Teodoro Cafarelli | Libreria Capitolo 18 di Patti (ME) di Cristina Marra

Teodoro benvenuto nella rivista Il Randagio. Dal 2015 hai aperto la libreria Capitolo 18 a Patti. Quanto ti senti un libraio randagio ma fortemente legato al tuo territorio?

La scelta di diventare totalmente indipendente nel percorso lavorativo dal 2015 nasce proprio dalla voglia di essere più presente su tutto il territorio della costa tirrenica attraverso le innumerevoli attività di promozione del libro. In un mercato che per varie ragioni guarda con interesse all’ omologazione attraverso marchi consolidati, essere un libraio indipendente oggi non può che farti sentire un randagio. 

Il legame con il territorio è forte perché nasce ormai più di venticinque anni fa e si rafforza nel tempo attraverso una presenza costante e collaborazioni fondamentali con tante realtà culturali, scuole, biblioteche. Il fatto poi di avere la Libreria in una cittadina di circa tredici mila abitanti ti da la possibilità spesso di vedere concretizzarsi il tuo lavoro.

La libreria è uno spazio che hai creato personalmente con una cura per i dettagli e per l’accoglienza. Che significa essere un libraio per te?

Per risponderti a questa domanda uso una bellissima frase di un mio collega Fabio Lagiannella, nominato lo scorso 26 gennaio libraio dell’anno dalla scuola per librai Umberto ed Elisabetta Mauri.

“C𝘪 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘦 𝘱𝘰𝘦𝘵𝘪𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘦𝘭 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘰 𝘭𝘢𝘷𝘰𝘳𝘰. 𝘕𝘰𝘯 𝘭𝘰 𝘧𝘢𝘳𝘦𝘮𝘮𝘰 𝘴𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘧𝘰𝘴𝘴𝘦 𝘤𝘰𝘴ì. 𝘌 𝘤𝘳𝘦𝘥𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘢 𝘱𝘰𝘦𝘴𝘪𝘢 𝘱𝘪ù 𝘨𝘳𝘢𝘯𝘥𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘪𝘢 𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘧𝘢𝘳𝘦 𝘪𝘭 𝘭𝘪𝘣𝘳𝘢𝘪𝘰 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘌𝘚𝘚𝘌𝘙𝘓𝘖. 𝘌𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘶𝘯 𝘭𝘪𝘣𝘳𝘢𝘪𝘰. 𝘌 𝘯𝘰𝘪 𝘭𝘰 𝘴𝘪𝘢𝘮𝘰.”

Ecco dietro questa definizione c’è un mondo. Non è solo una professione, è una missione, una visione. Un libraio deve essere radicato nell’ambiente in cui opera, deve incontrare gente, essere disponibile all’ascolto prima e capace di dare risposte rassicuranti dopo. Alcuni miei colleghi hanno proprio declinato il nome stesso del proprio luogo di lavoro in “farmacia letteraria”. Perché se un farmaco può curare un malessere fisico, un buon libro può essere salvifico per la nostra anima. Non cambierei il mio lavoro per niente al mondo!

In libreria giganteggia un mosaico col volto di Dalì, perché ti piace come artista?

La mia passione per il surrealismo non poteva che portarmi all’arte di uno dei massimi esponenti della corrente. 

Di Dalì infatti mi ha sempre affascinato la sua apparente spregiudicatezza, quel suo sperimentare continuamente. Se vogliamo anche il mio mestiere richiede una buona dose di spregiudicatezza, ma allo stesso tempo molta competenza in quello che si fa. 

Capitolo 18, il nome non è legato a un capitolo di un libro ma a cosa?

Quando decisi di svoltare nel 2015 pensai a tutto, anche all’immagine di quello che stavo creando. Progettai l’insegna della Libreria che è un enorme libro aperto con inglobate le due vetrine. Da quella scelta mi venne in mente di chiamare la Libreria “Capitolo”, ma dovevo aggiungere un numero a questo paragrafo. Non mi andava di mettere il più ovvio e cioè “Capitolo2”, ma decisi di ispirarmi ad uno dei film più famosi di Massimo Troisi e cioè “Ricomincio da tre”

Avevo già vissuto lavorativamente i primi diciassette anni o capitoli della mia vita in un’altra realtà e quindi decisi di ricominciare da “18”.

