L’ora di greco di Han Kang: una delicata storia d’amore di Gigi Agnano

“L’ora di greco” di Han Kang – tradotto da Lia Lovenitti e pubblicato in Italia da Adelphi nel 2023 – è un romanzo breve che penetra il lettore con la delicatezza di un fruscio e la forza di una slavina. In appena 163 pagine di un’intensità poetica prossima alla riflessione filosofica, l’autrice sud-coreana crea un universo narrativo che si insinua al di là dei confini della lingua, sviluppando una storia in cui i silenzi e il dolore diventano ponte e riparo di due anime in frantumi.

La trama, semplice nella sua essenza, rivela una complessità emotiva che deflagra tra le righe. La Kang dipinge due figure senza nome – lei narrata in terza persona, lui in prima – attraverso frammenti dolorosi della loro esistenza. La donna, annichilita dalla perdita della madre e della custodia del figlio, sceglie di rifugiarsi nel mutismo. L’uomo, tornato in Corea dopo anni in Germania, affronta una progressiva ed inesorabile cecità, che avvolge silenziosamente, come una nebbia, il suo mondo visivo. L’incontro avviene in un istituto privato di Seoul, dove lui tiene un corso di greco antico, al quale la donna decide di iscriversi. Ha così inizio, con una naturalezza viscerale e potente, la relazione tra l’uomo che sta diventando cieco e la donna che non parla ma scrive versi in greco. Ciascuno dei due, fino a quel momento inaccessibili, troverà nell’altro quello che manca al proprio mondo, sia dal punto di vista fisico che spirituale.

Il greco antico ha un ruolo centrale: da lingua morta, austera, “fredda e dura”, diventa viva e pulsante, lo specchio nel quale i due protagonisti condividono le loro ferite.  La scoperta che i verbi “soffrire” e “apprendere” siano in greco quasi identici (per Socrate “apprendere” significa letteralmente soffrire) è come una rivelazione che attraversa tutto il romanzo, il fiotto di luce che illumina il loro percorso di rinascita attraverso il dolore.

Questa visione della sofferenza come esperienza essenziale e necessaria in un percorso di crescita umana fa pensare al saggio “La società senza dolore” di Byung-Chul Han, dove il filosofo di origine sudcoreana denuncia la società contemporanea che, rifiutando il dolore, si priva di una dimensione esistenziale fondamentale. Se ne “L’ora di greco” la sofferenza, incarnata nella perdita, nel silenzio e nella cecità, diventa uno strumento di connessione; anche per Byung-Chul Han il dolore rappresenta il veicolo per relazioni umane più autentiche e profonde. 

La scrittura di Han Kang ha la precisione chirurgica della poesia, dove ogni parola conta e ogni silenzio è necessario. Non si limita a descrivere la sofferenza, la rende palpabile attraverso una narrazione eterea che è come un borbottio di disperazione, un lamento di corde vocali atrofizzate. L’uso di volta in volta di una metafora evoca il tormento interiore e l’alienazione dei suoi personaggi. Due citazioni esemplificano questa capacità.

La donna:

“… ha l’impressione di essere diventata un’ombra che striscia sulla superficie rugosa dei muri e del suolo, e sbircia da fuori la vita contenuta in un enorme acquario. È in grado di udire e leggere in modo distinto ogni singola parola, ma non riesce a schiudere le labbra ed emettere alcun suono.”

E l’uomo:

“La stilografica era ancora lì, esattamente come ricordavo. Era la stessa penna che avevo utilizzato, cambiando più volte il pennino, dal mio arrivo in Germania più o meno fino al secondo anno di università. Ho tolto il cappuccio, un po’ graffiato ma ancora in buono stato, l’ho messo in un angolo della scrivania e sono andato in bagno per sciogliere l’inchiostro secco. Dopo aver riempito il lavabo, vi ho immerso il pennino finché un filo sottile di inchiostro blu scuro ha iniziato a disegnare nell’acqua curve sinuose, in continua dissolvenza.”

Ogni immagine, ogni inquadratura, ogni frammento, ogni gesto, è carico di significatoUno dei momenti più toccanti del libro è molto probabilmente quello in cui la donna, non potendo parlare e per farsi capire in una situazione d’emergenza, traccia le parole con l’indice destro sul palmo della mano sinistra dell’insegnante. La Kang lascia intendere che per comunicare si possano trovare alternative ben più eloquenti della lingua parlata. In tal senso, “L’ora di greco” va considerata anche come un’affascinante meditazione sulla natura fragile e potente della comunicazione umana.

Man mano che la storia avanza, infatti, i due protagonisti creano un nuovo linguaggio, frutto dell’acquisita complicità, che ha sempre meno bisogno di parole. Una rarefazione dei dialoghi che ricorda la potenza dei silenzi e la profonda introspezione del cinema di Kim Ki-duk, altro genio artistico sudcoreano.

