il paesaggio sono fatti di dolciumi e la fata Confetto dà una festa in onore del vincitore che ha sconfitto il re dei topi. Tutti gli invitati si esibiscono in danze coinvolgendo i due protagonisti. La bambina si risveglia e racconta ciò che ha vissuto come se fosse realtà, ma i genitori, ovviamente, le dicono che è stato un sogno reso ancora più complicato dalla febbre che le è venuta. Lei si riaddormenta, continua a sognare, la sua avventura ha ulteriori sviluppi e alterna sogno a realtà, con lo zio Drosselmeyer che sembra conoscere già il sogno come se davvero vi avesse partecipato. Sia il racconto che il balletto terminano col risveglio di Clara e il suo incontro con un giovane affascinante, nipote di Drosselmeyer, che incarna lo schiaccianoci trasformatosi in principe, con cui corona il suo sogno d’amore.

Le suggestioni create dalla fiaba attirarono l’attenzione di Tchaikovskij e Petipa che, incaricati dal sovrintendente dei Teatri Imperiali russi Ivan Vsevolozskij di scrivere un nuovo balletto per Natale, ritennero “Storia di uno schiaccianoci” la base ideale per creare coreografie varie e fantasiose. Così, seguendo pedissequamente le indicazioni del coreografo, Tchaikovskij. scrisse la suite, l’overture, i passi a due, i valzer e le danze: araba russa, cinese, pastorale, spagnola. Il musicista adattò la musica alla coreografia e il coreografo adattò la coreografia alla storia, arricchendo il balletto con elementi in più, come le danze, che compongono il divertissement più conosciuto tra le musiche di Tchaikovskij e culminano nel celeberrimo valzer dei fiori, funzionali a farne uno spettacolo grandioso. Scenografie, costumi, effetti speciali e trovate sceniche a profusione in un balletto apprezzato non solo per la tecnica richiesta ai ballerini, ma anche per la spettacolarità a cui si presta. Lo hanno riproposto nei secoli tutti i teatri d’opera, tutte le compagnie di danza e le scuole di danza, sia accademie di enti lirici che private. La prima versione, quella creata da Petipa e il suo assistente Ivanov nel 1892 per il Marinskij di San Pietroburgo, è stata rivisitata da Gorskij per il Bolshoi di Mosca nel 1919, il quale ha inserito il risveglio di Clara alla fine, éscamotage funzionale alla comprensione della storia che è rimasto in quasi tutte le coreografie successive. In Italia è stato rappresentato per la prima volta al Teatro alla Scala nel 1938 dalla coreografa Margherita Froman, riscuotendo notevole successo, lo stesso che gli è stato tributato anche al San Carlo di Napoli nel 1952 e all’Opera di Roma nel 1953. La consacrazione definitiva al ruolo di balletto di Natale, dando origine alla tradizione, si deve a Balanchine, che nel 1954 al New York City Ballet ne mise in scena la rivisitazione più particolare vista fino ad allora, dividendo rispettivamente la realtà dal sogno nei due atti che lo compongono tuttora. Essendo un balletto antico ma universalmente apprezzato, e la più richiesta tra le produzioni del XIX secolo, tanto che ogni anno registra il sold out in molti teatri, è stato oggetto di numerose interpretazioni da parte dei coreografi attuali. Luciano Cannito per il Roma City Ballet ne ha fatto una versione fedele alla tradizione, di cui rispetta l’opulenza nella scenografia e lo stile nei costumi, ma più veloce e snella per durata e coreografie, in modo da renderla più fruibile e adattabile soprattutto in tournée. Fredi Franzutti per la compagnia Il Balletto del Sud ne ha creato una versione ispirata al cinema di Tim Burton, con dei richiami ai suoi personaggi e inserendo dei pezzi di danza contemporanea. Una delle versioni più moderne e sperimentali è stata quella che Amedeo Amodio ha scritto per l’Aterballetto, presentata al Teatro dell’Opera di Roma nel 1997, col primo ballerino Manuel Paruccini, estremamente versatile, che ha dato vita ad un Drosselmeyer rivoluzionario e unico nel suo genere. Totalmente contemporaneo, ambientato in un luna park, è lo Schiaccianoci che lo stesso Paruccini, in veste di coreografo, ha ideato insieme ad Alessia Gèatta e portato in scena al Teatro Brancaccio per i danzatori selezionati del W.O.M. International Dance Training. Tanti coreografi, tante idee per un balletto che piace a tutti, non stanca mai, e, entrato nella tradizione, ormai è richiesto dal pubblico di tutti i teatri del mondo come rito del Natale di cui non si può fare a meno.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: Laureata in Lingue e Letterature Straniere, già docente di comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli, specializzata in didattica dell’Italiano agli stranieri. Giornalista e critico di danza per il ROMA, Corriere dello Spettacolo e Cityweek. Redattrice della rubrica Danza e Letteratura sulla rivista letteraria “Il Randagio”.  Responsabile Stampa del Festival di danza Anima Flegrea. Senza aver mai smesso di studiarla, scrive, anzi narra di danza in tutte le sue forme.

