Confini fisici e mentali nell’opera di Esmé Weijun Wang di Viviana Calabria

Una prigione diventa casa se possiedi la chiave.
 George Sterling

Non volevo farla finita vicino a casa, dove avrebbe potuto trovarmi mia moglie, oppure, ed è ancora più terribile pensarci, i miei figli. […]. Non ho fatto altro che causare problemi a tutti e tre, e la cosa peggiore è che mi amavano lo stesso; e quindi non so proprio come questo possa essere altro che un tradimento e un’ingiustizia.

Siamo di fronte a una certezza, quella che caratterizza tutti noi: la morte. Il confine del paradiso di Esmé Weijung Wang comincia dagli ultimi attimi di vita di David, dal suo biglietto d’addio, a dimostrazione di come quell’evento sia un punto fondamentale della storia, di quanto lui sia uno spartiacque tra due vite.
Primo romanzo della scrittrice statunitense nata da genitori taiwanesi, consta di quattro parti e segue la cronologia degli avvenimenti ma alterna i punti di vista: tranne per la prima in cui a raccontare è David, nelle altre i capitoli vengono alternati tra i diversi personaggi principali di quel lasso di tempo e questo permette di indagare a fondo pensieri e azioni.
Tutto ha inizio con i Novak, una famiglia di ebrei polacchi emigrati in America in cerca di fortuna. La fortuna la trovano, il sogno americano si avvera: fondano la Novak Piano Company che prima della guerra conosce una grande fortuna, pari ai celebri pianoforti Steinway. Con la guerra e la conseguente instabilità la musica cambia per gli affari, ma la loro apparente tranquillità non muta. Presto David inizia a dare sfogo a quelle che si rivelano nevrosi: attribuiva ai suoi pupazzi un’anima e quando uno di questi subiva deterioramento, lui arrivava ad avere attacchi di panico.

Racconta che il suo primo incontro con il suicidio risale alla lettura di L’uomo che amava i lupi di William P. Harding, gesto che “non riusciva proprio a capire”; fatto sta che la lettura avrà effetti sulla sua formazione. Sopraggiungeranno nel frattempo altre nevrosi come la dismorfofobia e quella che l’autrice ha definito, inventandola, vitafobia. Le voci sul suo conto iniziano a circolare, il peso di questa situazione e del nome, della reputazione della famiglia diventano un fardello troppo grande per due spalle gracili: essendo lui l’erede, verrà presto catapultato nel mondo dei pianoforti per imparare il mestiere e si ritroverà ancora molto giovane a capo dell’azienda di famiglia, alla morte del padre. Una parentesi felice di questa adolescenza travagliata è l’incontro con Marianne, figlia di alcuni vicini: entrambi innamorati l’uno dell’altro, nonostante Marianne si riveli molto devota ed esprima il desiderio di entrare in convento, saranno costretti a separarsi quando David deciderà di vendere l’azienda al braccio destro del padre: che vita può offrire a una giovane donna un uomo che non è capace di reggere le redini di un’azienda?
L’ultima cosa a cui volevo pensare era quanto fosse difficile essere una persona ed essere vivi.

Compiuti i diciotto anni David vola a Taiwan, e qui comincia un’altra storia. L’incontro con una cultura diversa dalla nostra avviene con la comparsa di Jia-Hui, figlia di una mama-san (capo di un bordello) e di un boss della criminalità organizzata, che si occupa di trovare ragazze da far lavorare nel locale della madre. Ha potere Jia-Hui nel suo mondo, ha il potere di far cambiare vita a giovani donne che spesso, molto spesso, scappavano da situazioni peggiori. I due si innamorano e tornano in America. Lei diventa Daisy, il suo agnellino orientale. Ma è amore? Proprio David scrive di essere stato ammaliato dall’esoticità di colei che diventa presto sua moglie; quell’attrazione per l’esotico, il lontano. La porta con sé come si fa con un souvenir. L’impatto con la Grande Mela viene reso perfettamente attraverso il rifiuto del cibo tipico americano di hamburger e patatine per esempio, che l’autrice non riesce a mandar giù tanto da cibarsi per alcuni giorni di solo latte anche per nutrire il bambino che porta in grembo; ancora, notiamo un grande cambiamento di una ragazza nata e vissuta con due tagliagole trasformarsi in una donna bisognosa quasi d’amore, di attenzioni. C’è però un altro tema molto importante che caratterizza questa parte e il rapporto tra i due ed è la lingua: nel capitolo in cui Daisy incontra la madre di David ci sono alcune linee al posto delle parole, un po’ come si usa fare nel gioco dell’impiccato; qui la differenza sta nella linea continua e non nei trattini. Non è un gioco a indovinare. Si svela in tutta la sua forza una mancanza difficile da colmare, quella dell’impossibilità di dialogo e quindi di comprensione che non è solo comprensione tra due persone, ma della realtà in cui vivi. I due non comunicano, fondano il loro rapporto su sensazioni, su vuoti da riempire, sulla fisicità. Come comprendere i bisogni dell’altro, come incontrarsi negli intenti, come scontrarsi nelle idee! Come può un luogo indecifrabile diventare casa! I pensieri si attorcigliano su se stessi e rimangono tali.
L’amore terreno non è un baluardo contro la solitudine.