Sei molto attivo a Patti  alle isole Eolie  e sul territorio circostante. La tua promozione della lettura è particolarmente rivolta alle scuole e ai piccoli lettori. Quali sono le attività che ti piacciono di più?

Le attività sono davvero molte e di vario genere. Dalle presentazioni di libri con gli autori alle collaborazioni con diversi festival. Dalla promozione di testi scolastici ai Progetti Lettura nelle scuole. Amo molto stare in libreria quando non sono in giro per le varie attività e fare proprio il Libraio, star lì a consigliare le mie scoperte letterarie, ma la cosa che mi piace di più è leggere ad alta voce a partire dalla prima infanzia e poi con i più grandi.

Libraio ma prima di tutto lettore. Quali sono i tre libri dello scorso anno che hai apprezzato e con quale titolo hai iniziato il 2024?

Difficilissima domanda perché leggo davvero tanto e soprattutto in modo eterogeneo. Conosco molti scrittori e non vorrei dispiacere qualcuno quindi non ti dirò nessun titolo tra quelli delle mie conoscenze. Ti darò tre titoli scoperti per caso che mi sono piaciuti tantissimo, in ordine casuale. 

  • “Agrumi. Una storia del mondo” di Giuseppe Barbera per Il Saggiatore 
  • “Leggere piano, forte fortissimo” di Alice Bigli per Mondadori 
  • “Che cosa fa la gente tutto il giorno” di Peter Cameron per Adelphi 

Il 2024 l’ho aperto con “Mariolina” di Maurizio Ponz de Leon pubblicato per Edas edizioni. Una biografia familiare con il ‘900 messinese sullo sfondo, un periodo segnato prima dal terremoto del 1908 e poi dalle due guerre mondiali.

La libreria ha un salottino esterno e lì svolgi tanti incontri e attività, è anche da lì che i libri camminano e diventano randagi?

Certamente si, i portici sotto cui c’è la Libreria sono stati da sempre scenario di incontri, presentazioni, reading, musica e tanto altro. La cosa che diventa più randagia in assoluto sono le poesie che fuoriescono dal distributore collocato proprio all’ingresso. È bellissimo vedere tanti studenti, all’uscita di scuola mettere la monetina da un euro, prendere il verso assegnato dalla sorte e poi muoversi verso la piazza leggendolo ai compagni. 

Ma per il futuro ho in mente altre idee per quei portici…

Cristina Marra

Josephine Johnson: L’isola dentro l’isola (Bompiani Gaia), di Cristina Marra

“E’ semplicemente un bellissimo libro; è un libro sulla natura come lo è Walden. Dovrebbero leggerlo tutti coloro che conservano la capacità di provare qualcosa”, questo estratto di John Leonard del New York Times compare nel retro copertina di L’isola dentro l’isola della scrittrice americana  Josephine Johnson nell’edizione che Bompiani propone nella deliziosa collana Gaia con la traduzione di Beatrice Masini e le illustrazioni di Chiara  Palillo. Vincitrice del premio Pulitzer nel 1935, l’autrice pubblica L’isola dentro l’isola ( The Inland Island. A Year in Nature) nel 1969.

I dodici mesi dell’anno vengono resi in dodici capitoli e diventano il racconto di bellezze naturali straordinarie ma anche di orrori che stanno fuori dalla sua tenuta in campagna in Ohio, dove ambienta le storie, e che invadono il mondo esterno e la toccano nell’animo. La scrittrice racconta, evoca, riporta scene a lei familiari che hanno per protagonisti alberi, vegetazioni, animali e soprattutto uccelli , sono più numerosi loro degli altri animali in questa foresta passata o futura, e un uccello nuovo mi riconcilia con la giornata. Come in un calendario si comincia da gennaio che nello stato dell’Ohio, privo di oceano, privo di monti, temperato dai fiumi, non è un mese furibondo di bufere e poi  febbraio la cui luce bianca non va bene per fissare le cose troppo a lungo, e marzo col suo vento glorioso e pagano. Soffia lontano mille chilometri la polvere della nostra vita. Noi leggiamo la polvere. Se reca un messaggio mortifero sta a noi saperlo e si prosegue tra storie di cottage ricostruiti, incontri con le volpi, paralleli tra il mondo animale e quello umano.