Danza e Letteratura: “Giselle, il capolavoro del Balletto Romantico”, di Serena Cirillo

Il caso del balletto Giselle è del tutto particolare. Non si tratta di una coreografia che prende spunto da un’opera letteraria, il libretto è stato scritto appositamente per farne un balletto e non da un librettista di mestiere, bensì da un grande scrittore francese: Théophile Gautier. Esempio di come le arti si intersecano: la danza nasce dalla letteratura o dalla musica, e la letteratura nasce dalla danza e dalla musica. Gautier attraversò con la sua vita e la sua carriera quasi tutto il XIX secolo, un periodo politico e sociale molto tumultuoso in Francia che però nel campo artistico diede origine a tanta creatività e capolavori.  Personalità vivace ed eclettica, fu uno dei rappresentanti del romanticismo e punto di riferimento per molti movimenti letterari successivi come il Parnassianesimo, il Simbolismo, il Decadentismo e il Modernismo. Cominciò come poeta nel 1830 a 20 anni circa, in seguito all’incontro con Victor Hugo, per cui nutriva una grande ammirazione. Nonostante la giovane età, diede prova di avere già acquisito i modelli degli antichi e, cosciente della loro eredità, dimostrò una certa originalità usando una forma ben definita e una lingua precisa e chiara. Nel 1833 pubblicò una serie di racconti “Les Jeunes-France”, che rendevano in modo crudo la vita degli artisti e degli scrittori del Petit Cènacle; in quest’opera “barocca” Gautier fu testimone lucido e ironico dei “Précieuses Ridicules” del romanticismo. Dopo un paio d’anni cominciò la sua carriera di giornalista e contemporaneamente di romanziere; pubblicò la maggior parte dei suoi romanzi dal 1837 al 1866, tra cui Le roman de la momie, al quale si ispirò poi la trama del balletto “La figlia del faraone” del 1862. Per il giornale “La Presse” scrisse più di 2000 articoli come critico d’arte in una lingua chiara, sottile, impeccabile e brillante. Rivoluzionò il linguaggio della critica d’arte non limitandosi solo al giudizio, all’analisi, ma cercando di ricreare il giusto sentimento estetico. Il suo obiettivo era rendere con le parole le sensazioni visive e musicali suscitate dalla percezione diretta dell’opera d’arte, sia figurativa che performativa. Questo compito di cronista fu la sua missione per tutta la vita e fu recensore dei principali balletti andati in scena a Parigi fra il 1836 e il 1871, molti dei quali entrati nei classici della storia della danza.

Artista eclettico, poeta, scrittore, giornalista, critico d’arte e di danza, animato da una profonda ammirazione per la danzatrice Carlotta Grisi, concepì per la prima volta nel 1841 una storia che sarebbe diventata la trama di un balletto. Aveva appena letto il saggio critico “De l’Allemagne” di Heinrich Heine ed era rimasto colpito dalla vicenda delle “Villi”, spiriti irrequieti delle fanciulle tradite e morte prima delle nozze, le cui anime sono destinate a danzare nelle notti di luna piena per vendicarsi dell’amato traditore. Quest’opera, insieme al poema “Fantomes” di Victor Hugo, gli diedero l’idea per la trama di Giselle, elaborata insieme al drammaturgo Jules Henri-Vernoy de Saint-Georges. In poco tempo fu scritta la storia basata su temi come l’amore eterno e impossibile, la morte e la follia. Adolphe Adam, incaricato di comporre le musiche, terminò il lavoro in soli 8 giorni in stretta collaborazione con gli autori del libretto. Gli autori vollero Jules Perrot per le coreografie, scelta contrastata dai vertici dell’Opera National di Parigi che preferirono Jean Coralli, per cui si decise che Coralli avrebbe curato le scene nell’insieme, mentre Jules Perrot avrebbe ideato i passi della ballerina interprete principale. La figura che incarnò perfettamente il ruolo di Giselle fu Carlotta Grisi, giovane ballerina italiana che, grazie al talento e alla fisicità luminosa catturò l’attenzione di Perrot che divenne suo maestro e partner nella vita. Il balletto ebbe un tale successo in tutta Europa che la Grisi divenne la star indiscussa di Giselle, interpretando il ruolo che Gautier aveva concepito come emblema della danza romantica. 