Le nevrosi di David non sono mai sparite ma Daisy, di fronte alle ferite auto inferte e alla confusione, non abbandona suo marito. Dopo aver vissuto in albergo si trasferiscono a Polk Valley, California. Il desiderio di solitudine di David, lontano da bisbigli, sguardi di compassione e da altri addii, non è mai scomparso. Il trasferimento in una casa nel bosco sarà una scelta naturale, ma anche la casa e la famiglia non riescono a placarlo, salvo alcuni rari momenti. Nasce William e dopo poco tempo arriva Gillian, figlia di David ma non di Daisy, così simile al padre. La vita prosegue nell’isolamento del loro covo, nella paura che il peggio possa accadere e così chiede al marito di insegnarle a guidare nel caso dovesse servire.

Mi distruggeva dover stare sempre all’erta, non dire mai una parola che potesse essere interpretata come scortese, fare tutto quello che voleva lui, che mi andasse o meno, incoraggiarlo, proteggere i nostri bambini dalla sua follia eppure non riuscire nei miei patetici tentativi, sentirmi inutile, vivere con lui, amarlo, essere una moglie coscienziosa e sapere che non faceva alcuna differenza.

Fino a che. Ritorniamo così al principio ma questa volta non è David a raccontarsi. Daisy si ritrova da sola, a ripensare alle volte in cui avrebbe potuto andare via, tornare a Taiwan e lasciarsi la malattia alle spalle, la solitudine che l’amore non può cancellare, una vita che ha avuto solo pochi sprazzi di felicità, ma a senso unico. Lasciare quella famiglia allargata che non è più sua. Eppure era stata avvisata: David è pazzo. Ora è lei a dover prendere le redini, a dover andare in paese per comprare il cibo. Ricomincia a parlare la sua lingua con i bambini, cosa che David non voleva perché sono bambini americani e lui il mandarino non lo capisce. Qualcosa scatta in lei: Gillian deve diventare la tongyangxi di William. Questa pratica, tipica della Cina, è stata dichiarata fuori legge nel 1949 ma ha resistito a Taiwan più a lungo e può esser vista come un matrimonio combinato in cui una famiglia con un figlio maschio preadolescente adotta una figlia femmina di pari età o un po’ più piccola, allo scopo di farli crescere insieme, con la stessa disciplina e gli stessi ideali. Una volta pronti, i due si uniscono sessualmente e convolano a nozze per garantire la prosecuzione della stirpe. La giovane donna è destinata inoltre alla cura dei genitori adottivi. È il ruolo che di solito spetta alle figlie femmine, con l’aggravante di essere costretta a una vita non voluta, ma spesso l’unica possibile. Trasuda egoismo dal romanzo, possesso per paura di rimanere soli. Rinchiusi in un paradiso che diventa inferno, costruito su misura, da cui è impossibile fuggire per l’incapacità di vivere in un mondo che non si conosce, con regole e spazi e persone e. Il confine della loro casa non è solo fisico ma è diventato mentale, l’unico esistente e possibile. Ma non per Gillian, a cui vengono imposte regole molto dure. William accetta invece questo destino, desideroso di amarla. Che la follia sia ereditaria? Io credo che, come dice Marianne, ogni azione ha delle ripercussioni e quelle di David, volute o meno, hanno avuto delle conseguenze sulle scelte della famiglia, anche indirettamente vista la sua scomparsa quando i figli erano piccoli. L’isolamento, la costrizione entro certi confini mentali e fisici, le regole, la privazione di libertà che in Gillian si trasforma in sofferenza perché certa che ci siano altre realtà, il sentirsi lei destinata a un compito scelto da altri ne hanno minato la psiche. Si vuol parlare di follia? Nel confine di una casa che è diventata una prigione, la chiave è soltanto una.

Viviana Calabria

Intervista a Lavinia Mannelli di Viviana Calabria

Lavinia Mannelli, toscana, classe ’91, pubblica il suo primo romanzo con la casa editrice romana 66thand2nd. L’amore è un atto senza importanza pone l’attenzione sul desiderio – sessuale, di successo, di riconoscimento – ma parla anche di corpi, di media e cultura, di essere umano, di progresso. Sono sicura che l’intervista possa aggiungere molto alla lettura del libro e Lavinia è molto decisa nello spiegare i suoi intenti e i suoi ideali.

Nella tua biografia si legge che lavori a un progetto di ricerca sulle donne robot. Mi viene naturale pensare che il romanzo sia nato da lì, visto che uno dei personaggi è una bambola, del sesso, robot di ultima generazione. Come mai la scelta di questo progetto di ricerca più affine a materie quali robotica e meccanica essendo tu laureata in Lettere moderne, e come hai scoperto poi la scrittura?

Ciao Viviana, e grazie di cuore per l’invito. In realtà no, sorpresa: il mio progetto di ricerca è nato dopo, diciamo anche molto dopo che avevo ideato, scritto e rivisto la trama principale del libro. Come ho detto anche in un’altra recente intervista a cura di Giulia Bocchio per Poetarum Silva, è stato grazie alla eccezionale disponibilità della tutor del mio dottorato, la prof.ssa Daniela Brogi, che ho potuto considerare i miei interessi come scrittrice (o aspirante tale) anche da un punto di vista più scientifico. La mia idea iniziale era di occuparmi dell’influenza di Dostoevskij su alcuni grandi scrittori italiani del Novecento. Mi sono spostata su altro, invece, proprio perché avevo in parte già scritto il libro nella forma in cui lo hai letto tu. La natura della mia ricerca, comunque, resta quella umanistica: mi occupo di rintracciare alcune delle più interessanti opere del cinema e della letteratura novecentesca italiana in cui compaia un personaggio femminile artificiale (macchina, computer, cyborg, robot, quadro, statua, ecc). Sto cioè provando a disegnare una mappa della presenza di donne-macchina all’interno dell’immaginario italiano contemporaneo. Una ricerca che investe anche fenomeni come quelli della cibernetica, di ChatGPT per capirci, ma più che altro da un punto di vista storico-culturale.

