“David, noi stasera ti consegniamo un riconoscimento che si chiama Pellegrini di Pace, e mi sembra un nome giusto, perché la pace non è una poltrona: è una strada, è cammino, è pellegrinaggio.”
Con questa immagine intensa, il vescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, ha accolto Grossman, protagonista di un programma dedicato alla parola come strumento di dialogo e riconciliazione.
Il primo appuntamento ha visto lo scrittore ricevere il premio Pellegrini di Pace “per il suo instancabile impegno pubblico e culturale a favore del dialogo, della non violenza e della giustizia”.
Ringraziando il pubblico, Grossman ha affrontato con voce ferma i temi del dolore e della responsabilità collettiva: “È difficile confrontarsi con la sofferenza dell’altro, soprattutto quando in parte ne siamo responsabili. Eravamo molto vicini alla pace, ma dopo ciò che è accaduto ci vorranno anni per ricostruire un equilibrio tra i due popoli.”
Il giorno successivo, l’autore di “A un cerbiatto somiglia il mio amore“, nato a Gerusalemme nel 1954, è salito sul palco del Teatro Sannazzaro per un incontro promosso da Maurizio de Giovanni, presidente del Premio Napoli.

Lo scrittore napoletano ha definito Grossman “un autore capace di rendere straordinario ogni frammento di scrittura, dal primo romanzo all’ultimo articolo, per la sua capacità di declinare il coraggio e l’umano oltre ogni confine”.
Citando Carlo Levi – “le parole sono pietre” – De Giovanni gli ha chiesto quale valore attribuisse oggi al linguaggio. Grossman ha risposto con la consueta lucidità: “Quando scrivo sento il peso di ogni parola, e la sfida più grande è restarne fedele. Le parole non vanno lanciate nel computer: devono conservare la loro unicità. Viviamo in un bombardamento linguistico, e dobbiamo preoccuparci del loro significato profondo.” Da qui il suo invito a vigilare sulle manipolazioni del linguaggio, responsabilità che, ha detto, “spetta a tutti: insegnanti, giornalisti, scrittori, tassisti, a chiunque abbia a cuore la cultura”.
De Giovanni ha poi definito Grossman “il grande narratore della compassione”, ricordando come la sua scrittura traduca l’empatia in una forma di resistenza morale.
Alla domanda su quale fosse la storia per lui più cara, Grossman ha confessato di non saper scegliere: “Quando scrivo parto da una situazione in cui tutto può accadere. Invento una realtà, poi la sento insufficiente, e cerco qualcosa di nuovo, perché la letteratura non riproduce: crea. Quando riesco a dare vita a una voce autentica, lì nasce la letteratura.”
L’autore ha poi riflettuto sul conflitto israelo-palestinese, ribadendo la necessità di cambiare narrazione: “Da più di un secolo ripetiamo sempre la stessa storia. Servono nuove parole, un nuovo modo di raccontare per far nascere qualcosa di diverso.” E ha aggiunto, con un esempio provocatorio: “Se l’8 ottobre Netanyahu avesse incontrato i leader palestinesi per dire: ‘Dopo ciò che abbiamo visto, potremmo scegliere un’altra direzione’, forse si sarebbe aperta la possibilità di un nuovo racconto.”
Nelle battute finali dell’incontro, De Giovanni ha chiesto a Grossman come riesca a conciliare il suo forte legame con la propria comunità con il dissenso verso chi la governa. Lo scrittore ha risposto sorridendo: “In realtà amano i miei libri, ma odiano la mia politica.”
Amedeo Borzillo


Don Mimmo Battaglia è un uomo di chiesa straordinario!
"Mi piace""Mi piace"