Il balletto fu concepito in due atti: il primo si svolge in una cittadina medievale tedesca dove Giselle, giovane contadina, si innamora di Albrecht, un duca che si finge contadino per corteggiarla. Quando Giselle scopre che è già promesso ad un’altra, la sua reazione è devastante: il dolore per il tradimento la spinge alla pazzia e la giovane, all’apice della disperazione, muore. Questo primo atto è l’espressione più concreta e realistica della drammaticità romantica, una storia d’amore, tradimento e disperazione che culmina nella morte dell’eroina. Il secondo atto è un viaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Giselle emerge dalla sua tomba come un’apparizione eterea e il suo spirito si unisce alle Villi, fantasmi di giovani donne morte per amore. In un paesaggio notturno gelido, le Villi danzano e per punire gli innamorati che le hanno tradite, li costringono a danzare fino alla morte. Il finale tragico vede Albrecht, pentito, destinato a danzare fino alla morte con lo spettro di Giselle, che però lo ha perdonato e cerca di intercedere presso la regina delle Villi, Myrtha, per salvargli la vita. Essendo la regina irremovibile nella condanna, Giselle lo salva con le sue forze sostenendolo ogni volta che, nella danza, vacilla e rischia di cedere. Alla fine, la vita di Albrecht è salva grazie a Giselle, che riesce a farlo danzare fino all’alba, quando l’incantesimo si rompe e le Villi scompaiono. Il balletto si chiude sull’immagine solitaria del giovane, salvato e riscattato da un amore che ha compreso troppo tardi.

Il balletto romantico, che vede la sua massima espressione in Giselle, segna un profondo cambiamento nel panorama della danza. Se prima era caratterizzato da temi aristocratici, ora si sposta completamente sulla figura femminile, esplorando mondi interiori, sogni e immaginazione. Il corpo della ballerina diventa veicolo per esprimere emozioni complesse, desideri e visioni, e il balletto si fa poesia visiva. Giselle non è solo una tragedia in senso classico, ma una sorta di sogno danzato. La ballerina non è più una figura teatrale fine a sé stessa, ma simbolo di mistero e bellezza; icona romantica, è al centro di un cambiamento epocale che segna la nascita del balletto moderno, dove la tecnica e l’espressione personale diventano protagoniste di una narrazione capace di toccare il cuore del pubblico. E sicuramente ci riusciranno le étoiles del teatro San Carlo di Napoli, che porteranno in scena Giselle dall’8 al 14 novembre 2025.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: Laureata in Lingue e Letterature Straniere, già docente di comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli, specializzata in didattica dell’Italiano agli stranieri. Giornalista e critico di danza per il ROMA, Corriere dello Spettacolo e Cityweek. Redattrice della rubrica Danza e Letteratura sulla rivista letteraria “Il Randagio”.  Responsabile Stampa del Festival di danza Anima Flegrea. Senza aver mai smesso di studiarla, scrive, anzi narra di danza in tutte le sue forme.

Danza e Letteratura: “Onegin”, di Serena Cirillo

Balletto drammatico, struggente e incantevole quello tratto da uno dei capolavori del romanzo russo: “Eugenij Onegin”, opera di Aleksandr Puskin che ha segnato una svolta decisiva nell’universo della letteratura russa del XIX secolo, tanto da essere definito “uno sparo nella notte” dalla critica moderna.

Iniziato da un giovane scrittore  definito “l’ enfant prodige della poesia” nel 1823, il romanzo in versi fu pubblicato dieci anni dopo da colui che nel frattempo era diventato uno scrittore maturo e di successo.