L’autrice spesso si sofferma sulla sua condizione di donna, il desiderio di essere una grande scrittrice a tutti i costi non tornerà. Sono troppo vecchia e il prezzo è troppo alto. Non posso rinunciare a tutto il resto di me, al mio affollato me. A tutto l’indisciplinato, caotico branco di donne e bambine che vivono dentro di me”. La Johnson non si risparmia e urla il suo amore per la natura che diventa un urlo di pace e stanchezza di guerra.  Come avvisa la traduttrice, i nomi di flora e fauna sono spesso lasciati coi nomi scientifici o i nomi comuni originali sono stati tradotti letteralmente perché sarebbe stato un peccato perdere  l’immagine che evocano, il primo sguardo posato su un frullo d’ali o sulla piega di una foglia, le radici native, lo sforzo di trovare nelle parole quotidiane e ordinarie un modo di dire quell’essere, quel fiore.

Il libro è un viaggio, una riflessione, un quadro , un calendario del cuore immancabile nella biblioteca dei randagi

Cristina Marra

Intervista a Antonino Monteleone per “Erba” (Piemme), di Cristina Marra

Due vittime di un presunto clamoroso errore giudiziario, così Antonino Monteleone e Francesco Priano autori di “Erba” (Piemme) considerano Rosa Bazzi e Olindo Romano,  da diciassette anni in carcere per scontare l’ergastolo per il quadruplice omicidio successo a Erba  l’11 dicembre del 2006. Una strage in cui perdono la vita tre adulti e un bambino e che in tre gradi di  giudizio condanna come unici responsabili i coniugi Romano. Dal 2018  Antonino Monteleone , giornalista e inviato della trasmissione televisiva Le iene insieme all’autore Francesco Priano, si occupa del caso  con un lavoro di giornalismo investigativo che fa emergere la disinformazione dei media sulla vicenda, le incongruenze, le omissioni e le falle processuali. 

Con “Erba” Monteleone e Priano  affidano a un libro la storia di una vicenda che presenta numerosi dubbi e sulla base di prove e ricostruzioni nuove e inedite aprono scenari e ipotesi di una verità differente. A pochi giorni dalla decisione della Corte d’Appello di Brescia di accogliere la richiesta di revisione del processo, Antonino Monteleone ospite della rassegna Scrusciu di Patti dedicata ai misteri d’Italia,  risponde alle mie domande per la nostra rivista e da Iena doc si definisce un vero giornalista randagio.

Il giornalismo delle Iene è randagio, nel senso che è libero e in continuo cammino. Ti ritrovi in questa definizione?

Sì e aggiungerei che è un giornalismo in continuo cammino perché è impossibile stare fermi, non è consentito raccontare storie senza avere messo i piedi sul campo.

Quanto ti sei emozionato con Francesco a mettere nero su bianco la storia di Erba? E quando avete capito che fosse giunto il momento di scriverla?

E’ stato molto emozionante scrivere il libro perché la scorsa primavera abbiamo capito che si era rotto un argine, anzi in realtà si era sfondato un muro, quello dell’ignoranza su fatti clamorosi che sono stati raccontati non in numero sufficiente da contrastare le bugie che sono state dette su questa storia. Questa è stata l’esigenza che ci ha spinto  a scrivere il libro, per riassumere tutti questi fatti. Il problema vero è che in questa storia  per scrivere  una bugia basta un rigo e per smontare queste bugie è stato necessario un libro. Le bugie si scrivono con poche parole, sono formulate in modo efficace  e nessuno perde tempo a verificarne la consistenza, invece per smontarle, per ogni parola scritta in una bugia ne servono cinquanta per spiegare come stanno realmente le cose.

A due mesi  dall’uscita del libro  arriva la decisione della revisione del processo. Che hai provato e cosa ti aspetti?

Mi occupo del caso dal 2018 alle Iene, conosco i dubbi che riguardano la vicenda dal 2010/11 perché me ne parla felice Manti ed è stata una grande emozione… la decisione della corte di appello di Brescia arriva al culmine di un lavoro durato più di cinque anni ed è un risultato quasi insperato per me e per la difesa che ha atteso a lungo, e mi aspetto che la corte d’appello di Brescia messa di fronte alle contraddizioni enormi  contenute nelle tre prove che hanno condannato i Romano riconosca che, di fronte a questa montagna di dubbi, non si possa pronunciare una sentenza di condanna. 