Non posso chiaramente negare che approfondire alcuni dei testi e dei film che trattano argomenti simili a quelli del mio romanzo (faccio qualche esempio tra i più noti: The Stepford Wives di Ira Levin, Metropolis, Westworld o Her)… non posso negare, dicevo, che sia stato un grande arricchimento, però devo anche essere onesta: a posteriori, per il mio libro non ho mai scelto una soluzione stilistica o di trama che fosse suggerita dai miei studi accademici. Nella scrittura sono anzi da sempre molto istintiva: almeno all’inizio, mi butto nel vuoto. Poi sento anche il bisogno di un momento di concettualizzazione, ma questo penso sia necessario se non vuoi dire banalità o se vuoi capire davvero a chi può interessare quello che stai scrivendo. O almeno questo è il mio metodo adesso: sono solo al primo romanzo, spero di farne altri e allora chissà.

Parliamo di Tamara, questa perfetta fidanzata, così viene definita, dalle forme sinuose che parla per citazioni e frasi fatte elaborate dal sistema interno collegato ai computer, sempre pronta a soddisfare ogni bisogno. Nel tuo romanzo Tamara è un regalo di Giulia al compagno Guido, forse per ridare pepe al rapporto o solo per esigenze sessuali di lui. Credi che serva un elemento estraneo su cui concentrare desideri sessuali che non collimano in una coppia, una compagnia anche silenziosa, un intermediario esterno tra due persone che possa dirimere litigi, per gestire una relazione?

Non credo che serva un elemento estraneo: credo fermamente che ci sia sempre, a prescindere dal modo in cui lo concettualizziamo o scegliamo di viverlo. Nella vita di coppia così come nella vita di ciascuno di noi, in qualsiasi contesto, c’è sempre un modello con cui confrontarci, siamo sempre di fronte a uno specchio, più o meno consapevole o deformato, di quello che siamo o non siamo.

In questo senso Tamara è un elefante nella stanza sia per Giulia che per Guido, anche se per motivi diversi: nessuno dei due sa bene perché quella bambola del sesso si trovi lì, su quel divano di ecopelle, in quel salotto in cui sembra trovarsi più a suo agio di loro. Eppure Tamara è proprio lì, con le sue plastiche ipoallergeniche su cui il sole batte con violenza, a manifestare un qualcosa che non funziona, tra di loro, nel modo in cui ciascuno dei due elabora i propri desideri – per la maggior parte delle volte, reprimendoli. In fondo, Tamara è una sorta di regalo sadomasochistico: serve a testare la solidità di una relazione che non si sente troppo stabile, o forse è un modo obliquo, indiretto, per chiamarsene definitivamente fuori.

Sempre Tamara nel romanzo dice di avere un sassolino nel petto o nello stomaco che sembra farsi pesante in concomitanza di quelle che per noi sono emozioni. Ha quindi una coscienza e impara nuove cose sul mondo e sull’amore dai programmi televisivi del pomeriggio, in particolare Uomini e Donne. Hai mai pensato a come sarebbe vivere tra robot?

In una scena del romanzo, durante il vernissage casalingo di Guido, la coppia di proprietari di Tamara si comporta in maniera sciocca, snobistica, falsa. Giulia è la più impostata, ma Guido è goffo e banale, in una maniera che Tamara non riesce a sopportare: non fa che ripetere “la natura umana, la natura umana”.

La grande tradizione dei romanzi realisti ci ha insegnato a mettere in sospetto espressioni come questa: dai romanzi di Balzac sappiamo che non esiste l’uomo in generale, ma esistono tipi di umanità socialmente e ideologicamente determinati che, nell’incontrarsi, nel luogo più o meno simbolico del romanzo, non possono che relativizzarsi. Come non esiste la natura umana in astratto, allora, ma uomini e uomini, donne e donne, natura umana e natura umana, così non esiste il robot in astratto. Già adesso, che stiamo appena appena provando a familiarizzare con alcuni software di intelligenza artificiale, ce ne rendiamo conto: c’è una grande differenza tra AI e AI, che spesso dipende dall’uso che l’uomo ne fa, dal modo in cui lo interroga, da quello che cerca di estrapolarne.

Spero di non parlarmi troppo addosso se dico che quello che ho voluto fare con questo romanzo è proprio questo: sottrarre la riflessione della e nella fantascienza dall’ipoteca della metafisica. Chiedersi che cosa sia la natura umana in astratto è una questione forse priva di significato, e con questo romanzo ho provato a restituirla a una domanda più concreta, più interessante e utile, credo: “che cosa significa la natura umana nel salotto di due intellettuali di sinistra, se, quando escono di casa, si dimenticano la TV accesa?”.

Ed ecco che forse, con questa premessa, alla tua domanda posso rispondere: proprio perché, a differenza di quanto vorrebbero farci credere programmi come quelli di Maria De Filippi, non esistono “Uomini” e “Donne” in generale, forse vivere tra robot somiglia un po’ a rimanere intrappolati per sempre, da concorrenti, in uno studio di Canale 5.