Eugenij Onegin è la storia di uno spreco, di una storia d’amore mancata, un lieto fine negato, diventato poi modello del grande romanzo realistico russo. Il personaggio principale dà il titolo all’opera che nei suoi otto capitoli narra la storia di un tipico dandy dell’Impero zarista, scettico e disilluso, cinico e annoiato dalla sua vita oziosa. Viziato e vanesio solo apparentemente, perché in realtà il suo atteggiamento beffardo cela un profondo dolore esistenziale. Ricco giovin signore di città, in occasione di una vacanza nella sua tenuta di campagna conosce il poeta Lensky, romantico e idealista, fidanzato con Olga, che si dimostra subito gentile e generoso con lui e lo invita ad accompagnarlo ad un ricevimento a casa della fidanzata. Là Onegin incontra la sorella di Olga, Tatiana, che si innamora a prima vista di lui, affascinante sconosciuto, tanto da scrivergli una lettera in cui gli dichiara il suo amore.  L’arroganza porta Onegin ad essere persino sgarbato; non solo strappa la lettera della ragazza davanti a lei, ma comincia persino a flirtare con Olga, dando un grosso dispiacere sia a Tatiana che a Lensky. Quest’ultimo, visibilmente infastidito, lo sfida a duello nonostante le due donne lo supplichino di rinunciarvi, e viene ucciso.  Alcuni anni dopo Onegin ad un ricevimento incontra per caso Tatiana, che nel frattempo ha sposato un principe ed è diventata un’elegante nobildonna di città. Il suo nuovo fascino provoca molti rimpianti a Onegin, che si rende conto dell’errore commesso quando la rifiutò e trova il modo di confessarle il suo amore sperando di poterla recuperare, ma è troppo tardi. Tatiana, sebbene, in segreto, ancora innamorata di lui, preferisce restare fedele a suo marito. Stavolta sarà lei a strappare la lettera che Eugenij, pentito, le aveva scritto e gli ordina di andarsene per sempre.

Una personalità distruttiva quella del protagonista, che lo porta a rifiutare prima l’amore di Tatiana, poi l’amicizia sincera del fedele Lensky. Un male di vivere insanabile che lo condanna all’eterna infelicità. La sensibilità ancora tipicamente romantica, in queste pagine si apre ad un profondo realismo, offrendo al lettore un affresco straordinario dell’epoca di Puskin con i suoi ideali, conflitti e pregiudizi, e mostrando l’evoluzione del pensiero dell’autore durante gli otto anni di stesura del poema/romanzo.  In virtù di queste peculiari caratteristiche, Il critico Belinskij definì l’Onegin “un’enciclopedia della vita russa”. Lo stile innovativo e multiforme di Puskin dà inoltre una forte connotazione alla lingua, che dispiega, forse per la prima volta, le sue infinite capacità espressive, tanto da fargli meritare il titolo di fondatore della lingua letteraria russa contemporanea.

Sebbene postumo, il successo del romanzo fu tale da ispirare un’opera lirica che fu commissionata a Tchajkovskij nel 1877 e, a distanza di circa un secolo, un balletto, capolavoro di John Cranko, considerato tuttora uno dei più struggenti della storia della danza. Il grande coreografo sudafricano fu incaricato di curare le coreografie per l’allestimento dell’opera “Onegin” nel 1952 a Londra. Innamoratosi della storia, propose di crearne un balletto, ma la sua proposta non fu accettata. Cranko non abbandonò il suo progetto e, dopo essere stato nominato coreografo del balletto di Stoccarda, tornò a lavorarci chiedendo al direttore d’orchestra Heinz Stolze di arrangiarne la musica. Stolze usò vari pezzi di Tchaikovskij ma nessuno tratto dall’opera; il risultato fu sorprendente e il balletto andò in scena per la prima volta, a Stoccarda, nel 1965. Migliorato e arricchito, fu rappresentato a New York nel 1969 nella versione definitiva, quella che è entrata nel repertorio della danza classica come uno degli esempi più riusciti di balletto drammatico, ed ebbe un successo straordinario.

