Tre domande a Viola Ardone, di Amedeo Borzillo (foto di Ciro Orlandini)

Gli ultimi tre romanzi di Viola Ardone sono stati tre successi editoriali che l’hanno resa in pochi anni una autrice tra le più lette in Italia e tradotte all’estero. 

Noi de “il Randagio” abbiamo avuto il piacere di incontrarla in occasione dell’ultima Conversazione Letteraria organizzata dalla nostra Bianca Miraglia del Giudice che su base mensile invita autori a dialogare con i lettori, in un salotto letterario che consente un rapporto diretto, quasi confidenziale con lo scrittore di turno.

Viola, insegnante di italiano e storia in un liceo napoletano (non intende lasciare questo lavoro anche perché le piace e le garantisce, in un rapporto e confronto continuo con i ragazzi, la visione del futuro “in presa diretta”, come lei stessa dichiara) confessa che dialoga con i personaggi dei suoi libri a lungo prima di scriverne la storia, e ne diventa “amica” per sviluppare con loro il racconto.

Viola visita la “paura” (della miseria, dell’oppressione e della violenza) nei suoi vari aspetti e con sguardo positivo, lasciando trapelare che potrebbe nei prossimi romanzi affrontare il tema della guerra.

Le abbiamo pertanto posto tre domande non immediatamente riconducibili al suo ultimo libro “Grande Meraviglia”, ma più in generale al suo contesto letterario di riferimento ed al suo approccio alla scrittura 

*** Negli ultimi 3 romanzi affronti tematiche che riconducono al ventennio di egemonia culturale che la sinistra registrò a cavallo degli anni 50-70 che oggi è andata persa.

In particolare nel “Treno dei bambini” la Solidarietà, in “Olivia Denaro” l’emancipazione della donna e in  “Grande Meraviglia” il rispetto della persona umana e il diritto alla salute.

Continuerai a scrivere senza separare il racconto dal contesto/denuncia ?

Sono una persona “politica” e credo che questo si rifletta anche nei miei scritti, ciò non significa per me propagandare un’idea o un partito. Anzi, è l’opposto di quello che la letteratura debba fare. La mia scrittura è politica nel senso che è situata nel passato o nel presente per comprendere il passato e il presente, per raccontare un pezzo della nostra Storia attraverso le storie delle persone. Che cosa la povertà fa alle persone, che cosa la violenza fa alle persone, che cosa la discriminazione fa alle persone. Queste sono le domande che vorrei che i miei libri lasciassero aperte. I buoni libri, o almeno quelli che piacciono a me, non forniscono risposte ma seminano dubbi.

*** E’ opinione diffusa che premessa necessaria ma ovviamente non sufficiente per scrivere un buon libro sia “avere una bella storia da raccontare”. 

Le tue storie sono su argomenti così importanti che rischiano di mettere in secondo piano, soprattutto nella critica, la bellezza, l’intensità e la musicalità del tuo scrivere ed il tuo fare letteratura.

Il Randagio invece vuole sapere proprio chi sono i tuoi maggiori riferimenti letterari, su chi ti sei formata e magari quali i tuoi libri preferiti

È vero: i giornali, la televisione, la radio hanno bisogno di una storia per affezionarsi a un libro, è una semplificazione che coincide con le agende dei programmi e dei quotidiani: il caso del giorno, la storia del momento, l’indignazione di questa settimana. Ma la letteratura quando è buona non si lega al caso di oggi o al limite lo rende eterno, archetipico. A me piace lavorare sugli archetipi: nel Treno dei bambini c’è l’allontanamento, che è la molla narrativa di tutte le fiabe, in Oliva Denaro c’è la difficoltà del crescere per una ragazza, anche questo è un tema favolistico, basti pensare alla Bella addormentata, a Biancaneve, a Cenerentola e a tutte le fiabe in cui un’adolescente incontra il tema del desiderio, della bellezza, dell’amore, della paura dell’apparire e dell’essere vista.