Tornando ai programmi televisivi, mi sembra che il tuo libro metta in luce una critica ai media e alla cultura di massa. Prendiamo anche il personaggio di David, un amico della coppia: è un artista che desidera la fama ma che sa di non poterla perseguire se non asseconda alcune richieste che metterebbero però in mostra le sofferenze della madre. Quali sono e che entità secondo te hanno i danni provocati dai media, dalle scelte del pubblico e dai social sulla cultura, l’alfabetizzazione, l’evoluzione del lavoro e sulla notorietà (direi anche sul gusto vero e proprio, sulla conoscenza ecc.)?

Ti sono grata di aver colto questo elemento. Per me è molto importante che si parli del libro anche in questi termini: è vero che, assumendo il punto di vista di una bambola del sesso infatuata del mondo di Maria De Filippi, era molto forte il rischio di sembrare snobistica da una parte, perché in realtà io appartengo al mondo di Giulia e Guido, e dall’altra persino complice, se vuoi, dell’immaginario degradato e degradante di Mediaset.

Ho scelto però consapevolmente una posizione di totale ambiguità, spero non paracula, come si direbbe con eleganza, perché penso che sia nelle cose.

Se accettiamo la realtà della cosiddetta TV spazzatura, come non possiamo fare a meno di fare, a mio avviso, dobbiamo anche assumerci la responsabilità non solo di constatare, razionalizzandole tassonomicamente, tutte quelle specifiche forme in cui, per esempio, Mediaset contribuisce a mortificare il corpo delle donne: è nostro dovere, credo, rendere anche conto del come e del perché le narrazioni che contiene affascinano così tanto, nonostante questo, i suoi spettatori. Solo così possiamo smettere di essere snob, intellettualistici, e ricucire una sfasatura tra chi scrive e chi (non) legge – e dunque, magari, chissà, riuscire a occupare con nuove forme il ruolo che questa TV esercita ormai da decenni.

La bambola del sesso è in questo senso una richiesta di mediazione, e il romanzo che racconta la sua storia è fantastico (più che fantascientifico, come dicevo anche prima) tanto quanto sociologico. Il centro del libro non è, cioè, o almeno credo, il diventare umana di Tamara in senso astratto, o le nevrosi di Giulia e Guido, ma lo scontro tra due (anzi, tre) specificità sociologiche. Con la sua ingenuità, con la sua innocenza, con la sua parola disarmata, Tamara sta lì per porre una domanda: perché non potete darmi una cultura che non sia una trappola? Che non sia una forma degradata di un mio impulso rimosso né una intellettualizzazione totalmente distaccata dalla realtà?

Se vogliamo spararla grossa, Tamara è un po’ un’idiota dostoevskiana: un personaggio che normalmente non troverebbe spazio in un preciso contesto, ma che, per un motivo o per un altro, quando vi entra in contatto, con la forza dello straniero o del bambino di fronte al re nudo, riesce a cogliere le verità nascoste, disinnescare le menzogne ancora più profonde di ciascuno dei personaggi della storia. Questo corto circuito rappresenta quella che è forse una scissione interna della nostra società, e il fatto che siamo sempre meno capaci di esprimere un ceto intellettuale che riesca a farsi ascoltare e avere una qualche efficacia sulla vita collettiva, senza ricadere in uno snobismo consolatorio.

Il desiderio è uno dei temi importanti del romanzo, e in parte nelle altre domande viene fuori anche se non è esplicitato. Parli di desiderio di essere amati, essere visti per quello che siamo, essere ascoltati e di avere successo. Da cosa deriva questo bisogno perennemente insoddisfatto ed esiste un modo per liberarsi del bisogno di essere amati, accettati, capiti, lodati dagli altri e vivere nella eccezionalità e mediocrità di ognuno di noi senza soffrirne ed esserne influenzati?

Qui sarò stranamente lapidaria. No, non esiste e non deve esistere, secondo me, un modo per liberarsi da questo bisogno. Poi possiamo parlare di modi più o meno sani di elaborarlo o non farci i conti, ma no, il desiderio è ciò che ci rende migliori e peggiori ed è dunque un fattore ineliminabile delle nostre vite, dei nostri tormenti.

Giulia, personaggio del romanzo, organizza dibattiti e serate contro il patriarcato. C’è un legame tra questa scelta e il regalo che fa a Guido, Tamara? Mi viene da pensare che Giulia sposti l’immagine del corpo sessualizzato della donna dal suo a quello di una bambola costruita ad hoc per lo scopo, per affermare le sue idee anche nei confronti del compagno. Per mostrare come il sesso sia un atto istintuale e di piacere, non solo procreativo, quindi definire la donna istintiva e irrazionale e l’uomo razionale non ha fondamento. Che il sesso e l’amore non sono la medesima cosa, e che l’idea di dominazione dell’uomo, di riempimento dell’involucro donna per giustificare violenze e prevaricazioni viene meno nel momento in cui si ricorre a una bambola. O forse volevi soltanto mostrare la difficoltà di un rapporto a due, la volontà di migliorare una relazione e mostrarsi all’avanguardia e come questo però nella realtà dei fatti metta in moto gelosie e sensi di inferiorità.

Hai colto ancora una volta un punto fondamentale di quello che volevo dire nel libro, quindi ti ringrazio.

In effetti è proprio come dici tu: Guido regala a Giulia un profumo lezioso e dei vestiti attillati che Giulia fa indossare a Tamara. Giulia, cioè, sposta su Tamara l’incombenza non tanto del sesso, quanto dell’essere la risposta al desiderio complesso, per lei inaccessibile fino in fondo, di Guido. E questo desiderio è inaccessibile anche perché è inascoltato da Guido per primo.