Appena andato in scena al teatro dell’Opera di Roma, il balletto “Onegin” non ha tradito le aspettative di un pubblico esigente e preparato. Con la supervisione coreografica di Reid Anderson, assistito da Yseult Lendvai, il balletto in tre atti e sei quadri ha permesso di esaltare le peculiarità interpretative del corpo di ballo nelle danze d’insieme e degli interpreti principali. La prima ha visto protagonisti l’étoile scaligera Nicoletta Manni nel ruolo di Tatiana, Friedman Vogel, étoile del balletto di Stoccarda nel ruolo di Onegin, e Susanna Salvi e Alessio Rezza, dell’Opera di Roma, nei ruoli rispettivi di Olga e Lenskij. Nelle recite successive gli interpreti sono stati le étoiles di casa. Particolarmente rilevante lo struggente passo a due del terzo atto, in cui Rebecca Bianchi e Claudio Cocino hanno strappato applausi a scena aperta e ovazioni del pubblico a conclusione dello spettacolo per la potenza drammatica e la forza realistica della loro interpretazione. Le due étoiles dell’Opera hanno saputo coniugare perfettamente espressività e perfezione tecnica, regalando agli spettatori commossi quelle emozioni uniche tipiche del genere.

Nel prossimo mese di giugno, il balletto “Onegin” sarà rappresentato al San Carlo di Napoli.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie

Danza e Letteratura: “Il rosso e il nero”, di Serena Cirillo

Romanzo storico potente, importante e denso, che descrive la società francese nel 1830, lo stesso anno della sua pubblicazione, in costante equilibrio tra satira politico-sociale e introspezione psicologica. La trama prende spunto da un fatto di cronaca, l’affaire Berthet, accaduto nel 1827 in un paesino della Francia, dove Il figlio di un maniscalco aveva ucciso la sua amante, moglie del notaio del paese. Stendhal riprende e arricchisce l’episodio rendendolo un romanzo storico a sfondo sociale ricco di tematiche collaterali. Racconta l’ascesa della borghesia nascente, l’odio di classe, i privilegi della nobiltà e le manifestazioni di un’energia popolare che la società conservatrice della restaurazione reprime. Il rosso e il nero descrive con realismo la struttura sociale della Francia immediatamente precedente la rivoluzione del 1830, i contrasti tra Parigi e provincia, borghesia e nobiltà, gesuiti e giansenisti.

L’analisi psicologica è profonda e dettagliata. L’autore tratteggia un affresco della società reazionaria post-napoleonica mostrando le ambizioni, il cinismo e l’ipocrisia di cui si nutrono quotidianamente i rapporti umani. Secondo Nietzsche Stendhal è l’ultimo dei grandi psicologi francesi. Il protagonista di questo romanzo, Julien Sorel, diventa oggetto di uno studio vero e proprio: ambizione, amore, passato…tutto viene analizzato. Il lettore segue costantemente i meandri del suo pensiero e di quelle delle due donne che lo amano, lo scrittore mette a nudo un caleidoscopio di emozioni, sensazioni e sentimenti. Com’è possibile tradurre in balletto un romanzo così lungo e denso? Il coreografo tedesco Uwe Scholz ci è riuscito, e ha creato nel 1988 l’omonimo balletto, rendendo in movimento un’opera letteraria di straordinaria intensità. Attualmente in scena al teatro dell’Opera di Roma, “Il rosso e il nero”, ripreso dal coreografo ripetitore Giovanni De Palma, già assistente del compianto maestro Scholtz, esprime tutta la forza di una storia di intrighi, passioni, struggimenti e turbamenti. 

Julien Sorel, ragazzo di provincia arido e arrivista, mosso da una sfrenata ambizione, tenta la scalata sociale grazie al suo innato talento unito alla determinazione, ma anche all’ipocrisia e gli inganni. Freddo e calcolatore, sembra riuscire nel suo intento fino a quando non viene travolto dalla passione che lo porta alla rovina. La stessa sorte tocca alla sua amante, Madame de Renal, madre dei ragazzi di cui Sorel è precettore. La donna vede la sua vita ideale di moglie di un notabile e madre devota, costruita sul castello di carte dei valori borghesi della Francia del 1830, anno in cui è stato pubblicato il romanzo, distrutta nel momento in cui decide di lasciarsi andare all’amore, prima casto e poi sensuale, che non aveva mai provato. Meno tragica, seppur ugualmente intrisa di disperazione, è l’evoluzione di Mathilde de la Mole, giovane a cui Sorel si lega, probabilmente per interesse, quando è costretto ad abbandonare la sua prima amante, Madame de Renal, in seguito allo scandalo suscitato dalla loro relazione clandestina.