Tutto questo deve essere sorretto dalla scrittura, ci sono problemi stilistici, narratologici, prosodici che l’autrice si pone appena stabilita qual è la storia da raccontare. La domanda per me non è mai solo “che cosa scrivere”, ma “come scrivere”. Nel corso della mia intensa carriera di lettrice ho amato molti autori e autrici dallo stile inconfondibile, dalla scrittura ardita, “difficile”. Erano peccati di gioventù, oggi sono convinta che la prosa di Calvino sia un punto di arrivo incredibilmente complesso. Tutte quelle frasi levigate, ironiche, lineari. Tutta quella “facilità” che nasconde un lavoro da minatore della sintassi. La metafora che mi viene in mente è quella celebre di La Capria, che parlava di “stile dell’anatra”, un’andatura che a prima vista sembra lineare e senza sforzo mentre sott’acqua nasconde un lavorio incessante di zampette.

*** Il treno dei Bambini è diventato un film di imminente uscita, Olivia Denaro è in Teatro con Ambra Angiolini. 

Dal Film “la meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, di Basaglia e della medicina “democratica” non si sente più parlare a cinema: c’è speranza con “La grande Meraviglia” ? 

Lo spero anche io, anche perché lo stesso produttore che ha realizzato il Treno dei bambini ha opzionato Grande Meraviglia. Sarebbe bello veder tornare i “matti” al cinema!

Amedeo Borzillo

Intervista a Antonino Monteleone per “Erba” (Piemme), di Cristina Marra

Due vittime di un presunto clamoroso errore giudiziario, così Antonino Monteleone e Francesco Priano autori di “Erba” (Piemme) considerano Rosa Bazzi e Olindo Romano,  da diciassette anni in carcere per scontare l’ergastolo per il quadruplice omicidio successo a Erba  l’11 dicembre del 2006. Una strage in cui perdono la vita tre adulti e un bambino e che in tre gradi di  giudizio condanna come unici responsabili i coniugi Romano. Dal 2018  Antonino Monteleone , giornalista e inviato della trasmissione televisiva Le iene insieme all’autore Francesco Priano, si occupa del caso  con un lavoro di giornalismo investigativo che fa emergere la disinformazione dei media sulla vicenda, le incongruenze, le omissioni e le falle processuali. 

Con “Erba” Monteleone e Priano  affidano a un libro la storia di una vicenda che presenta numerosi dubbi e sulla base di prove e ricostruzioni nuove e inedite aprono scenari e ipotesi di una verità differente. A pochi giorni dalla decisione della Corte d’Appello di Brescia di accogliere la richiesta di revisione del processo, Antonino Monteleone ospite della rassegna Scrusciu di Patti dedicata ai misteri d’Italia,  risponde alle mie domande per la nostra rivista e da Iena doc si definisce un vero giornalista randagio.

Il giornalismo delle Iene è randagio, nel senso che è libero e in continuo cammino. Ti ritrovi in questa definizione?

Sì e aggiungerei che è un giornalismo in continuo cammino perché è impossibile stare fermi, non è consentito raccontare storie senza avere messo i piedi sul campo.

Quanto ti sei emozionato con Francesco a mettere nero su bianco la storia di Erba? E quando avete capito che fosse giunto il momento di scriverla?

E’ stato molto emozionante scrivere il libro perché la scorsa primavera abbiamo capito che si era rotto un argine, anzi in realtà si era sfondato un muro, quello dell’ignoranza su fatti clamorosi che sono stati raccontati non in numero sufficiente da contrastare le bugie che sono state dette su questa storia. Questa è stata l’esigenza che ci ha spinto  a scrivere il libro, per riassumere tutti questi fatti. Il problema vero è che in questa storia  per scrivere  una bugia basta un rigo e per smontare queste bugie è stato necessario un libro. Le bugie si scrivono con poche parole, sono formulate in modo efficace  e nessuno perde tempo a verificarne la consistenza, invece per smontarle, per ogni parola scritta in una bugia ne servono cinquanta per spiegare come stanno realmente le cose.