L’ora di greco è la storia commovente e malinconica di due persone impaurite, ferite e dolorosamente sole; di due anime sinistrate che s’incontrano nella notte più buia, che trovano l’una nell’altra un complemento alle proprie mancanze e che, venendosi in soccorso, ritrovano la luce. È un romanzo che parla della perdita, ma anche della riparazione; della fragilità e della solitudine, ma anche della tenerezza salvifica e dell’armonia ritrovata. Han Kang, già celebre per il suo capolavoro “La vegetariana”, ci offre con “L’ora di greco” un’altra gemma straordinaria, visionaria, complessa e gioiosamente devastante. 

Con la sua scrittura elegante e sobria, delicata e introspettiva, l’autrice ci ricorda che l’arte, la poesia e soprattutto l’amore possono colmare i vuoti lasciati dalle nostre ferite, anche quando le perdite sembrano inconsolabili. “L’ora di greco” è un inno alla bellezza che resta nel cuore e nella mente del lettore, come una traccia d’inchiostro indelebile o una visita alle splendide biblioteche e librerie di Seoul.

Gigi Agnano

Un po’ più a Sud – Racconti africani di Pietro del Re (IOD) di Amedeo Borzillo

“Pietro sa raccontare senza giudicare. La sua è una rara capacità di sviluppare empatia tra chi guarda e chi è guardato. Il suo punto di vista è sempre dalla parte della qualità e della quantità umana. Le sue fotografie sono il risultato di un incontro necessario, la sintesi di un dialogo armonico. Scatti che offrono la possibilità di toccare con mano pensieri condivisi con i quali sottolineare l’irrinunciabile solidarietà, per arrivare poi alla piena condivisione”

Denis Curti

Pietro del Re, inviato speciale di “Repubblica”, ha visitato nella sua lunga carriera una trentina di Paesi africani, intervistato capi di Stato e seguito i terribili conflitti in Somalia, Sud Sudan, Libia, Congo, Mali e Nigeria.

Con la IOD di Pasquale Testa ha realizzato un libro foto/giornalistico sull’Africa, il continente “vero” che spesso immaginiamo oleograficamente senza conoscerlo nella sua complessità.

Quaranta foto (scattate con la sua “vecchia Leica”) e quaranta racconti per parlarci di un continente devastato da carestie e guerre tribali, deprivato delle risorse naturali e dei paradisi naturalistici. Nessuna immagine o testi shockanti (che creano, come diceva Oliviero Beha, indignazione per 24 ore) ma mostrando occhi e paesaggi che nonostante tutto ci parlano di “incontri con gli ultimi che ci rendono migliori”.

La prefazione di Lucio Caracciolo e l’introduzione di Denis Curti ci guidano alla lettura di un libro “struggente” che ci inchioda alla realtà parlante della fotografia e ci obbliga a riflettere su cosa ci fosse prima e cosa ci sarà dopo.

Amedeo Borzillo

La ballata del piccolo rimorchiatore di Iosif Brodskij (Adelphi) di Cristina Marra

Eccomi, questo sono io si presenta così il protagonista di La ballata del piccolo rimorchiatore unica opera in versi pubblicata da Iosif Brodskij in Unione Sovietica prima di essere esiliato nel 1972 .

Il grande poeta russo premio Nobel per la letteratura nel 1987, accusato di “parassitismo”, dopo diciotto mesi di lavori forzati emigra a New York dove resta fino alla sua morte nel 1996. Per Brodskij la “poesia esisterà sempre. Possono trascorrere anni e anni di campi di concentramento senza che accada nulla, senza che un buon verso veda la luce, poi una notte un poeta è assalito dalla disperazione e nasce così una grande poesia” e con questa Ballata racconta una storia di solidarietà, accoglienza e dedizione che non ha età e che nella potenza dei suoi versi è di un’attualità disarmante.

La Ballata è pubblicata da Adelphi nella collana di illustrati per ragazzi con disegni di Igor Olejnikov e traduzione di Serena Vitale.

Il protagonista è Anteo, un piccolo rimorchiatore, il suo è un mestiere ripetitivo e faticoso, è utile alle grandi imbarcazioni che arrivano nel porto dopo lunghi viaggi. Anteo le accoglie, dà loro il benvenuto, hanno bisogno di riprendere fiato, di riposare al riparo, la solitudine del lungo periodo per mare deve essere ripagata e tutto in compagnia diventa più lieto.

Niente a che fare con l’Anteo mitologico e gigantesco figlio di Gea, quello di Brodskij è un piccolo ma grande eroe che esprime la sua forza nella volontà di accogliere e aiutare. Tra cielo e il fumo delle ciminiere, Anteo è un rimorchiatore instancabile che porta a bordo il suo comandante, i macchinisti e la cuoca, e si lascia andare ai sogni e all’incanto delle nuvole che lo riportano nei luoghi della sua infanzia. Anteo di buon mattino vestito di nebbia dalla testa ai piedi va incontro alle navi che lo attendono e provengono da mari lontani con a bordo stranieri affaticati, ben arrivati, amici!. Con semplicità e abnegazione, il rimorchiatore lavora e vive quotidianamente la sua missione dimenticando  chi è sempre di corsa, in affanno e chiede alle navi che salpano di portare all’oceano natìo i suoi saluti, lui non può raggiungerlo, deve restare lì dove gli altri hanno bisogno fino al giorno in cui farà rotta verso un sogno beato.    

Cristina Marra