Grande Meraviglia di Viola Ardone (Einaudi) di Vincenzo Vacca

Ho finito di leggere Grande Meraviglia di Viola Ardone. Un libro che accompagna il lettore nell’inferno dei manicomi prima della legge Basaglia. I “matti” non solo confinati in luoghi lontani e chiusi dal mondo dei “normali”, ma sottoposti a violenze indegne di un Paese civile. Il libro, non perdendo la sua peculiare caratteristica di un romanzo, affronta brillantemente il rapporto con la follia, in considerazione che la follia è costitutiva di ogni essere umano e ognuno ci fa i conti a partire dall’infanzia. Lo stile letterario di Ardone rende il racconto avvincente e restituisce al lettore una sorta di bilancio, con i risultati conseguiti ma anche con le delusioni, di quella che è stata la stagione basagliana, parte integrante di una entusiasmante stagione politica e sociale di un forte rinnovamento del Paese, di aperture di una serie di Istituzioni. Grande Meraviglia costituisce una prova evidente di come la letteratura può diventare il termometro della storia, avvicinando accadimenti degli anni ’70 con le persone che stanno vivendo i primi vent’anni di questo ultimo secolo e trasmette l’importanza delle libere scelte, ma anche la paura di essere veramente liberi. Non a caso gli esseri umani, anche solo inconsciamente, chiedono di essere liberati dalla loro libertà per affidarsi al Messia del momento. Conseguenzialmente, Grande Meraviglia ci racconta che, per essere veramente liberi, bisogna liberarsi anche da chi ci ha indicato il percorso della libertà. In questo libro c’è tanto altro con diversi protagonisti che esprimono esplicitamente e/o implicitamente le loro svariate, intime, contraddittorie sfaccettature. Un libro da leggere, controcorrente in questa fase storica, fatta di banalizzazione, di rifiuto della complessità.

Vincenzo Vacca

Sono tornato per te di Lorenzo Marone (Einaudi) di Vincenzo Vacca

A Cono era stato insegnato a non lasciare la fame al povero, e solo ora capiva che nessuna umiliazione nella vita è grande quanto quella di stare affamato dinanzi a chi affamato non è.

È un significativo passaggio che traggo dall’ultimo libro di Lorenzo Marone, Sono tornato per te. Un romanzo che parla di un ragazzo vivace, non a caso soprannominato “Galletta”, che vive nella zona del Vallo di Diano, tra la Campania e la Basilicata. Si chiama Cono Trezza. Aiuta molto volentieri i genitori a lavorare nei campi assorbendo l’amore per quel luogo e per i suoi abitanti, a eccezione dei fascisti arroganti e violenti. Il ragazzo osserva nei lavori agricoli, oltre il proprio padre, anche il compare Gerardo, detto “Cucozza” per via della testa pelata. Una sorta di secondo padre. A un certo punto della sua giovane vita, Cono si innamora perdutamente di Serenella, figlia di un uomo con idee socialiste. Siamo negli anni Trenta del Novecento, e tutti sappiamo l’orrore verso cui corre l’Italia e il mondo a causa del nazifascismo. Il bel romanzo di Lorenzo Marone narra come si dipanerà la storia d’amore tra Serenella e Cono che dovrà inevitabilmente impattare con gli effetti della seconda guerra mondiale, ma inizialmente con la violenza del regime fascista. Quello che è assolutamente da sottolineare è il fatto che lo scrittore evidenzia un aspetto non molto conosciuto nei lager nazisti, infatti per una serie di vicissitudini il protagonista del romanzo si ritroverà rinchiuso in un campo di concentramento tedesco come prigioniero politico. Dato che Hitler aveva una passione per la boxe, nei lager spesso si organizzavano tornei di pugilato con annesse scommesse ai quali partecipavano sia i tedeschi che i prigionieri internati nei campi. Cono viene scelto come pugile e anche ciò gli darà la forza morale di affrontare la vita abominevole del lager.
Ancora una volta, con questa sua nuova fatica, Marone conferma il suo stile letterario avvincente, arguto, capace di creare una forte, immediata e continua empatia tra i protagonisti del romanzo con i/le lettori/rici. Un libro che parla di sentimenti d’amore, di dignità, di comprensione, di insofferenza per le ingiustizie, ma anche di come l’uomo può essere capace di produrre il male. Marone ci parla degli orrori del “secolo breve”, ma anche della capacità di resistere in nome della bellezza della vita fatta soprattutto delle nostre radici.

Vincenzo Vacca

La ballata del piccolo rimorchiatore di Iosif Brodskij (Adelphi) di Cristina Marra

Eccomi, questo sono io si presenta così il protagonista di La ballata del piccolo rimorchiatore unica opera in versi pubblicata da Iosif Brodskij in Unione Sovietica prima di essere esiliato nel 1972 .

Il grande poeta russo premio Nobel per la letteratura nel 1987, accusato di “parassitismo”, dopo diciotto mesi di lavori forzati emigra a New York dove resta fino alla sua morte nel 1996. Per Brodskij la “poesia esisterà sempre. Possono trascorrere anni e anni di campi di concentramento senza che accada nulla, senza che un buon verso veda la luce, poi una notte un poeta è assalito dalla disperazione e nasce così una grande poesia” e con questa Ballata racconta una storia di solidarietà, accoglienza e dedizione che non ha età e che nella potenza dei suoi versi è di un’attualità disarmante.

La Ballata è pubblicata da Adelphi nella collana di illustrati per ragazzi con disegni di Igor Olejnikov e traduzione di Serena Vitale.

Il protagonista è Anteo, un piccolo rimorchiatore, il suo è un mestiere ripetitivo e faticoso, è utile alle grandi imbarcazioni che arrivano nel porto dopo lunghi viaggi. Anteo le accoglie, dà loro il benvenuto, hanno bisogno di riprendere fiato, di riposare al riparo, la solitudine del lungo periodo per mare deve essere ripagata e tutto in compagnia diventa più lieto.

Niente a che fare con l’Anteo mitologico e gigantesco figlio di Gea, quello di Brodskij è un piccolo ma grande eroe che esprime la sua forza nella volontà di accogliere e aiutare. Tra cielo e il fumo delle ciminiere, Anteo è un rimorchiatore instancabile che porta a bordo il suo comandante, i macchinisti e la cuoca, e si lascia andare ai sogni e all’incanto delle nuvole che lo riportano nei luoghi della sua infanzia. Anteo di buon mattino vestito di nebbia dalla testa ai piedi va incontro alle navi che lo attendono e provengono da mari lontani con a bordo stranieri affaticati, ben arrivati, amici!. Con semplicità e abnegazione, il rimorchiatore lavora e vive quotidianamente la sua missione dimenticando  chi è sempre di corsa, in affanno e chiede alle navi che salpano di portare all’oceano natìo i suoi saluti, lui non può raggiungerlo, deve restare lì dove gli altri hanno bisogno fino al giorno in cui farà rotta verso un sogno beato.    

Cristina Marra