A due mesi  dall’uscita del libro  arriva la decisione della revisione del processo. Che hai provato e cosa ti aspetti?

Mi occupo del caso dal 2018 alle Iene, conosco i dubbi che riguardano la vicenda dal 2010/11 perché me ne parla felice Manti ed è stata una grande emozione… la decisione della corte di appello di Brescia arriva al culmine di un lavoro durato più di cinque anni ed è un risultato quasi insperato per me e per la difesa che ha atteso a lungo, e mi aspetto che la corte d’appello di Brescia messa di fronte alle contraddizioni enormi  contenute nelle tre prove che hanno condannato i Romano riconosca che, di fronte a questa montagna di dubbi, non si possa pronunciare una sentenza di condanna. 

Dal primo servizio in trasmissione del 2018 a oggi, com’è cambiato l’approccio del pubblico nei confronti di Rosa e Olindo? Il libro è un ulteriore strumento per una nuova verità possibile?

L’approccio del pubblico  è cambiato in maniera progressiva. Se penso alla prima edizione in cui abbiamo parlato di Erba sono stati necessari i primi cinque servizi perché ci fosse un cambio nell’umore del pubblico che, di volta in volta, è stato messo di fronte a dei fatti che erano inediti per la gran parte dei telespettatori. Il libro è lo strumento che serve tutte le volte in cui il lettore (o lo spettatore) entra nel loop e si dice “ va bene mi hanno smontato questa prova ma ce n’è un’altra”, ne smontiamo un’altra e si va avanti ancora. Ecco il libro serve a non far perdere tensione, a non far perdere curiosità al lettore e a dargli la risposta che si aspetta nel momento in cui se l’aspetta. 

Erba riporta la verità processuale. Sui tre pilastri che reggono la tesi dell’accusa sono invece tante le contraddizioni. Il lettore diventa anche un po’ giornalista ?

Il lettore non diventa giornalista ma scopre tutte le cose che non tornano. Tutte le volte in cui abbiamo trattato singolarmente gli elementi che hanno portato alla condanna di Rosa e Olindo qualcuno dice sempre che parliamo di una cosa e non di un’altra. Il libro serve a mettere tutte queste cose in fila. E’ un manuale per colpevolisti.

Un libro ricorre anche in questa storia ed è la Bibbia che Olindo riceve in carcere e sulla quale annota pensieri e considerazioni. Che ruolo ha questo libro?

Su quella Bibbia c’è scritto tutto e il contrario di tutto, ci sono le scritte di marca colpevolista e quelle con le quali Olindo si proclama innocente. Allora io dico, prendiamo tutto e se prendiamo tutto alla fine le cose si equivalgono. E’ stano però che in questa storia rientri pure un libro scritto da Joseph Ratzinger  prima di diventare Papa, un libro che Olindo aveva in carcere e all’interno del quale annotava cose che sono proclamazioni di innocenza… eppure di quel libro si parla molto poco. 

Con la revisione del processo i coniugi Romano da condannati tornano a essere imputati?

Sì esattamente. Tornano a essere imputati come stabilisce il codice di procedura penale articolo 60, per il quale, una volta che viene emesso il decreto con il quale vengono citate le parti nel giudizio di revisione, i condannati tornano ad essere degli imputati.

Con le implicazioni che questo dovrebbe portare con sé anche nel trattamento mediatico. Dal 9 gennaio io sarei più accorto a chiamarli gli assassini, ma capisco che c’è questa foga colpevolista inarrestabile.

Una storia di grande sofferenza per le vittime, i parenti e per i colpevoli. Quanto amore c’è in questa vicenda?

Riparlarne ogni volta apre delle ferite ed è spiacevole, bisogna però fare attenzione a non trasformare il dolore in un ostacolo a una ricerca della verità. In questa vicenda ci sono amori spezzati e amori logorati. E’ questo il quadro devastante di quel crimine e perciò mi auguro e spero che quelle che considero due persone innocenti che stanno scontando l’ergastolo vengano riconosciute come tali. 

Cristina Marra

Intervista a Pino Imperatore di Cristina Marra

Con “Tutti matti per gli Esposito” (Salani) la fortunata saga di Pino Imperatore giunge al terzo romanzo. Dopo il successo della trasposizione teatrale e cinematografica, la famiglia più famosa del rione Sanità è stata protagonista della rassegna Ponti-Bruchen nella sua tappa napoletana. Promossa dall’ambasciata tedesca e curata da Vins Gallico, sceglie Pino Imperatore come scrittore espressione della narrazione partenopea e lo abbina alla altrettanto nota Brigitte Glaser autrice della serialità con protagonista la cuoca Katrina. In “Tutti matti per gli Esposito, la famiglia capeggiata da Tonino, impacciato e pasticcione erede del boss del rione Sanità, si ritrova a fronteggiare le restrizioni della Pandemia.

Vins Gallico, Brigitte Glaser, Cristina Marra e Pino Imperatore (ph. Ciro Orlandini)

Nel panorama letterario italiano io ti considero un unicum per la particolarità con cui infarcisci le storie di umorismo. Il tuo è un realismo comico. Quanto ti senti uno scrittore randagio?

«Su una scala da uno a cento, dico ottanta. Il venti per cento è costituito dall’umorismo: una costante alla quale non rinuncio mai. Per il resto, mi muovo in libertà in tutti gli spazi in cui la mia creatività può correre a briglia sciolta. Amo esplorare territori nuovi, scoprire piste narrative inedite, sperimentare, amalgamare i generi. Alla letteratura stanziale preferisco quella raminga. Se restassi fermo nello stesso posto, morirei di monotonia. Sono un nomade della scrittura».

 Con la serie degli Esposito ridicolizzi la camorra e la racconti dal basso. È un modo per indebolirla?

«Per indebolirla e per far capire quanto sia già intrinsecamente malata. Dietro la propria facciata cruenta, la criminalità nasconde un modello sociale e comportamentale dominato dall’ignoranza, dalla volgarità e dalla grettezza. Con un camorrista-tipo puoi al massimo discutere di musica neomelodica, del risultato di una partita di calcio o dell’ultimo video cafone apparso su TikTok. Appena esci fuori da questo recinto cognitivo e magari gli chiedi un’opinione sul riscaldamento globale, ti guarda col labbro pendulo come se avesse visto un alieno e suda come se si trovasse all’interno di un altoforno».

Il romanzo “Tutti matti per gli Esposito” inizia il 2 gennaio 2020. Come sei riuscito a far ridere anche sul Covid? Com’è cambiata la vita degli Esposito con la pandemia e le restrizioni?

«Ogni tragedia contiene in sé una commedia; l’abilità di un umorista sta nel far emergere la seconda per mostrare le storture della prima. Nel periodo più drammatico dell’emergenza pandemica molti italiani si sono ingegnati a cercare stratagemmi per aggirare le restrizioni. La cronaca di quei giorni ci ha raccontato di persone che pur di uscire di casa hanno portato a spasso animali pseudo domestici: capre, cavalli, conigli, pappagalli, maiali. Tonino Esposito, protagonista del mio romanzo, non possedendo un cane, conduce al guinzaglio per il rione Sanità uno degli animali che vivono in cattività nella sua abitazione: un’iguana di grosse dimensioni. E quando viene fermato da un vigile, ingaggia con lui una battaglia dialettica che lo porta alla vittoria per sfiancamento».

Il cimitero delle Fontanelle è un luogo caro a Tonino. Perché ci va spesso? Che rapporto ha con la morte?

«Tonino utilizza un teschio del cimitero, quello del Capitano, come medium tra sé stesso e il mondo dei morti. Intrattiene con questa capuzzella fitti dialoghi che immancabilmente si concludono con la dura condanna, da parte del Capitano, della criminalità. La voce del teschio è allo stesso tempo immateriale e vera; è una voce di coscienza fatta di moniti, rimproveri, esortazioni; è la voce della legalità».

Tonino è un antieroe?

«Sì, perché non ha alcuna caratteristica dell’eroe archetipico: non ha coraggio né fortuna, non è bello, non è schierato dalla parte del Bene e ha una condotta morale equivoca. Perfino gli sforzi che compie per affermarsi nel mondo criminale, e che potrebbero farlo diventare un eroe in negativo, vanno inesorabilmente a picco».

Gli Esposito sono criminali mancati e i Vitiello, la famiglia dell’altra tua serialità sono detective mancati. In cosa si somigliano?

«I loro tratti comuni sono il brio, la vivacità, lo spasso. Sono comici, burloni, buffi. Per i loro comportamenti e il loro lessico fanno scattare in automatico la risata. Incarnano con spontaneità quello spirito di sopravvivenza che nel corso della storia ha aiutato il popolo partenopeo a risorgere da immani sciagure».

I tuoi romanzi sono pieni di coprotagonisti. È più difficile ma anche più divertente raccontare tante vite?

«La costruzione e la gestione dei personaggi è un’operazione letteraria assai delicata, soprattutto quando il numero dei protagonisti è elevato. Per raggiungere il giusto equilibrio tra i soggetti in azione bisogna lavorare sodo. Ma avere tanti coprotagonisti ha i suoi vantaggi: dà la possibilità di esplorare diversi punti di vista e di creare intrecci attraenti; arricchisce la narrazione, offrendo ai lettori una visione più ampia della trama; fa nascere colpi di scena inaspettati e interazioni interessanti. Se ben sfruttate, queste opportunità producono risultati straordinari».

Crimini, risate ma anche tanta cucina nei tuoi romanzi?

«Nelle mie storie la cucina è un riflesso della cultura e dell’ambiente in cui si dipana la trama, ma anche una metafora: in “Aglio, olio e assassino” i corpi delle vittime vengono “conditi” con sostanze alimentari che rimandano a significati nascosti. Napoli vanta una considerevole tradizione enogastronomica ed è un luogo in cui tante interazioni sociali avvengono intorno al cibo; è stato dunque inevitabile (e piacevole) per me operare in questo contesto. Mi auguro, da cittadino, che questo patrimonio si conservi intatto e riesca a resistere al “mordi e fuggi” del turismo di massa».

Romanzi, spettacolo teatrale e film al cinema: cosa riserverà ancora la serie degli Esposito?

«Forse una serie televisiva, chissà. Gli Esposito possono essere raccontati in tanti modi. Sono un caleidoscopio mutevole, un microcosmo sociale in continua evoluzione. Continueranno a raccontarsi all’infinito».

Cristina Marra

E’ Tempo di Caccia – Intervista a Jeffery Deaver di Cristina Marra

Ne ha fatta di strada Jeffery Deaver da editor del magazine del liceo a corrispondente legale del Wall Street Journal fino alla pubblicazione del romanzo Il collezionista di ossa nel 1997 che lo proietta nell’olimpo degli autori di thriller best seller in tutto il mondo. Se il suo personaggio più noto Lincoln Rhyme, è tetraplegico ma viaggia con la mente, Colter Shaw è un randagio, si sposta in vari stati americani e macina chilometri per ricercare persone scomparse. Shaw è il cacciatore di ricompense più famoso d’America e con Tempo di Caccia edito da Rizzoli, è al suo quinto caso, apparentemente impossibile, da portare a termine. E’ sempre la sfida a incuriosirlo e a spingerlo ad accettare incarichi rischiosi.  Anche questa volta per annotare storie e piste da seguire non si separa dal suo taccuino nero 13×18 e dalla stilografica delta titanio Galassia  e trova che  quello strumento così elegante, fosse più gentile per la mano rispetto a una penna a sfera. Pure l’inserimento di questi dettagli personali, di cui Deaver è un vero maestro,  denotano il rispetto del protagonista verso i casi di cui si occupa quando accetta un incarico allettato dalla ricompensa ma senza trascurare il fattore umano. Tempo di caccia , tradotto da Sandro Ristori, riporta Deaver in  tour in Italia e il suo protagonista, entrato ormai nel cuore di tanti lettori,  va alla ricerca del prototipo di un rivoluzionario dispositivo per reattori nucleari sottratto all’azienda dell’uomo d’affari Marty Harmon, forse dall’ingegnera Allison Parker, sparita insieme alla figlia Hanna.  Da Ferrington, la nuova città immaginata dallo scrittore, tra sparizioni e fughe, un poliziotto psicotico, un’adolescente ribelle, tanti segreti e straordinarie rivelazioni, la caccia orchestrata da Deaver inizia con una trappola.   

Ciao Jeff e benvenuto su Il Randagio. Nei tuoi romanzi i luoghi vengono sempre descritti molto accuratamente, al punto da non stare sullo sfondo, ma diventano dei veri e propri personaggi al fianco dei protagonisti. Con quale criterio li scegli e perché per Tempo di caccia hai voluto Ferrington?

Ciao ai lettori di Il Randagio. Mi piace che le ambientazioni siano dei personaggi a sé stanti,
per cui mi assicuro di dare loro delle personalità realistiche. Ferrington è un’opera di
fantasia, ma si basa su città vicine a quelle in cui sono cresciuto, che ora sono depresse a
causa del trasferimento delle industrie. Anche i problemi di droga sono abbastanza reali in posti come quello, a causa della disoccupazione giovanile.

Nel romanzo ti soffermi molto sul rapporto tra genitori e figli (Colter e suo padre, Hanna e Allison e John). La famiglia e i suoi equilibri sono al centro del romanzo?

Direi che mi piace esplorare le relazioni tra tutti i membri della famiglia nei miei libri, perché ai lettori piace tanto quanto i crimini di cui scrivo. Mi piace creare tensione nei drammi personali, tanto quanto negli omicidi!

La fuga che racconti è soprattutto fuga da se stessi?

Ottima osservazione. Sì, nel libro le persone scappano dagli assassini, ma scappano anche dal loro passato – o cercano di farlo. Fino a quando si rendono conto che non si può scappare dal passato, ma che bisogna affrontarlo!

Azione, colpi di scena e denuncia sociale restano gli elementi principali dei suoi romanzi?

Sì, scrivo ciò che i lettori vogliono. I libri non riguardano affatto me, ma i lettori. E loro amano la mia specializzazione, i colpi di scena, l’azione e le osservazioni sociali e politiche che faccio.

Che rapporto hanno i personaggi di Tempo di caccia con la verità e il senso di colpa?

I miei personaggi sono sempre fedeli alle persone reali su cui li baso. I cattivi in genere non si sentono in colpa. Purtroppo come molte persone (compresi i politici americani!).

Leggeremo di un incontro tra Colter e Lincoln?

Sì, i due si incontreranno presto in un romanzo.

Faletti e Camilleri. Quanto è importante per lei la narrativa italiana? Quali sono i tuoi libri preferiti?
Sono tanti gli autori italiani che leggo per esempio Michele Giuttari e Gianrico Carofiglio mi piacciono molto. Le altre mie letture vanno da Ian Fleming a John Le Carrè a Conan Doyle fino a Ernest Hemingway. 

Cristina Marra

Cristina Marra e Jeffery Deaver

Intervista a Mario Capanna di Amedeo Borzillo

Mario Capanna è un attivista, scrittore e politico italiano. È stato fra i leader del movimento giovanile del Sessantotto e segretario e coordinatore di Democrazia Proletaria.

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Partiamo da Noi tutti, il tuo libro che alcuni anni fa presentammo a Napoli in una sala gremita. Ci parlasti di coscienza globale accresciuta, in proporzione all’aumento dei pericoli che minacciano la specie umana e la Terra, e di risveglio delle coscienze. Gli eventi anche molto recenti sembrano però andare in direzione contraria: ridotta reattività alle ingiustizie sociali e sconvolgimenti climatici vissuti con indifferenza se non rassegnazione. Cosa ne pensi oggi?

Bisogna guardare le due facce della medaglia. Da una parte i ceti dominanti (finanziari, economici, militari, istituzionali ecc.) tengono il piede sull’acceleratore del profitto, che sta portando il mondo verso la catastrofe: i mutamenti climatici, che ormai stanno pregiudicando lo stesso futuro umano; la terza guerra mondiale a pezzi, che è in corso; la ripresa convulsa della corsa agli armamenti; la povertà crescente globale, nello stesso Occidente opulento; la società dell’1 per cento, dove l’1 per cento dell’umanità possiede ricchezze e beni che superano quelli del 99 per cento!

Dall’altro lato, però, si stanno affermando significative controtendenze: i giovani che si mobilitano in ogni dove per contrastare i mutamenti climatici; le grandi mobilitazioni attuali, in ogni parte del mondo, a sostegno del popolo palestinese, contro la carneficina a Gaza perpetrata da Israele sostenuto dal padrone americano;  il numero crescente di Paesi che non sopportano più il ruolo degli Usa come gendarmi e dominatori del mondo.

Certo: non abbiamo ancora scongiurato il pericolo originario che ci grava addosso: i miliardi di “io” che non riescono a pensarsi come un “noi”, vale a dire come un’unica famiglia umana, consapevole che, se continua a distruggere il Pianeta, come sta facendo, non ne ha un altro di ricambio. 

Il cammino verso l’acquisizione di questa coscienza globale è lento, ma è in atto. Ognuno di noi può – e deve – contribuire ad accelerarlo.

Le guerre in atto hanno mostrato un compattamento del pensiero unico che criminalizza il dissenso e controlla l’informazione per adesione necessariamente “spontanea”. Tu sei una delle poche fonti di controinformazione sui social e nei tuoi interventi sui media. Può bastare?

Entrati nell’epoca della post-verità, l’informazione ufficiale si è trasformata in propaganda:  una merce fra le altre, come le altre, che si fabbrica (da chi ha il potere di farlo), si vende e si compra, come i telefonini, le auto ecc.

Nella propaganda le affermazioni sono apodittiche e le prove un optional. Così gran parte del giornalismo si è trasformato in “giornalismo”, ovvero nella superfetazione delle “notizie” secondo la post-verità. Non è poca cosa: per molti giornalisti la deontologia è diventata come la suola della scarpa, e questo pregiudica la formazione dell’opinione pubblica, e dunque della democrazia.

La propaganda è l’autoesaltazione del capitalismo che, però, per quanti sforzi faccia, non riesce più a essere credibile, dato che appare come incapace di risolvere i problemi maggiori del mondo. Il ricorso alla guerra è la più tragica scorciatoia di questa incapacità.

Vedi Israele: la sua guerra di sterminio contro Gaza, l’apartheid feroce nei confronti del popolo palestinese sono i sintomi di una prepotenza fondamentalista, che crea nell’opinione pubblica internazionale il massimo isolamento dello Stato sionista e del suo protettore, gli Usa.

Il lavoro di controinformazione è dunque fondamentale. Io mi ci dedico anima e corpo, però è ovvio che non è sufficiente. Ma ho la sensazione che, per fortuna, c’è un numero crescente di spiriti liberi – di spiriti critici – che non si rassegnano al pensiero unico e si battono perché la verità emerga. Questa è una buona cosa.

In Noi tutti, insieme esalti la necessità di superare il  “NOI” che ha assorbito il “noi”, le nostre singole individualità e l’insieme dell’umanità; che scandisce le nostre esistenze, le plasma e le regola, fino al punto da impedirci, ormai, persino di rendercene conto. E non ci sarà alternativa fino a quando “accetteremo di essere ostaggi e prigionieri del NOI”. Che fare? (Avrebbe chiesto qualcuno 120 anni fa!)

“Noi” è il pronome più bello. Quando le tre lettere diventano maiuscole, si converte nel suo contrario.

“NOI”: Nuovo Ordine Internazionale o, che lo stesso, Nord Ovest Imperante. È la situazione che va avanti almeno da trent’anni, dalla caduta del Muro di Berlino e dalla dissoluzione dell’Urss in qua, con il ruolo egemone di Stati Uniti e Nato come regolatori del mondo.

Ma oggi la situazione sta mutando. Il mondo unipolare non regge più. Pure in mezzo a contraddizioni, i popoli si muovono verso il multipolarismo.

I Paesi Brics  (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) stanno aumentando di numero e di consistenza. E vogliono essere protagonisti dei nuovi assetti del mondo. Rappresentano la grande maggioranza della popolazione mondiale. 

Tutti i Paesi Nato rappresentano appena l’11 per cento degli umani, una netta minoranza. Sono ricchi e super armati, ma il loro ruolo comincia ad affievolirsi. Il pericolo è che reagiscano sempre più con la guerra (vedi l’aggressività Usa contro la Cina).

Come scongiurarlo? Facendo ogni sforzo per accrescere la coscienza critica delle persone e dei popoli. Realizzando, in ciascuno di noi, quella rivoluzione di pensiero necessaria perché i mutamenti verso la pace siano concreti e durevoli. Senza rivoluzione dentro di noi, non ci sarà il cambiamento fuori di noi – attorno a noi. Chiunque lavora in questa direzione fa progredire il risveglio del mondo.

La questione migranti manifesta da un lato una forte solidarietà popolare ma dall’altro un arroccamento politico dell’Occidente: si alzano muri e si costruiscono lager in una orwelliana induzione al pensiero unico della difesa dei propri privilegi. Forse è rimasto solo papa Francesco a usare le parole giuste per indignarci e reagire aprendo cuori e confini?

Le migrazioni ci sono sempre state, da che mondo è mondo, e fermarle è impossibile. Gli stessi popoli europei sono il risultato di migrazioni provenienti dall’Asia, dal Medioriente, dal Nord Africa.

L’atteggiamento odierno dell’Occidente opulento rispetto ai migranti è emblematico del cinismo della logica del profitto. L’Occidente ha rapinato il resto del mondo almeno dalle crociate in qua.: con la pratica intensiva della schiavitù, lo sterminio dei nativi d’America, l’uso intensivo delle guerre (quelle commerciali e quelle degli eserciti).

Dimentichi di questo, oggi vorremmo che gli immigrati non venissero a infastidirci in mezzo allo sfavillio delle vetrine delle nostre città. Ridicolo. Almeno quanto il comportamento del governo di destra attuale.

Torniamo a costruire muri dopo lo sbriciolamento di quello di Berlino. Paradossale e miope. Abbiamo bisogno di manodopera, ma respingiamo chi viene a offrircela, Non c’è alternativa all’accoglienza gestita con una intelligente integrazione.

Su questo e altri temi – la pace e la guerra, la salvaguardia dell’ecosistema, il fatto che “questa economia uccide” ecc. – io, lo dico da laico, considero mio fratello Papa Francesco.

D’altra parte lotto da sempre per creare convergenze tra il pensiero cattolico più dinamico e quello laico più autentico. Il futuro, nel nostro Paese, passa anche da questo crocevia. 

Amedeo Borzillo