Dal primo servizio in trasmissione del 2018 a oggi, com’è cambiato l’approccio del pubblico nei confronti di Rosa e Olindo? Il libro è un ulteriore strumento per una nuova verità possibile?

L’approccio del pubblico  è cambiato in maniera progressiva. Se penso alla prima edizione in cui abbiamo parlato di Erba sono stati necessari i primi cinque servizi perché ci fosse un cambio nell’umore del pubblico che, di volta in volta, è stato messo di fronte a dei fatti che erano inediti per la gran parte dei telespettatori. Il libro è lo strumento che serve tutte le volte in cui il lettore (o lo spettatore) entra nel loop e si dice “ va bene mi hanno smontato questa prova ma ce n’è un’altra”, ne smontiamo un’altra e si va avanti ancora. Ecco il libro serve a non far perdere tensione, a non far perdere curiosità al lettore e a dargli la risposta che si aspetta nel momento in cui se l’aspetta. 

Erba riporta la verità processuale. Sui tre pilastri che reggono la tesi dell’accusa sono invece tante le contraddizioni. Il lettore diventa anche un po’ giornalista ?

Il lettore non diventa giornalista ma scopre tutte le cose che non tornano. Tutte le volte in cui abbiamo trattato singolarmente gli elementi che hanno portato alla condanna di Rosa e Olindo qualcuno dice sempre che parliamo di una cosa e non di un’altra. Il libro serve a mettere tutte queste cose in fila. E’ un manuale per colpevolisti.

Un libro ricorre anche in questa storia ed è la Bibbia che Olindo riceve in carcere e sulla quale annota pensieri e considerazioni. Che ruolo ha questo libro?

Su quella Bibbia c’è scritto tutto e il contrario di tutto, ci sono le scritte di marca colpevolista e quelle con le quali Olindo si proclama innocente. Allora io dico, prendiamo tutto e se prendiamo tutto alla fine le cose si equivalgono. E’ stano però che in questa storia rientri pure un libro scritto da Joseph Ratzinger  prima di diventare Papa, un libro che Olindo aveva in carcere e all’interno del quale annotava cose che sono proclamazioni di innocenza… eppure di quel libro si parla molto poco. 

Con la revisione del processo i coniugi Romano da condannati tornano a essere imputati?

Sì esattamente. Tornano a essere imputati come stabilisce il codice di procedura penale articolo 60, per il quale, una volta che viene emesso il decreto con il quale vengono citate le parti nel giudizio di revisione, i condannati tornano ad essere degli imputati.

Con le implicazioni che questo dovrebbe portare con sé anche nel trattamento mediatico. Dal 9 gennaio io sarei più accorto a chiamarli gli assassini, ma capisco che c’è questa foga colpevolista inarrestabile.

Una storia di grande sofferenza per le vittime, i parenti e per i colpevoli. Quanto amore c’è in questa vicenda?

Riparlarne ogni volta apre delle ferite ed è spiacevole, bisogna però fare attenzione a non trasformare il dolore in un ostacolo a una ricerca della verità. In questa vicenda ci sono amori spezzati e amori logorati. E’ questo il quadro devastante di quel crimine e perciò mi auguro e spero che quelle che considero due persone innocenti che stanno scontando l’ergastolo vengano riconosciute come tali. 

Cristina Marra

Intervista a Pino Imperatore di Cristina Marra

Con “Tutti matti per gli Esposito” (Salani) la fortunata saga di Pino Imperatore giunge al terzo romanzo. Dopo il successo della trasposizione teatrale e cinematografica, la famiglia più famosa del rione Sanità è stata protagonista della rassegna Ponti-Bruchen nella sua tappa napoletana. Promossa dall’ambasciata tedesca e curata da Vins Gallico, sceglie Pino Imperatore come scrittore espressione della narrazione partenopea e lo abbina alla altrettanto nota Brigitte Glaser autrice della serialità con protagonista la cuoca Katrina. In “Tutti matti per gli Esposito, la famiglia capeggiata da Tonino, impacciato e pasticcione erede del boss del rione Sanità, si ritrova a fronteggiare le restrizioni della Pandemia.

Vins Gallico, Brigitte Glaser, Cristina Marra e Pino Imperatore (ph. Ciro Orlandini)

Nel panorama letterario italiano io ti considero un unicum per la particolarità con cui infarcisci le storie di umorismo. Il tuo è un realismo comico. Quanto ti senti uno scrittore randagio?

«Su una scala da uno a cento, dico ottanta. Il venti per cento è costituito dall’umorismo: una costante alla quale non rinuncio mai. Per il resto, mi muovo in libertà in tutti gli spazi in cui la mia creatività può correre a briglia sciolta. Amo esplorare territori nuovi, scoprire piste narrative inedite, sperimentare, amalgamare i generi. Alla letteratura stanziale preferisco quella raminga. Se restassi fermo nello stesso posto, morirei di monotonia. Sono un nomade della scrittura».

 Con la serie degli Esposito ridicolizzi la camorra e la racconti dal basso. È un modo per indebolirla?

«Per indebolirla e per far capire quanto sia già intrinsecamente malata. Dietro la propria facciata cruenta, la criminalità nasconde un modello sociale e comportamentale dominato dall’ignoranza, dalla volgarità e dalla grettezza. Con un camorrista-tipo puoi al massimo discutere di musica neomelodica, del risultato di una partita di calcio o dell’ultimo video cafone apparso su TikTok. Appena esci fuori da questo recinto cognitivo e magari gli chiedi un’opinione sul riscaldamento globale, ti guarda col labbro pendulo come se avesse visto un alieno e suda come se si trovasse all’interno di un altoforno».

Il romanzo “Tutti matti per gli Esposito” inizia il 2 gennaio 2020. Come sei riuscito a far ridere anche sul Covid? Com’è cambiata la vita degli Esposito con la pandemia e le restrizioni?

«Ogni tragedia contiene in sé una commedia; l’abilità di un umorista sta nel far emergere la seconda per mostrare le storture della prima. Nel periodo più drammatico dell’emergenza pandemica molti italiani si sono ingegnati a cercare stratagemmi per aggirare le restrizioni. La cronaca di quei giorni ci ha raccontato di persone che pur di uscire di casa hanno portato a spasso animali pseudo domestici: capre, cavalli, conigli, pappagalli, maiali. Tonino Esposito, protagonista del mio romanzo, non possedendo un cane, conduce al guinzaglio per il rione Sanità uno degli animali che vivono in cattività nella sua abitazione: un’iguana di grosse dimensioni. E quando viene fermato da un vigile, ingaggia con lui una battaglia dialettica che lo porta alla vittoria per sfiancamento».

Il cimitero delle Fontanelle è un luogo caro a Tonino. Perché ci va spesso? Che rapporto ha con la morte?

«Tonino utilizza un teschio del cimitero, quello del Capitano, come medium tra sé stesso e il mondo dei morti. Intrattiene con questa capuzzella fitti dialoghi che immancabilmente si concludono con la dura condanna, da parte del Capitano, della criminalità. La voce del teschio è allo stesso tempo immateriale e vera; è una voce di coscienza fatta di moniti, rimproveri, esortazioni; è la voce della legalità».

Tonino è un antieroe?

«Sì, perché non ha alcuna caratteristica dell’eroe archetipico: non ha coraggio né fortuna, non è bello, non è schierato dalla parte del Bene e ha una condotta morale equivoca. Perfino gli sforzi che compie per affermarsi nel mondo criminale, e che potrebbero farlo diventare un eroe in negativo, vanno inesorabilmente a picco».

Gli Esposito sono criminali mancati e i Vitiello, la famiglia dell’altra tua serialità sono detective mancati. In cosa si somigliano?

«I loro tratti comuni sono il brio, la vivacità, lo spasso. Sono comici, burloni, buffi. Per i loro comportamenti e il loro lessico fanno scattare in automatico la risata. Incarnano con spontaneità quello spirito di sopravvivenza che nel corso della storia ha aiutato il popolo partenopeo a risorgere da immani sciagure».

I tuoi romanzi sono pieni di coprotagonisti. È più difficile ma anche più divertente raccontare tante vite?

«La costruzione e la gestione dei personaggi è un’operazione letteraria assai delicata, soprattutto quando il numero dei protagonisti è elevato. Per raggiungere il giusto equilibrio tra i soggetti in azione bisogna lavorare sodo. Ma avere tanti coprotagonisti ha i suoi vantaggi: dà la possibilità di esplorare diversi punti di vista e di creare intrecci attraenti; arricchisce la narrazione, offrendo ai lettori una visione più ampia della trama; fa nascere colpi di scena inaspettati e interazioni interessanti. Se ben sfruttate, queste opportunità producono risultati straordinari».

Crimini, risate ma anche tanta cucina nei tuoi romanzi?

«Nelle mie storie la cucina è un riflesso della cultura e dell’ambiente in cui si dipana la trama, ma anche una metafora: in “Aglio, olio e assassino” i corpi delle vittime vengono “conditi” con sostanze alimentari che rimandano a significati nascosti. Napoli vanta una considerevole tradizione enogastronomica ed è un luogo in cui tante interazioni sociali avvengono intorno al cibo; è stato dunque inevitabile (e piacevole) per me operare in questo contesto. Mi auguro, da cittadino, che questo patrimonio si conservi intatto e riesca a resistere al “mordi e fuggi” del turismo di massa».

Romanzi, spettacolo teatrale e film al cinema: cosa riserverà ancora la serie degli Esposito?

«Forse una serie televisiva, chissà. Gli Esposito possono essere raccontati in tanti modi. Sono un caleidoscopio mutevole, un microcosmo sociale in continua evoluzione. Continueranno a raccontarsi all’infinito».

Cristina Marra

Intervista a Sebastiano Vilella per Lontano lontano (NPE) di Cristina Marra

Vilella è un randagio doc, autore e disegnatore dall’esperienza trentennale sa mirabilmente misurarsi con tutti i generi dal noir a sfondo politico alle biografie di artisti con uno stile originale e inconfondibile. 

Ha collaborato con le riviste Eureka, Frigidaire e Linus. Tra i suoi volumi : L’armadio di Satie, Il commissario italo Grimaldi, Friedrich, lo sguardo infinito .

Con Lontano lontano edito da NPE continua a sorprendere i suoi lettori con la capacità di sommare linguaggi, personaggi e luoghi in una sorta di summa artistica delle sue opere in cui si compie un viaggio di cui lo stesso autore è protagonista. 

Sebastiano, Lontano lontano già dalla copertina si presenta come un’opera sul doppio. E’ il tuo modo di vedere la realtà che diventa finzione e viceversa?

Questo racconto grafico nasce come forma di riflessione sui tanti anni, quasi quaranta, di attività dedicati al fumetto, ma se penso che in realtà non c’è un momento della mia vita che non possa associare ai fumetti, mi rendo conto che il tempo che prendo in considerazione è assai più ampio. Una riflessione è in sè una meditazione su quanto si cela in ciascuno di noi. E’ quella parte di noi ribaltata verso l’interno, che potremmo considerare “un doppio”, che si svincola da ogni regola, da ogni inibizione e si moltiplica, si sfaccetta all’infinito, come fosse specchio riflesso in uno specchio. Nel mio caso, molta parte di me è costituita dalle mie fantasie, dai miei racconti disegnati e dai miei personaggi ammonticchiati nell’arco di una esistenza. In sostanza anche io, come chiunque, sono la summa di ciò che si sa e si vede all’esterno, ma anche di ciò che si nasconde all’interno e che qualche volta libero attraverso l’esercizio creativo, nei miei racconti a fumetti e in generale nel mio fare artistico. Quella di creare storie disegnate, la considero una condizione personale ineliminabile, oltre che una attitudine forse anche un talento, ma è anche e soprattutto un offrirmi, soprattutto con questo libro, a chi ama seguire le mie fantasie a quadretti.

 Questo racconto, come è chiaro dalla dedica finale “ A te” è dedicato soprattutto ai miei lettori che hanno voluto seguirmi e vivere con me le mie fantasie in tutti questi anni. Lo faccio perciò attraverso una vicenda insolita ed enigmatica, forse la più eccentrica che ho mai realizzato, che vede coinvolti, molti dei miei personaggi a me più cari.

Il doppio è anche il passato che torna nel presente? Ritornano tutti i tuoi protagonisti da Grimaldi a Satie, sono appunto il tuo passato.

In qualche modo è così. Questi personaggi sono parte del mio percorso di autore, del mio passato, ma si affacciano continuamente nel mio presente e forse si aspettano di poter far parte anche di un prossimo futuro. Però è tutto così fluido, non c’è alcuna certezza nella loro incorporea esistenza che, a ben vedere non è poi tanto dissimile dalla mia, da quella di ognuno di noi, è la “materia dei sogni”. Succede infatti che il protagonista, l’autore della storia, che potrei essere io piuttosto che qualsiasi altro, si blocchi o si rifiuti di continuare la sua normale esistenza e nello specifico la sua attività di autore di storie a fumetti. Non è nel suo caso una crisi creativa, neanche un moto di ribellione nei confronti della dura realtà, che lo spinge all’inerzia inattiva, piuttosto l’illusione di avere raggiunto un equilibrio interiore che si manifesta attraverso uno stato di quiete perenne, una sorta di Nirvana catatonico in grado di allontanarlo e proteggerlo dalle esigenze creative, quegli impulsi vitali che hanno fino ad allora mosso la sua esistenza ed hanno anestetizzato la vera realtà. Sembra che tutto smetta di avere un senso  e non rischi di farsi travolgere dalla spaventosa tempesta che non accenna a placarsi, anzi si intensifica, che si scatena fuori dalla sua piccola abitazione nel cuore di una labirintico e sterminato parco. 

Il vento accompagna le storie, è un vento vorticoso che rimescola fogli da disegno e vite da vivere?

 Gli elementi naturali, soprattutto il vento e la pioggia, investono spesso le mie storie, sono il riflesso di moti interiori che agitano i miei personaggi e gli ambienti in cui si muovono e in cui affrontano le loro vicende. In questa ultima storia sembrano scatenarsi con furia maggiore, sono lo specchio di una inquietudine diffusa che mi si è riversata addosso dal vivere quotidiano, dalle tensioni sociali, dall’instabilità del presente, dai conflitti collettivi e personali, dalle incertezze diffuse. Ma a tutto questo, il personaggio inerte e lontanissimo che è il vero motore della storia, reagisce con la più totale imperturbabilità, è calmo e immobile, sembra aver raggiunto uno stato di personale beatitudine, come avesse raggiunto il Centro Sacro del suo vorticoso labirinto esistenziale. Non è un caso, nella storia, per riflesso, è proprio in un misterioso punto dell’immenso parco, che uno dei personaggi, Pietro Sartorio alias MiticOperaio, in fuga perenne da se stesso e dal mondo, si ferma per sorprendersi ed incantarsi difronte ad una quiete assoluta e scoprire un essere prodigioso e ultraterreno, che con la sua semplice presenza darà una svolta inattesa e rivelatoria all’intera vicenda. 

Gli unici animali nella storia sono la gatta di Grimaldi e un cervo. Ti diverte inserire gli animali nei tuoi libri?

Gli animali sono portatori di un profondo mistero universale, sono gli esseri più vicini alla natura e in molti di loro, più facilmente riusciamo a riconoscerci. Noi ci illudiamo di identificarci in loro, cerchiamo di adattarli ai comportamenti umani, cerchiamo di addomesticarli, ma restano distinti e distanti da noi, votati alle semplici necessità, all’essenza del vivere, sono esseri puri, oserei dire superiori perché più vicini allo stato di natura. Amano e odiano in modo esplicito, desiderano o rifiutano in modo inequivocabile. Vivono, o meglio vivrebbero, in piena sintonia con la natura e sarebbero ben felici di farlo con noi, ma anche senza di noi. Sono gli uomini la parte più complicata e debole della natura, anche la più orribilmente invasiva e incontrollabile, quella che vorrebbe cambiarla, scrutarla fin nelle zone più remote dell’universo, controllarla. Non è un caso che più o meno consapevolmente, siano gli uomini a minacciare l’equilibrio naturale. 

Fatto questo ampio e forse non necessario “spiegone”, nelle mie storie, in questa in particolare, gli animali si direbbero testimoni stupiti e persino imbarazzati, dei comportamenti dei vari personaggi. E tenendosi prudentemente lontani, conservano intatto il loro mistero. In una delle pagine iniziali, il vecchio commissario viene osservato a lungo dalla sua gatta e quando si accorge di lei le si rivolge emettendo un “meoow!”. E’ come se l’uomo provasse a comunicare qualcosa alla gatta in un improbabile linguaggio animale, ma questa si limita a guardarlo andar via, lo vede prepararsi, uscire e poi rientrare per prendere una pistola. La cosa gli è del tutto indifferente, sono comportamenti che a lei non appartengono.  

L’atmosfera è molto cupa, usi molto i toni del verde, che tecnica hai usato?

R.: Il verde è il colore della tempesta, lo abbiamo visto nel capolavoro del Giorgione, una delle opere pittoriche più profonde ed enigmatiche della storia dell’arte. Il verde è un colore dominante nei cieli metafisici di de Chirico, che peraltro è uno dei protagonisti di questa storia. E’ un colore che annuncia intensi cambiamenti, ma di contro dà anche il senso dell’attesa. La tecnica che ho usato nella realizzazione delle tavole è un insieme di matite, tempere ad acqua e inchiostri.

Quanto tempo ti ha assorbito il volume?

E’ stata una lavorazione piuttosto lunga, ma non problematica. La storia fu concepita e scritta rapidamente, come sotto dettatura, subito dopo la realizzazione de L’Armadio di Satie (Coconino Press, 2017). Avevo deciso di non dedicarmi più ai fumetti, pensavo di aver detto e fatto il necessario, di potermi occupare di altro, di tornare alla pittura e all’illustrazione. Ma i miei personaggi hanno cominciato a farmi visita, mi chiedevano risposte a domande che non potevo intendere. Non volevano pirandellianamente essere nuovamente protagonisti di nuove stranezze a fumetti, ma percepivo la loro presenza ovunque, nei miei pensieri e nei miei sogni. Dovevo venirne fuori e raccontare un nuovo enigma in forma sequenziale, rappresentarlo almeno. Risposte io non sono in grado di darle, neanche ai miei personaggi. Posso solo evocare domande attraverso il disegno e la scrittura. Ho aspettato che maturasse in me l’esigenza di realizzare questo racconto, ci è voluto qualche anno, ma alla fine è qui sotto i vostri occhi e i miei. Sapevo che per me sarebbe stato necessario dedicarmici, con pazienza e convinzione. Ci ho messo più di due anni a disegnarlo più uno per vederlo pubblicato. Non è poco, ma a ben vedere per me neanche tanto, però è ciò che volevo, quasi come lo immaginavo. Per me c’è sempre un “quasi”.

Il tuo volto appare in una tavola, come ti sei sentito a essere il reale protagonista del libro?

Si, un personaggio che sembra assomigliarmi appare più volte nella vicenda, ma è avvolto perennemente nell’ombra o si vede in controluce, la sua silouette si staglia sulla luce dell’esterno, davanti ad una finestra, sul parco investito dalla tempesta. Potevo benissimo inventarmi un volto e un personaggio con delle fattezze adeguate al racconto, con più fascino, magari il volto di un celebre attore, come spesso succede nei fumetti per cercare di accattivarsi il pubblico. Ma a che pro? Se questa stravaganza a fumetti è stata concepita dal sottoscritto, tanto valeva che ci mettessi io la faccia, così è stato, non mi dispiace.

Tra tutti i personaggi ne hai uno a cui sei più legato?

Tutti i miei personaggi, rappresentano per me qualcosa, sono legato a tutti. Non si tratta di dare loro importanza, spesso non sono troppo importanti, sono semplicemente parte del mio percorso, della mia vita. In LontanoLontano dei miei tanti personaggi inventati, ce ne sono alcuni, non tutti, manca Spasmox per esempio, che ho preferito non inserire per non rendere la storia più inquietante e tenebrosa, in realtà non vuole essere così cupa, anzi: credo sia questa tra quelle da me realizzate, in cui c’è più ironia, anzi tanta autoironia. Lo si capisce dai dialoghi del commissario con il suo attendente creduto trapassato, oppure con Erik Satie che è già divertente di suo. Ma soprattutto dalla presenza di una irruente dark lady che ricorda la celebre Krudelia disneyana. Poi manca il mio amato Friedrich, protagonista de Lo Sguardo Infinito ( Oblomov, 2019) per il semplice fatto che la sua storia l’ho realizzata dopo avere scritto questa. No, non credo di essere più legato a qualcuno dei miei personaggi, mi rendo conto che, il commissario Grimaldi o il MiticOperaio o il mio de Chirico, forse saranno rimasti più impressi nella memoria di qualche lettore, ma non ne sono troppo sicuro, mai. Può sempre succedere che accada che qualcuno dica: “Grimaldi, chi?” proprio come succede all’ex funzionario di polizia, quando cerca di comunicare con il commissariato di zona, in questo Lontano Lontano.

Cristina Marra