Danza e Letteratura: “Lettera a D. – Storia di un amore” di Andrè Gorz, di Serena Cirillo

“Stai per compiere ottantadue anni. Sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai. Recentemente mi sono innamorato di te un’altra volta e porto di nuovo in me un vuoto che solo il tuo corpo stretto contro il mio riempie. Ho bisogno di ridirti queste cose semplici prima di affrontare le domande che da un po’ mi tormentano. Perché sei così poco presente in quello che ho scritto mentre la nostra unione è stata ciò che vi è di più importante nella mia vita?”

Questo è il brano che apre il romanzo “Lettera a D.” di Andrè Gorz, racconto autobiografico scritto sotto forma di lettera d’amore indirizzata a sua moglie Dorine. L’ispirazione nasce dall’urgenza scaturita nell’animo dello scrittore quando si accorge che il destino crudele sta per portargli via la donna amata, la cui importanza riconosce, forse, troppo tardi. L’ha amata in modo totalizzante, incondizionato e, infine, disperato, ma non ha saputo dirglielo per i cinquantotto anni che hanno condiviso, quindi le scrive una lettera lunga, dettagliata, in cui ripercorre a ritroso la loro vita insieme.  Vita interessante, brillante e culturalmente attiva. Nella Parigi del dopoguerra lo scrittore squattrinato, ebreo austriaco, e la ballerina inglese si incontrano per caso, si innamorano e uniscono i loro destini diventando parte attiva del movimento culturale europeo dell’epoca. Sodalizio professionale, oltre che relazione sentimentale, che vede l’ascesa di Gorz come scrittore e influente giornalista, vivace intellettuale della corrente esistenzialista, con Dorine sempre al suo fianco a supportarlo, collaborando materialmente anche alla sua produzione letteraria. La prosa è semplice, diretta, come si conviene ad una conversazione intima, ma il potere evocativo è enorme. L’autore scandaglia la relazione in tutte le sue sfaccettature alternando momenti aulici a quelli banali, letture filosofiche del sentimento e quotidianità, complicità a incomunicabilità. 

Ho bisogno di ricostituire la storia del nostro amore per coglierne tutto il senso. E’ lei che ci ha permesso di diventare quello che siamo, l’uno attraverso l’altra e l’una per l’altro. Ti scrivo per capire quel che ho vissuto, quel che abbiamo vissuto insieme”. I tre livelli, la vita personale, la vita sentimentale e la vita sociale si rispecchiano l’uno nell’altro, nel racconto, in un gioco continuo di rimandi.

La trasposizione scenica di “Lettera a D.”, realizzata al teatro Mercadante di Napoli, è l’omaggio che il regista Giovanni Mazzara ha voluto tributare allo scrittore, o, forse, all’amore. Con la collaborazione di Giovanna Proto e l’eccellente traduzione di Maruzza Loria, dà voce alle parole commosse di Gorz con l’interpretazione struggente di Andrea Tidona, nei panni di Gorz, che racconta la storia dal primo incontro ripercorrendone le tappe più importanti. Dorine è la danzatrice Yuriko Nishihara, co-protagonista in un dialogo muto che si esprime attraverso il linguaggio della danza. La sua interpretazione coreutica rende ancora più leggiadro il personaggio di donna perdutamente innamorata, fragile nel suo amore incondizionato ma al tempo stesso forte nella sua dedizione e determinazione. Dorine risponde alle domande e provocazioni di André con una coreografia (a cura della stessa Nishihara) apparentemente spontanea, ma sapientemente studiata, di una danzatrice di matrice classica che coniuga in modo impeccabile rigore tecnico e grande capacità espressiva. Il racconto è intenso, appassionato, senza pause o tempi morti; lo spettatore viene “risucchiato” dai protagonisti come se stesse vivendo la loro stessa storia in prima persona. I musicisti Mauro Schiavone al pianoforte e Giuseppe Milici all’armonica, entrambi in scena e in un dialogo sottinteso con la donna, aggiungono realismo alla performance eseguendo canzoni dell’epoca e brani inediti composti per lo spettacolo. La pièce non è solo un’opera teatrale e uno dei migliori esempi di teatro-danza, ma un’esperienza immersiva in cui prosa, danza e musica si fondono nell’armonia di un racconto poetico e delicato. Nel finale Tidona riprende le parole del libro, anzi della lettera, che finisce com’era cominciata, con l’unica differenza di qualche dettaglio in più e l’uso del passato al posto del futuro progressivo. “Hai appena compiuto ottantadue anni. Sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai…la notte vedo talvolta la figura di un uomo che, su una strada vuota e in un paesaggio deserto, cammina dietro un carro funebre. Quest’uomo sono io. Sei tu che il carro funebre porta. Non voglio assistere alla tua cremazione, non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri… Spio il tuo respiro, la mia mano ti sfiora. Ciascuno di noi vorrebbe non dover sopravvivere alla morte dell’altro. Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo trascorrerla insieme”.

Parole che, scopriremo, non siglano una conclusione ma una premessa, un antefatto alla tragica notizia appresa circa un anno dopo la pubblicazione del romanzo: il suicidio contemporaneo dei coniugi con un’iniezione letale

Serena Cirillo

Serena Cirillo: Laureata in Lingue e Letterature Straniere, già docente di comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli, specializzata in didattica dell’Italiano agli stranieri. Giornalista e critico di danza per il ROMA, Corriere dello Spettacolo e Cityweek. Redattrice della rubrica Danza e Letteratura sulla rivista letteraria “Il Randagio”.  Responsabile Stampa del Festival di danza Anima Flegrea. Senza aver mai smesso di studiarla, scrive, anzi narra di danza in tutte le sue forme.

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