L’atmosfera è a tratti fosca, a tratti idilliaca; la splendida musica di Berlioz, che sembra composta per l’occasione, accompagna perfettamente, crescendo e diminuendo, le varie fasi dell’introspezione psicologica dei personaggi, tutto il pathos dei sentimenti e i vari mutamenti di stato d’animo dei protagonisti. I numerosi e complessi monologhi interiori e i dialoghi, densi di drammaticità, sono tradotti in una coreografia piena di gestualità, estremamente narrativa, quasi cinematografica. Si può parlare di un vero e proprio romanzo ballato, un’opera in cui i movimenti illustrano non solo le parole, ma anche i pensieri, la psiche dei personaggi e tutti i loro mutamenti, la complessità dei rapporti, basati sull’ipocrisia, in una società di tradizione monarchica che assiste alla “pericolosa” ascesa della borghesia. 

Straordinaria la capacità comunicativa dei danzatori che interpretano i personaggi principali. Michele Satriano, Primo ballerino, dà corpo ad un Julien Sorel intenso, determinato ma allo stesso tempo disperato. Volto e corpo tesi ad esprimere minuto per minuto l’avvicendarsi di sensazioni ed emozioni, Satriano riesce a coniugare perfettamente l’abilità tecnica tipica del balletto classico con un’interpretazione da grande attore. L’étoile Rebecca Bianchi, nel ruolo di Madame de Rènal, dà prova di maestria e padronanza della scena quando, con leggiadria e competenza nell’esecuzione di variazioni e passi a due riesce a “raccontare” interi capitoli di un romanzo lungo e fitto di risvolti psicologici. La parte estremamente complessa di Mathilde de la Mole è affidata alla prima ballerina Marianna Suriano, che, accanto alla tecnica ineccepibile rivela eccellenti doti drammatiche. Passa dalla spensieratezza frivola della ragazza ricca e viziata, alla rabbia violenta dell’innamorata orgogliosa; dalla gioia della giovane donna che si abbandona all’amore, al dolore lancinante per la perdita del suo amato, che la porta alla follia. Le danze corali rispecchiano perfettamente lo stile di Uwe Scholz, che usa la ripetizione matematica delle combinazioni come si fa con la musica, e ciò rende la coreografia altamente tecnica e dinamica al tempo stesso.

Un balletto originale e poco rappresentato, diverso dal solito sia per la tematica introspettiva, sia perché vede protagonista un eroe tragico, un uomo col suo dramma personale e sociale e non un’eroina romantica come avviene nelle produzioni di repertorio. Ancora una volta il connubio tra danza e letteratura si rivela una scelta vincente.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie

Danza e Letteratura: “L’Arlésienne”, di Serena Cirillo

Cosa spinse Roland Petit nel 1974 a creare una coreografia da un’opera teatrale rappresentata un secolo prima, a sua volta tratta da un racconto di Alphonse Daudet, uno dei maggiori esponenti del naturalismo francese? In parte la sua attrazione per le storie da melodramma romantico, poi, forse, il desiderio di raccontare atmosfere tipicamente francesi, come avviene nel balletto “L’Arlésienne”.

