Teatro: “Migliore” di Mattia Torre con Valerio Mastandrea, di Brunella Caputo

Un uomo normale. 

Alfredo Beaumont (interpretato da Valerio Mastandrea) è un uomo normale. 

Vive una vita ordinaria, fatta di piccole cose e lavoro di routine. 

Ha mille paure, le donne lo ignorano, è ammalato di infiniti mali. Tutte le porte per accedere anche alla più piccola forma di successo sono chiuse. Si sente disprezzato, non compreso. China la testa di fronte a tutti; è quasi un servo di innumerevoli padroni. 

Poi, un giorno, improvvisamente, come un fulmine a ciel sereno, il cambiamento si impossessa della sua persona. Un cambiamento radicale, definitivo, sorprendente: diventa cattivo. 

E la cattiveria, si sa, può regolare la vita in maniera tale da farti diventare ciò che non sei. 

Succede così che Alfredo avanza professionalmente, non sente più il peso delle sue paure, è desiderato da tutte le donne. Insomma, tutte le porte, chiuse per un tempo infinito, si spalancano al suo passaggio; e dietro ogni porta nasce, come un fiore raro in un campo di patate, un’opportunità unica di cambiamento e apprezzamento da parte della “società”.

“Migliore”, scritto e diretto dall’indimenticabile genio che era Mattia Torre, è una storia surreale che racconta con realtà (il gioco di parole è voluto) i nostri tempi, dominati da individui che fondano il loro successo sull’essere entità senza scrupoli nel disprezzare gli altri, sull’essere uomini cinici, senza rimorsi, insolenti, sfrontati. 

L’uomo normale viene considerato inferiore e quindi viene disprezzato e, davanti a queste persone, obbedisce abbassando lo sguardo.

Alfredo lavora in un’azienda che offre servizi ai benestanti che possiedono una carta di credito; ha qualche problemino di salute; partecipa alle attività di un’associazione. 

È un uomo medio che vive la sua vita senza slanci e senza entusiasmi.

Un grave incidente improvviso, da lui causato involontariamente ai danni di una signora anziana, crea una ferita profonda e devastante nella sua vita ordinaria. Viene salvato dall’accusa di omicidio da un esperto avvocato ma, la sua persona subisce una trasformazione radicale. 

Alfredo non si sente più un uomo ordinario e assiste al totale capovolgimento del suo essere: è disinvolto, ha successo al lavoro e in amore. Tutti gli mostrano rispetto: i colleghi, la famiglia, i vicini e i conoscenti. L’incidente provocato lo inorgoglisce e lo rende un uomo “Migliore”. 

Valerio Mastrandrea è un interprete straordinario di questo monologo scritto per lui. Riesce a far riflettere con leggerezza (ci si ritrova infatti spesso a ridere di situazioni tragiche e terribili; e ciò rende la narrazione drammaticamente vera), su temi che ci appartengono e che sottolineano la grande attualità del testo. 

I suoi innumerevoli cambi di tono e di voci e di personaggi, trasportano lo spettatore in un mondo fantastico fatto di situazioni tragiche e comuni, condite di una sana ed inimitabile ironia; la risata c’è ma è riflessiva, voluta. 

La precisione dei movimenti del corpo di Valerio Mastandrea e l’impeccabilità del disegno luci, rendono lo spettacolo un capolavoro del teatro di parola. Il palcoscenico infatti è vuoto, nessun oggetto occorre per raccontare dell’essere uomini. 

Le metafore sono davvero tante, in questo splendido monologo, ma la più forte è senza dubbio quella che porta lo spettatore a realizzare che la media vita quotidiana spesso ci condiziona a tal punto da non riconoscere il dramma della malvagità, ma solo la trasformazione di un uomo ordinario in un uomo cattivo. 

E forse è proprio questo il vero dramma. 

La domanda sorta dopo aver visto questo spettacolo è venuta immediata: cosa si è disposti a fare per sentirsi migliori? E, soprattutto, a spese degli altri, ci si sente davvero “Migliore”?

Perché uno spettacolo teatrale che si rispetti porta sempre lo spettatore a porsi una domanda. E quando l’immedesimazione è totale, questa domanda appare scritta negli occhi quando le luci si spengono.

*Brunella Caputo è nata e vive a Salerno. È regista teatrale, attrice, scrittrice, cura progetti culturali e scrive racconti per Il Mattino. Per Homo Scrivens ha pubblicato “Attesa – Frammenti di pensiero”, da cui è stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale, “Dell’acqua e dell’amore” , “Le notti dei Barbuti – Il teatro dei sogni” e “Le ore dell’alba”. Ha pubblicato molti racconti in diverse antologie. Coordina il gruppo di lettura di Feltrinelli Salerno e della Biblioteca Comunale di Maiori. È direttore artistico della rassegna teatrale La notte dei Barbuti.

Teatro: “Re Chicchinella” – Emma Dante rilegge Basile, di Brunella Caputo

Dopo “La scortecata” e “Pupo di zucchero”, Emma Dante conclude l’ideale trilogia dedicata a “Lo cunto de li cunti” con “Re Chicchinella”, una rilettura della favola nera, grottesca e amara, tratta dal capolavoro di Giambattista Basile.

La storia, surreale e immaginaria, ha come protagonista un re che per sbaglio, dopo aver defecato, si pulisce con una gallina viva. Da questo insolito, insano e impensabile gesto deriva la sua condanna: da quel giorno lo sfortunato sovrano dà alla luce, con sforzo sovrumano, bellissime uova d’oro.

Una fortuna incalcolabile! 

Questa fantastica e alquanto insolita ricchezza farà la felicità dell’intera corte e dell’ ingrata famiglia del re. Infatti, quest’ultimo verrà quotidianamente adulato con pranzi luculliani affinché possa continuare a produrre questa innaturale ricchezza. 

Il re, dal canto suo, soffre in maniera indicibile e decide di lasciarsi morire di fame pur di distruggere il male che domina il suo corpo: la sventurata gallina.

La scena è nera e vuota. La luce che la riempie confonde, tanto è perfettamente studiata e precisa. Gli attori, tutti, sono perfetti nel corpo e nella voce: abili personaggi variegati, dotati di intensità e forza non comuni, danzatori e attori intorno al bravissimo Carmine Maringola (il re) che, in una particolare veste nera, a torso nudo, si dimena, affannandosi e soffrendo, davanti allo spettatore attonito e affascinato dalla sua potente fisicità.

 

La scena vuota fa parte del linguaggio teatrale di Emma Dante, ma ogni volta è vuota talmente bene da sembrare piena, nel senso che tutto ciò che non è reso visibile è perfettamente illustrato con corpo e voce dagli attori (tutti bravissimi e che meritano di essere applauditi infinitamente). Il racconto della storia somiglia ad una grande lotta tra tanti eserciti di emozioni in combattimento continuo: l’esercito della rabbia, quello della compassione e quello dell’amarezza; l’esercito spirituale, quello concreto e quello fantastico; l’esercito arcaico, quello contemporaneo e quello del quotidiano; l’esercito delle presenze, quello delle assenze e quello delle illusioni.

Emma Dante, con il suo perfetto adattamento della fiaba/novella di Basile, elimina dal palcoscenico la magia fiabesca del testo originale e catapulta lo spettatore nel nero vortice di temi come la corruzione e la sete di ricchezza dell’uomo.

La talentuosa regista è abile nell’uso della metafora per rappresentare la profondità dell’animo umano e trascina con maestria chi guarda, nel sogno e nell’incubo di questo spettacolo. 

La strada che lo spettatore percorre è impervia ma perfettamente trascinante nel potente universo della regista; un universo dove ci si disseta alla fonte del dialetto napoletano del seicento, abilmente rivisto e mescolato con parole francesi e di cui si apprezza la leggerezza e la forza, la nostalgia e la musicalità. Ma la parola è resa essenziale; è il corpo a dettare ritmi e regole.

In questo spettacolo i ruoli si confondono; si alternano buio e luce, silenzio e rumore, danza e riposo, abiti e nudità. 

È una giostra senza tempo, che gira continuamente come il re con il suo abito circolare. Gira, gira, gira fino alla fine della musica che corrisponde alla fine della vita del re e del suo tempo, ma che continua in un altro tempo, in cui a governare sarà una bellissima gallina bianca (apparsa in scena viva, in carne e ossa) che rappresenta la più vivida fonte di luce sul nero palco e che diventa protagonista dell’intera scena. 

È la sopravvivenza degli ultimi. 

L’ultimo sforzo del re per deporre l’ultimo uovo fa nascere la splendida gallina che aveva in corpo, quella che gli faceva mettere al mondo uova d’oro. Ma ora che la gallina è fuori dal corpo di un re, continuerà a deporre uova d’oro?

All’immaginazione di chi ha assistito, il compito di considerare ciò che ha visto un semplice gioco grottesco o un raffinato affresco dell’umana meschinità. 

Applausi!

*Brunella Caputo è nata e vive a Salerno. È regista teatrale, attrice, scrittrice, cura progetti culturali e scrive racconti per Il Mattino. Per Homo Scrivens ha pubblicato “Attesa – Frammenti di pensiero”, da cui è stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale, “Dell’acqua e dell’amore” , “Le notti dei Barbuti – Il teatro dei sogni” e “Le ore dell’alba”. Ha pubblicato molti racconti in diverse antologie. Coordina il gruppo di lettura di Feltrinelli Salerno e della Biblioteca Comunale di Maiori. È direttore artistico della rassegna teatrale La notte dei Barbuti.

Teatro: “Cose che so essere vere” di Andrew Bovell, di Brunella Caputo

Uno spettacolo commovente, nel raccontare, con le piene note della verità, ogni umana fragilità.

Uno spettacolo bello, talmente bello da lasciarti con gli occhi gonfi di beatitudine.

Uno spettacolo intimo, come la storia che racconta. Una storia densa di coraggio, lotta, ribellione, senza tralasciare l’accoglienza e i suoi principi fondamentali che fanno da collante all’interno di una famiglia. 

L’affetto tra i personaggi è viscerale, a tratti arrogante e invadente ma caratterizzato da una disarmante attualità. 

Sono io quella madre o quel padre o quel figlio? Ecco il quesito ricorrente nello spettatore attento, perché l’immedesimazione nella storia, da parte di chi la guarda, è totale: sei dentro quella cucina, in quel giardino, bevi una tazza con qualcosa di caldo, coltivi piante inutilmente, ritorni, vai via, sbatti la porta, parti per un lungo viaggio, cambi sesso, divorzi. 

In questa commedia, striata di dramma, dal sapore malinconico, i protagonisti fanno una lenta esplorazione dei loro fallimenti, nel tentativo di somigliare ad una famiglia serena. Invece, senza saperlo, hanno costruito la loro felicità su fondamenta fragili, impastate con la sabbia delle verità nascoste, affogate nel silenzio (che parla in maniera assordante) senza rendersi conto di volare, velocemente, verso lo scontro che genera, inevitabilmente, una lacerante infelicità. 

Su uno straordinario palcoscenico girevole, volteggiano sei straordinari attori, tutti al servizio di una storia che resta sotto la pelle, carica di dialoghi serrati e sempre perfettamente comprensibili, senza mai cadere nella banalità.

Il cuore resta coinvolto, assorbendo tutte le sfumature, le contraddizioni, l’incoerenza della vita di ognuno; della propria vita.

Il testo di Bovell, drammaturgo e sceneggiatore australiano, esplora sapientemente le complesse dinamiche che regolano le relazioni umane, mettendone in evidenza drammi, paure, delusioni, falsa felicità. 

La regia di Valerio Binasco è perfetta, assecondata da una scenografia che sembra essere l’ulteriore attore (tanto è presente e determinante) e che sottolinea il passare del tempo e le stagioni della vita. 

È comunque l’amore a dominare il tutto. L’amore tra persone e per le persone; l’amore che genera legami indissolubili pur nella loro frantumazione; l’amore che regola lo scorrere del tempo e il senso della vita.

La verità emerge violenta, in ognuno dei protagonisti. Quella verità che è magma incandescente che aspetta solo il momento giusto per esplodere, senza preoccuparsi delle conseguenze.

Così, l’animo di ogni singolo protagonista corre veloce sulla pista libera della trasparenza e conquista il podio grazie al sostegno della già più volte citata verità.

Non racconterò la trama – la aggiungerò alla fine come mero riassunto – non credo sia necessario. 

Il bello è sapere che esiste uno spettacolo (con una Giuliana De Sio sublime), in giro per l’Italia, capace di coinvolgere lo spettatore nel suo vortice di legami  e famiglia e relazioni. Coinvolgerlo al punto da farlo sentire parte di un nucleo vitale, centro dell’amore di ognuno.

Brunella Caputo*

Trama (dal web)

Bob e Fran Price hanno quattro figli: Pip, Mark, Ben e Rosie. Ognuno di loro affronta difficoltà e segreti che cerca di tenere nascosti ai genitori, ma Fran ha un talento nel comprendere la verità su ciò che accade nelle vite di ciascuno. Sia che si tratti di un matrimonio infelice (Pip), di un cuore spezzato (Rosie), di una sessualità ridefinita (Mark) o dell’uso di droghe (Ben), la madre percepisce ciò che è reale. Mentre i figli tentano di mettere a punto le proprie vite, distaccandosi dalle aspettative e dai sogni dei genitori, ciò che è autentico e genuino nella famiglia Price inizia a sgretolarsi sotto il peso della verità, costringendo Bob e Fran a ridefinire i rapporti con i propri figli e tra loro stessi.

*Brunella Caputo è nata e vive a Salerno. È regista teatrale, attrice, scrittrice, cura progetti culturali e scrive racconti per Il Mattino. Per Homo Scrivens ha pubblicato “Attesa – Frammenti di pensiero”, da cui è stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale, “Dell’acqua e dell’amore” , “Le notti dei Barbuti – Il teatro dei sogni” e “Le ore dell’alba”. Ha pubblicato molti racconti in diverse antologie. Coordina il gruppo di lettura di Feltrinelli Salerno e della Biblioteca Comunale di Maiori. È direttore artistico della rassegna teatrale La notte dei Barbuti.