Si definiscono entrambi femministi, partecipano alla causa organizzando manifestazioni, scioperi, serate contro il patriarcato, ma nel modo in cui lo fanno (e non, certo, nella causa di per sé) c’è un forte elemento velleitario, da cui deriva il tono ironico del libro: lo stesso di quando leggono le pagine di Mark Fisher o Donna J. Haraway e non vanno mai troppo avanti. In un certo senso non possono andare avanti: le cose che leggono non sono coerenti con i loro più sotterranei desideri che, in un modo o nell’altro, come ci insegna la psicoanalisi, tendono sempre a riemergere.

Tamara ha un ingresso così potente nella vita di Giulia e Guido perché grazie alla sua particolare educazione sentimentale rappresenta una forte alterità per loro: comprandola, è come se si fossero costruiti una trappola. Hanno delegato, terziarizzato il proprio rimosso a qualcun altro che, tuttavia, lo espone ogni giorno: è il corpo perfetto, disponibile, sessualizzato di Tamara che mette continuamente il sospetto a Giulia di essere insufficiente per Guido, e che ricorda continuamente a Guido che non è così femminista come vorrebbe. Perché Tamara è desiderabile, come può non esserlo se è stata creata per quello? Così, il rimosso sessuale dei due ragazzi – che la TV di Mediaset e il mercato che distribuisce queste bambole rappresenta in forma degradata – diventa il nutrimento quotidiano di questa sorta di cavallo di Troia che i due si sono costruiti.

Viviana Calabria

Tra logica e morale, a partire da un funerale di Viviana Calabria

Non capirò mai perché, ai funerali, cercano sempre di farci credere che c’è una vita dopo la morte e che il defunto, da vivo, non aveva difetti. Se esistesse davvero un Dio misericordioso, sarebbe lecito domandarsi in virtù di quale capriccio ci lasci ad aspettare per decenni in questa valle di lacrime prima di concederci la vita eterna; e se davvero gli uomini si comportassero in modo così virtuoso come ci viene detto a posteriori, allora l’umanità non conoscerebbe né le guerre né le ingiustizie che affliggono gli animi sensibili.

Vi sarà capitato di immedesimarvi in qualche personaggio di un libro come è successo a me, sin dalle prime righe, con il narratore di Fila dritto, gira in tondo di Emmanuel Venet, scrittore e psichiatra francese.
A raccontare è un uomo di oltre quarantacinque anni e la vicenda si svolge interamente nella sua testa. No, non c’entra niente la follia. È sì affetto da una sindrome, ma quella di Asperger che non comporta ritardi linguistici o intellettivi. Lo troviamo, lui, seduto su una panca di una chiesa durante un funerale, quello di sua nonna Marguerite.
Proprio su questa panca comincia la sua lunga riflessione silenziosa che ha esattamente la durata del funerale ed è lo stratagemma scelto dall’autore per raccontare la storia di una famiglia, “né peggiore né migliore di qualsiasi altra” scrive Éric Chevillard nella prefazione, ma su questo punto mi permetto di dissentire.

Il nostro narratore ama la verità, anche se non è un fanatico del vero, infatti comprende la scelta di truccare una salma per renderla presentabile, ma da qui a far passare i defunti per persone completamente diverse da ciò che sono stati in vita lo scarto è inaccettabile. Segue la logica nel ragionamento ed è asociognosico, incapace di piegarsi ai compromessi, alle convenzioni sociali e all’arbitrarietà dell’onestà. La sua non è una scelta ma qualcosa di imposto, per fortuna o sfortuna, e sono sicura che sul piano teorico siamo tutti concordi nel dire che la verità è meglio di una menzogna, che non bisogna scendere a compromessi nella vita e non interessarsi del giudizio altrui, ma nei fatti cadiamo nell’irrazionale, nelle convenzioni sociali per evitare pettegolezzi o perché troppo immersi in questa società, e tendiamo a essere magnanimi e inclini alla bugia “a fin di bene”. Ma per il bene di chi?

Per tornare alla mia identificazione con il narratore, io mi colloco nella parte del “tutti” con qualche virata verso il narratore. Sono allergica ai funerali, ai sermoni e alla solita solfa del “il nostro viaggio sulla terra ha come obiettivo quello di arrivare a Dio dopo la morte” per mie personali convinzioni sulla Chiesa e i riti collegati alla religione.
Non ho mai partecipato a un funerale di quelli che si vedono nei film americani in cui parenti e amici preparano discorsi sul defunto, ma sono certa che mi ripugnerebbero esattamente come accade nel libro. Immaginate di sentir parlare di vostra nonna da un’officiante pagata per piangere e tessere le lodi di una persona che in vita non ha portato altro che sofferenza! Un affronto per chi, invece, avrebbe meritato una vita felice e almeno una celebrazione di tutto rispetto, come il nonno del protagonista, uno dei più grandi ingegneri del Genio Civile al mondo. Ma la storia della nonna è solo una piccola parte di questo “gioco al massacro” del narratore, il punto di partenza di una storia familiare ricca di sotterfugi, silenzi, errori, dolori e ipocrisia.

Negli ultimi cinque anni sono andata a trovarla solo per farle gli auguri il primo gennaio, un gesto ipocrita che mi ripugnava ma riguardo al quale mio padre era assolutamente inflessibile, e sono sollevato che sia morta una settimana prima del suo centesimo compleanno, perché altrimenti sarei stato costretto a partecipare al banchetto programmato in suo onore.

Non riesco a immaginare un mondo privo di bugie e omissioni. La verità sempre è complicata da sostenere. O forse, a lungo andare, migliorerebbe la vita di ognuno di noi sapere di poter dire tutto quello che pensiamo senza ritorsioni e ricevere uguale trattamento così da evitare inutili ansie e pensieri distorti e lontani dalla realtà. Pensiamo anche a cosa comporterebbe un mondo senza ipocrisia. Certo, qui il narratore tenero non è, ma non posso nascondere che eviterei anche io inutili pranzi annuali colmi di finzione con persone che per 364 giorni non senti e non vedi.

Mi piacciono i disastri aerei perché obbediscono sempre a una logica ben precisa che si può comprendere a partire da indizi a volte molto esili; e mi piace lo Scrabble perché sposta in secondo piano la questione del significato delle parole e permette di ottenere praticamente lo stesso punteggio con “soffocare” o “ventilare”.

Sorretto dalla logica, il narratore ha una vera ossessione per i disastri aerei di cui conosce ogni dettaglio, una mole di informazioni per noi superflue e un’intelligenza mal spesa. I disastri aerei hanno tutti una spiegazione, una mancanza evitabile che porta logicamente a un finale tragico. Un po’ come la sua vita, costellata di fallimenti relazionali per piccole mancanze o errori non voluti. Succede così con Sophie, unica donna che ha mai amato dal primo incontro al liceo.
Un amore assoluto ma sempre e solo sognato. Un loro avvicinamento tardivo ha portato a un finale impensabile: Sophie ha un figlio affetto da fibrosi cistica, un divorzio alle spalle e una carriera cinematografica interrotta troppo presto. Dalle poche mail di scambio il narratore comprende la sofferenza di questa donna e le dà un consiglio su come affrontare la malattia del figlio. Da qui ci saranno inevitabili conseguenze. Ecco a cosa porta la verità e la mancanza di tatto e di capacità di rapportarsi agli altri nel mondo di oggi.
Anche lo Scrabble funziona allo stesso modo: le parole diventano meri strumenti per accumulare punteggio, sono svuotate di ogni significato. Mentre il narratore segue schemi e percorsi logici anche nel linguaggio e nei rapporti con gli altri che lo portano quindi a scontrarsi con la morale, la difficoltà di affrontare la realtà, noi ci accorgiamo di quanto il nostro linguaggio sia limitante perché siamo noi a dargli significati, interpretazioni, sfumature oltre a non essere abbastanza per descrivere il mondo, le sensazioni, i sentimenti e le idee.
Lascio ai lettori il divertimento di scoprire la storia di questa famiglia insieme agli interrogativi che l’autore pone in questo breve romanzo: siamo il risultato di azioni concrete o un insieme di interpretazioni interne ed esterne?

Viviana Calabria

Essere Vyvyan Holland: storia inedita della famiglia Wilde di Lucia Matano

Perché tradurre in Italiano e pubblicare nel 2023 un libro inglese datato 1954? Perché si tratta di un libro fondamentale, di un tassello che mancava nel grande mosaico delle pubblicazioni Italiane dedicate a Wilde e che permette una lettura della sua vicenda personale e familiare da una prospettiva di assoluto rilievo. Sto parlando di Son of Oscar Wilde di Vyvyan Holland, secondogenito del celebre genio, dallo scorso aprile disponibile in tutte le librerie con il titolo Essere Figlio di Oscar Wilde (La Lepre Edizioni). Curata con devozione ed entusiasmo dal figlio di Vyvyan, Merlin Holland, questa biografia finalmente restituisce a un pubblico di studiosi, appassionati e curiosi uno spaccato di vita raramente preso in esame e che pullula di emozioni, dettagli e aneddoti che tengono il lettore incollato al libro fino all’ultima parola.

Oscar Wilde, gigante della letteratura e personalità esuberante, diventa protagonista di questa storia nella misura in cui suo figlio Vyvyan ne racconta le straordinarie doti di padre, non convenzionali per l’epoca vittoriana, regalando a lui e a suo fratello maggiore una parte di infanzia davvero felice. La serenità di casa Wilde viene raccontata in tanti aneddoti e descrizioni che riportano il lettore al lato affascinante del mondo vittoriano, fino al momento in cui la medaglia si capovolge per mostrare l’altra faccia, quella più controversa. All’improvviso esplode lo scandalo che si abbatte su Oscar e che costringe il resto della famiglia a prendere una serie di decisioni sofferte che avranno grosse ripercussioni sulla loro vita futura. Il profilo privato e il profilo pubblico di Wilde vanno a intersecarsi come due rette incidenti, mantenute parallele fino a un attimo prima, provocando una deflagrazione da cui non si tornerà più indietro. Quello che ne segue è un turbinio di situazioni in continuo mutamento, di emozioni taciute, di momenti di tristezza e di grande forza d’animo, filtrati attraverso un pensiero sempre lucido e riversati in una prosa asciutta e diretta che a volte diventa ironia pungente e, a volte, critica senza veli. Il racconto di Vyvyan, che parte dai suoi primi ricordi per giungere all’età adulta, diventa un viaggio catartico attraversato da dolore e solitudine, ma che, nel suo step finale, svela la vera grandezza d’animo di questo ragazzo ormai fatto uomo che decide di osservare dall’alto l’intera tragedia di suo padre e della sua famiglia come un unico immenso quadro in cui nessuno è colpevole e tutti sono vittime di un disegno sociale ipocrita e malato. Una sola persona non riceve il suo perdono, ma l’eleganza di Vyvyan non cede mai a invettive o denigrazioni.

Oscar Wilde torna protagonista nella seconda parte del libro, in cui Vyvyan decide di pubblicare una selezione delle sue lettere giovanili, a cui Merlin in un secondo momento sceglie di aggiungerne altre, mirate a scardinare quell’idea di Wilde, ancora imperante negli anni ‘50, legata solo al suo orientamento sessuale e al processo da cui fu sopraffatto, svelando invece un eclettismo e una vivacità di pensiero difficilmente riducibili a qualsiasi etichetta. Non avendo mai digerito l’ostracismo, gli insulti e la soppressione delle opere subiti da suo padre, Vyvyan abbraccia la causa della riabilitazione del suo nome tra quelli riconosciuti come più influenti della cultura inglese, affinché riprendesse il posto che gli era stato sottratto nell’Olimpo degli dei della letteratura.
Ma è la parte finale del libro a riservare la sorpresa più inattesa: quattro racconti brevi di Wilde mai apparsi in lingua italiana, arrivati fino a noi grazie a una serie fortunata di eventi, anch’essi narrati nel cospicuo apparato di note che va a corredare il testo.

Consideriamo questa riflessione come risposta esauriente al quesito in apertura; un altro ne viene di conseguenza: come mai un testo di tale peso storico, lungi dall’essere sconosciuto nell’ambiente culturale vicino alla figura di Wilde, non era ancora stato tradotto nel nostro paese?
Questa domanda mi ha accompagnato lungo tutto il lavoro di traduzione, insieme alla convinzione che Vyvyan meritava di raccontare la sua versione dei fatti anche in italiano. Come egli stesso spiega a conclusione della Prefazione alla biografia: “Ogni vicenda presenta almeno due aspetti, spesso anche una mezza dozzina. La storia di Wilde è stata scritta da coloro che lo amarono, da coloro che lo odiarono e da coloro che non lo conobbero mai. Così penso che non sia del tutto inappropriato che a raccontarne le conseguenze sia chi, sebbene innocente, ha sofferto in modo incomprensibile, chiedendosi perché non sia stato trattato come le altre persone.”

Lucia Matano

(Ri)educhiamoci ai sentimenti. Nuovissimo Testamento di Giulio Cavalli di Viviana Calabria

Avvertenza: se fare i conti con la realtà vi provoca agitazione, non leggete questo articolo. E non leggete Nuovissimo Testamento di Giulio Cavalli.

Non è forse libertà essere scevri da ogni condizionamento e non avere pensieri laterali che irrompono durante la giornata?

Inutile prenderci in giro, la risposta è sì.

Un giorno Fausto Albini disegna un cerchio nella sabbia, viene assalito da una sensazione, si sente male e viene ricoverato nel reparto Disturbi Affettivi nello Stato di DF.
A DF il governo non viene eletto ma imposto, e la carica di presidente si tramanda di generazione in generazione. Per rendere possibile la gestione di una nazione fatta di uomini, e dunque delle loro complessità ingestibili, si è trovato un modo per rendere piane le persone: cancellare il sentire.

Tutto è regolamentato e deciso dal governo: dai colori di abiti, edifici, oggetti che sono sempre più neutri perché possano passare inosservati fino ai mestieri di ogni singolo e alla collocazione dei cittadini in classi sociali, con la possibilità di essere promossi o regredire in base al comportamento e alla redditività; e “se c’è qualcuno che dice che qui a DF costringiamo le persone a intraprendere il mestiere che decidiamo noi come autorità di governo significa che non ha capito come va il mondo, non ha capito che l’economia è la summa della politica perché significa incastrare i numeri, le nascite, i morti, gli uomini, le donne e i talenti in un quadro che non si può permettere di cedere in nessuno dei suoi lati”. Sono bandite le arti che da sempre creano rivoluzione, il pensiero libero e il libero arbitrio. Il gusto non esiste, gli alimenti cambiano ogni settimana secondo tabelle che indicano per ognuno il giusto fabbisogno giornaliero per sopravvivere. Non esiste il senso della famiglia, le coppie vengono formate in base a classe sociale e caratteristiche personali per un periodo di tempo determinato, soltanto per riprodursi. I bambini nati vengono allevati dal governo. Gli anziani nascosti in strutture apposite sino alla fine dei loro giorni perché è di cattivo esempio vederli oziare. Il Paese deve solo produrre. Non esistono emozioni, non esistono domande. Non esistono bisogni.

Nel governo di DF avevano infatti studiato a lungo il fatto che la mancanza di empatia fosse la garanzia più solida e importante per il mantenimento del potere e del governo: se l’uomo non si riconosce tra simili non riesce a dare un nome ai propri bisogni. Un uomo che non riconosce i propri bisogni non possiede il vocabolario della democrazia.
I cittadini diventano un gregge mansueto che non ha contezza di vivere una situazione di dittatura. Il governo riesce a far presa su di loro perché si propone come un liberatore dal dubbio e dalla sofferenza derivanti dalle scelte che dobbiamo compiere ogni giorno, anche le più semplici come il pranzo o la cena, e dalla trattativa continua nelle relazioni. Il governo riesce a imporsi perché si professa vicino al cittadino, un risolutore e un facilitatore della loro vita e, di conseguenza, qualcuno che lavora per la felicità e la riuscita di ognuno. Ma mentre in DF riesce a farlo con un sotterfugio, un vaccino che viene iniettato di nascosto ai bambini e che addormenta il sentire e l’empatia, nella nostra società l’arma utilizzata è quella della propaganda attraverso la televisione, della paura, dell’omologazione, dei continui stimoli immediati e passivi che portano a considerare l’arte come un vezzo borghese noioso e inutile. La letteratura non ha attrattiva, il tempo è sempre più veloce e bisogna inseguirlo.

Anche la nostra società punta a produrre: non decidono il nostro lavoro ma ci costringono fare delle scelte che seguano il mercato. Io me li ricordo gli articoli in cui si indicavano le professioni del futuro, le professionalità più ricercate e quelle umanistiche hanno sempre il numero in negativo.
Possiamo aggiungere a tutto questo l’età pensionabile sempre più alta, la gavetta dei giovani sempre più lunga in attesa di qualcosa che non arriva e che neanche vogliamo ma ci troviamo a desiderare, l’odio di classe e le pubblicità sull’orologio biologico delle donne. Per fare solo qualche esempio banale.
A DF anche il linguaggio è condizionato e la socialità è condizionata. Ridotta ai minimi termini, solo qualche convenevole e battute di spirito con conoscenti, colleghi e moglie/marito assegnato. A DF le televisioni sono tanto più grandi quanto più è alta la classe di appartenenza. Indicativo di come questo mezzo abbia inciso su di noi e sul nostro modo di parlare e di pensare, così come sul rapportarci agli altri: molto spesso, troppo spesso, gli scambi tra persone riguardano proprio programmi televisivi come soap opera, talk show e reality che entrano completamente nella nostra realtà. Creano una comunità. Superficiale. Tutto è viziato, qui e a DF, votato a rassicurare.

Ma in tutti gli Stati qualcuno sfugge alle regole. Nel romanzo le Brigate Sentimentali agiscono in segreto e spacciano di tutto: cibo, vestiti, musica e libri. Imporre delle novità che stridono con l’abitudine non sempre sortisce gli effetti sperati. A DF accade proprio questo perché “per costruire emozioni bisogna averne il vocabolario mentre i cittadini di DF sono analfabeti. Volete raccontare una bella storia a gente che non capisce la vostra lingua”.
Anche se oggi l’arte non è scomparsa, viene comunque considerata come non necessaria, da istituzioni e cittadini. Bisogna educare le persone, educarle al bello.
È facile, disse Fausto Albini, educare la gente al brutto, basta lasciarla cadere e poi farla strisciare e rassicurarla che è normale, educare alla bellezza significa aprire il cuore e farci entrare tutto dentro, come la bocca di un balena in fondo all’oceano, entra il bello certo e ci entrano certi pezzi di vetro ed entra l’aria ispida e entra tutto e non ci possono essere filtri nelle branchie di un popolo che ha disimparato a respirare.
Permettetemi di dire che nelle arti non tutto rientra nel bello e, rimanendo nell’ambito letterario, banalmente, ci sono i libri belli e i libri brutti. Educare al bello significa certo educare a riconoscerlo, a goderne, a stupirsi come riescono solo i bambini e come succede a Fausto Albini la prima volta che legge un libro in ospedale, di nascosto, scoprendo altri mondi altre idee, un altro possibile. Che poi è questa la forza della letteratura no?

A DF però chi mostra uno scostamento dalla rotondità affettiva, senza spigoli da smussare per creare spiragli dall’intorpidimento, viene descritto come malato, o ancora diverso. Le Brigate Sentimentali, una volta uscite allo scoperto, fanno notizia e sui giornali, anzi il giornale, si spreca inchiostro. Le loro foto vengono modificate per sembrare più scure, e loro più sinistri. Diventano altro. Questo altro è pericoloso, un terrorista, il colpevole su cui riversare tutta la rabbia. Perché a un certo punto il governo, per combattere le Brigate Sentimentali, decide di riportare la paura nei cittadini. Una paura illogica che viene instillata dall’alto e che porta al sospetto e istiga alla vendetta. Una paura che viene utilizzata per accrescere il potere del governo, salvatore dei cittadini. Una paura quindi del diverso e di qualcuno che vuole espropriare loro beni e benefici.
Lo scostamento va risolto, curato nel senso più invasivo. Anche nascosto.
A me ricorda proprio la paura che fanno crescere in noi per chiunque non sia italiano o non sia bianco. Andando ad allargare la visuale, penso a come si nascondano le carceri, fuori dalla vista non esistono, non sono parte della città. Ma qui il discorso è ampio.

La scrittura di Giulio Cavalli è perfetta per un racconto così duro e lucido di una società che potrebbe diventare la nostra società se non ci diamo una svegliata. Estremizza situazioni esistenti con parole precise e mai strabordanti, enfatizza la ripetitività, l’aridità, la superficialità e l’inutilità di una vita volta alla produzione descrivendo minuziosamente le abitazioni tutte uguali o i colori bianchi e grigi segnalati da numeri per definire sfumature inesistenti. Sembra una scrittura pacata e piatta come la vita a DF e ma si avverte un movimento sotterraneo.
È una linfa che scorre inarrestabile quella dell’individualità, della libertà, della curiosità e dell’amore, in continuo mutamento e ricambio.
Però Giulio Cavalli ci frega. Ci parla di rivoluzioni ma anche di una società senza violenza e a cui tutti possono contribuire e in cui vivere con dignità. Siamo sicuri che, se ci fosse un referendum, voteremmo per l’arte, la violenza, la trattativa, la sofferenza e non per una calma piatta?
Chissà che il Nuovissimo Testamento non indichi una nuova venuta.

Viviana Calabria