Primo della raccolta di racconti dal titolo “Lettere dal mio mulino”, ambientato in Provenza come quasi tutti gli altri, L’Arlésienne descrive un ambiente, un territorio e uno stile di vita tanto caro ai romantici non solo francesi (basti pensare che anche nella celeberrima opera di Giuseppe Verdi, La Traviata, si parla della Provenza come luogo ideale, luogo dell’anima, panacea di tutti i mali) e celebra un tipico eroe romantico, che lo stesso autore incarna alla perfezione. Nato nel cuore della Provenza nel 1840, anno che coincise col fallimento dell’azienda di famiglia, Alphonse Daudet si definì “la cattiva stella per i miei genitori”. La situazione familiare difficile, la fuga a Lione in cerca di fortuna, la morte del fratello maggiore, l’abbandono da parte dei genitori, lo portarono a condurre una vita da vagabondo a soli tredici anni. Lo salvò l’amore per la letteratura, quel fuoco sacro che lo animò fino a fargli comporre le prime poesie e un romanzo appena sedicenne, quando fu costretto a impiegarsi come istitutore per aiutare la sua famiglia. A Diciassette anni raggiunse il fratello a Parigi, dove fu subito notato per il suo talento di scrittore e poeta che gli permise di entrare come redattore a “Le Figaro”. Sebbene fosse di salute cagionevole, lavorò senza sosta, la sua breve vita fu estremamente produttiva e i suoi lavori (poesie, romanzi, racconti e opere teatrali) ebbero molto successo. Aveva la capacità di trasformare in letteratura episodi di vita vissuta, impressioni tratte dall’osservazione della natura e degli uomini… persino i ricordi di guerra furono trasformati in romanzi da Daudet che, come dirà il figlio “Non separò mai la vita dalla letteratura”. I protagonisti delle sue opere erano autentici: con pregi, difetti, debolezze e virtù, ma soprattutto con una carica umana universale. Le sue opere furono definite dalla critica “impressioniste”, proprio perché create con il preciso intento di riprodurre nel lettore l’impressione provata dall’artista al contatto con la realtà. La raccolta di racconti dal titolo “Lettere dal mio mulino”, pubblicata nel 1869, appartiene al periodo in cui lo scrittore, non ancora trentenne, era tornato in Provenza per “sognare ed essere solo”. Aveva affittato un vecchio mulino a vento abbandonato e da questo rifugio immaginò di scrivere agli amici lontani piccoli fatti e leggende della vita del paese, insieme a suoi pensieri e fantasie. Dal racconto “L’Arlésienne” Daudet stesso trasse un dramma omonimo rappresentato nel 1872 con musica di Bizet, ma, nonostante il compositore fosse entusiasta di collaborare con uno scrittore di quel calibro, l’opera non ebbe successo. 

Il successo sulle scene arrivò circa un secolo dopo, quando L’Arlésienne fu trasformata in un balletto dal titolo omonimo dall’intuizione geniale di Roland Petit, il più grande coreografo francese di tutti i tempi. Nel balletto di Roland Petit l’amore tra Vivette e Frederi, che appaiono in scena intenti a partecipare alla festa del paese, è ostacolato dall’ossessione di quest’ultimo per il ricordo dell’Arlésienne, donna da lui amata in passato che non riesce a dimenticare. All’allegria del momento fa da contrappunto il dramma interiore che consuma il giovane, che non riesce ad amare Vivette perché tormentato dalla nostalgia per l’Arlésienne. Lei non compare mai in scena, fa parte di un antefatto. L’Arlésienne è soltanto un senso di perdita, di sconfitta, di abbandono che sconvolge l’animo e turba la mente di Frederi, portandolo via da un presente che potrebbe essere felice, ma è intriso di disperazione. Vane le attenzioni di Vivette, i cui sentimenti F. vorrebbe corrispondere ma non riesce perché il ricordo dell’altra lo logora fino a portarlo al suicidio. Roland Petit, eccellente coreografo narrativo, porta i protagonisti ad esprimere un caleidoscopio di emozioni. Lo spettatore è coinvolto e trascinato nell’allegria della festa dai paesani, nella dolcezza dell’amore puro da Vivette, nella malinconia del ricordo che man mano diventa un’ossessione e poi disperazione. La struttura coreografica accompagna e rende tangibili tutti i cambiamenti di stato d’animo, rispettando le intenzioni di Daudet di descrivere la realtà senza filtri. Rappresentato per la prima volta, con successo, nel 1974 dal Balletto Nazionale di Marsiglia, il balletto è stato riproposto in molti teatri dal mondo, dall’Opera di Parigi alla Scala di Milano, dall’Opera di Roma al Balletto Nice Méditerranée, entrando a pieno titolo nei classici del balletto del ‘900. Attualmente in scena al Teatro San Carlo di Napoli, è interpretato da Danilo Notaro e Claudia D’Antonio. Danilo Notaro che ha colto a pieno il dramma interiore del protagonista, colpisce per l’espressività del movimento e quindi la dimensione tragica del vissuto che rendono fedelmente le intenzioni dell’autore. Il sentimento di disperata rassegnazione di Claudia D’Antonio nei panni di Vivette arriva forte e diretto, è il dramma di una donna il cui amore è respinto, azione resa palese dalle immagini fortemente evocative che Petit rappresenta con una gestualità esplicita.

Ancora una volta le pagine di un classico della letteratura prendono forma, diventano tangibili con tutti i sensi tramutandosi in musica e movimento, le arti si uniscono a creare armonia e ad amplificare la bellezza.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie