Intervista a Nando dalla Chiesa di Amedeo Borzillo

Bentornato a Napoli, Nando dalla Chiesa.

Ci siamo già incontrati 3 anni fa in libreria per la presentazione del tuo libro Per fortuna faccio il Prof. cui parteciparono in tanti, soprattutto studenti universitari incuriositi dalle tue sperimentazioni didattiche. Già anticipavi in quel libro una nuova sfida, ricordando a noi tutti che le idee e il cuore smuovono le montagne, e che possono spesso più del denaro.

E rieccoti qui con il tuo nuovo libro ”La legalità è un sentimento” in cui, partendo dalla poesia (idee e cuore), ci parli di affinità tra i destini di legalità e poesia, adorate nelle facoltà e nei salotti ma ignorate o bistrattate nella vita pubblica, per poi giungere, nel definire una strategia di educazione alla legalità, a suggerire di seguire i principi della splendida poesia “Considero valore” di Erri de Luca:

Considero valore ogni forma di vita…

Considero valore tutte le ferite…

Considero valore la stanchezza di chi non si è risparmiato…

Considero valore l’uso del verbo amare…

perché una società basata su questi principi e sentimenti sarebbe impermeabile all’illegalità diffusa.

Ma come si può “insegnare” un sentimento?

Insegnare i sentimenti… bella domanda. I sentimenti si forgiano, si trasmettono, si alimentano. Si comunicano con le parole e con gli esempi, poi si insegna a coltivarli nel tempo, nelle occasioni concrete, anche nelle più difficili. Basti pensare a come bisogna continuamente affinare e rielaborare i sentimenti dell’amore, o dell’amicizia, o lo stesso sentimento del dovere. Ma i sentimenti hanno bisogno di essere suscitati e sostenuti da parole significative: dolci, o orgogliose, o appassionate, o dolorose, che giungano da persone che stimiamo o alle quali vogliamo bene. Devono essere cariche di vita, quelle parole, o almeno deve potersi percepire la vita in cui sono radicate. I sentimenti sono d’altronde anche – questa è la mia esperienza di studioso – la fonte del pensiero o dell’arte che non si accontenta di sé. Chi sta intorno a noi comprende da mille particolari e dettagli in che cosa crediamo veramente. E prima ancora se crediamo in qualcosa. E quando lo capisce impara in ogni caso a provare verso quel “qualcosa” una forma di rispetto, che lo condivida o meno. Ma a quel punto il percorso è avviato: perché il rispetto è un sentimento fondamentale, quello su cui si regge infine ciò che io chiamo “il sentimento della legalità”.

Ci parli di mutazione antropologica generata dai nuovi mezzi di comunicazione di massa, e di spinta al conformismo che risucchia tutte le classi fino a negare lo stesso cuore del progresso sociale, di riclassificazione valoriale della sfera della morale, e qui in Campania viviamo “una peculiarità della situazione sociale” che genera episodi come quello di Caivano che si intersecano con la criminalità organizzata. Da dove partire per rigenerare il valore della legalità e incuneare valori positivi? Dalla scuola o dalla famiglia?

Penso che si debba partire dalla scuola e dalla famiglia insieme. Lo pensano in realtà tutte le teorie funzionaliste o che mettono al centro il tema dell’armonia sociale. E tuttavia oggi alla scuola tocca un vistoso “di più”, una funzione di supplenza, perché – ecco il problema – a nessuno può sfuggire che siamo di fronte alla peggiore generazione di genitori della storia d’Italia. Frutto di distorsioni mentali e di grandiose incongruenze di status: alti redditi e bassa istruzione, oppure alti titoli di studio e bassa cultura civile, o alta percezione di sé e povertà intellettuale. Siamo davanti a un universo sociale in cui si è fatta largo l’idea che i diritti si pratichino a colpi di avvocaticchi o di arbitrio. Che siano un po’ materia da legulei, un po’ materia da maneschi prepotenti. Abbiamo genitori che dovrebbero spesso tornare a scuola e che invece vanno baldanzosamente nella scuola del figlio per insegnare agli insegnanti. Se non si ristabilisce, grazie a una lotta fatta di consapevolezze collettive, il giusto equilibrio cooperativo tra scuola e famiglia, credo che sarà molto difficile costruire valori positivi solidi e resistenti ai venti della storia. Eppure proprio di questi valori abbiamo bisogno come il pane.

L’educazione civica può entrare nella formazione di un bambino dopo che ha interiorizzato i sentimenti, siano essi solidarietà o rispetto o altruismo. Ma con i modelli attuali è davvero possibile?

Qui si colloca in effetti il dibattito su “quale educazione civica”. C’è chi pensa che l’educazione civica consista alla fine nell’insegnamento della Costituzione. Ecco, su questo ho seri dubbi. L’insegnamento della Costituzione, da intendere come insieme di norme generali, rientra certo nell’educazione civica. Ma quest’ultima va molto oltre. Implica un insieme di valori e di riferimenti morali che permette al giovane e al giovanissimo di camminare nella realtà quotidiana avendo sempre una bussola. L’importante è imparare lo “spirito” della Costituzione. Poi ci sta pure, perché è comunque cosa buona e giusta, imparare l’architettura delle nostre istituzioni. Ma prima c’è lo “spirito”, ossia ciò che ci orienta nelle mille scelte quotidiane che si sottraggono per definizione alle leggi scritte. Ciò che ci rende a tutti gli effetti bravi cittadini, guidati dai valori della libertà e della solidarietà. Qui trova il suo posto la memoria viva di chi è caduto per difendere le istituzioni e i nostri diritti.

La lezione di Valerio Onida, come tu scrivi, ci insegna che solo la strada della memoria può incidere sulla personalità degli individui, soprattutto se adolescenti. Un tessuto di racconti, che ci dia la percezione di essere società che fa la storia, convincendoci che ognuno può fare qualcosa. Cosa ci direbbe oggi Calamandrei ?

Appunto, Calamandrei. Oggi ci ricorderebbe altri martiri, in più, oltre a quelli caduti sulle vette innevate, nei campi o nelle carceri fasciste. Ci parlerebbe di chi è caduto contro la mafia o il terrorismo, e insieme ci restituirebbe la giovinezza della Resistenza. Non ci presenterebbe quei caduti come eroi, ma nemmeno come persone (perché anche questa retorica sta spuntando) che hanno semplicemente “fatto il proprio dovere”. Ce ne consegnerebbe piuttosto il valore, e ci richiamerebbe ai grandi valori che li hanno guidati. Educare civicamente è questo: costruire una trama sensibile di esempi, lontani o vicini a noi, farli diventare parte di noi. Proprio così, “parte di noi”. Solo grazie a questo meccanismo bellissimo Palermo, la città per definizione e per storia più mafiosa d’Italia, poté trovarsi un giorno a essere “la capitale dell’antimafia”.

Amedeo Borzillo

Alla riscoperta di un incanto sconosciuto. Intervista a Francesco Vitucci, direttore della collana Arcipelago Giappone di Cristina Marra

La letteratura giapponese appassiona e incuriosisce i lettori italiani, dai romanzi storici, ai gialli, alle fiabe sono tante le opere che l’editoria offre ma è alla scoperta di nuove suggestioni e incanti del Sol Levante che ci conduce Arcipelago Giappone la nuova collana di Luni editrice diretta da Francesco Vitucci. Coordinatore del Corso di Studi in Lingue, Mercati e Culture dell’Asia
e dell’Africa Mediterranea e professore associato di Linguistica Giapponese al Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, Vitucci racconta a Il Randagio una collana che regala una nuova visione delle produzioni giapponesi scevre da cliché con pubblicazioni marginali, in Arcipelago Giappone è il Giappone stesso a occupare un margine, in quanto protagonista naturale, e non forzato, di un universo letterario che può sopravvivere anche in assenza di fiori di ciliegio, samurai e, più di recente, personaggi che galleggiano in uno sbando postmoderno suggestivo quanto sterile.

Francesco, benvenuto a Il Randagio e complimenti per la tua collana. Con quali obiettivi nasce Arcipelago Giappone e che narrativa propone?
Questa collana nasce dalla ferma convinzione che la letteratura giapponese debba emanciparsi non solo dall’alone esotico che la precede, ma soprattutto dai soliti cliché mediatici che l’hanno trasformata in una bolla di speculazione in cui il lettore attento scoverà una vasta strategia di marketing, poco Giappone e magre tracce di letteratura. Accanto a questa urgenza negativa, che nasce dal lento, puntiglioso scontro con un mercato frettoloso, ce n’è un’altra positiva, forse più ingenua ma senz’altro più sincera: ridare voce a testi che ci piacciono, talvolta marginali a causa di critiche sbadate, e salvarli dopo anni di silenzio. Può sembrare un paradosso, ma il criterio della marginalità è centrale, oltre che terapeutico sotto vari aspetti. Innanzitutto, una letteratura ai margini del mainstream aiuta a evidenziare per contrasto gli ormai noiosi vizi di tutto ciò che è commerciale. In secondo luogo, in Arcipelago Giappone è il Giappone stesso a occupare un margine, in quanto protagonista naturale, e non forzato, di un universo letterario che può sopravvivere anche in assenza di fiori di ciliegio, samurai e, più di recente, personaggi che galleggiano in uno sbando postmoderno suggestivo quanto sterile. In altre parole, vogliamo proporre un vigoroso antidoto all’immaginario che già Italo Calvino, nel 1976, prendeva in giro nell’ottavo incipit di Se una notte dʼinverno un viaggiatore, dove “sul tappeto di foglie illuminato dalla luna” si svolgeva un prototipo di affaire galante giapponese, tanto scabroso quanto rarefatto, in un’elegante residenza circondata da alberi di ginkgo e popolata da esotiche chincagliere che – ci auguriamo! – non troverete nella nostra collana.

Da direttore di collana che scelte fai?
Todorov sosteneva che la letteratura esiste in quanto sforzo di affermare ciò che il linguaggio ordinario non dice e non può dire, e questo è il criterio che ci guida nel cercare autori la cui voce sia ancora chiara dopo un secolo, se non di più. È difficile intraprendere una ricerca di testi validi senza incorrere in accuse di snobismo, ma questa è solo un’altra ricaduta di quel marketing che spaccia per liberalismo la vendita indiscriminata di prodotti abborracciati.
Fatta questa premessa, naturalmente abbiamo dei criteri selettivi autonomi che non nascono da una ripicca verso la grande editoria. Ho piacere di citarne due: l’esitazione del lettore di fronte a un avvenimento straordinario – un sentimento che, tipicamente, è la letteratura fantastica a innescare – e la testimonianza letteraria di eventi eccezionali – siano essi fiction, quindi esperienze del pensiero; reali, ossia esperienze fatte dal vivo corpo degli autori; o un amalgama di questi due orizzonti. La scelta, dunque, non è certo casuale, poiché insinua nel lettore un vivo straniamento, indispensabile a fargli porre due domande molto rare ai giorni nostri: “che cosa ho appena letto?” e, soprattutto, “dov’è finito il Giappone che pensavo di conoscere?”. Crediamo che coltivare questi dubbi sia un importante contributo non solo alla letteratura giapponese, ma anche alla strutturazione di un più ampio atlante letterario in cui il Giappone (altro paradosso!) smetta di essere soltanto un’isola.

Sono già in libreria otto titoli, mi riassumi di che si tratta?
All’attivo abbiamo una piccola, vivace miscellanea. Troverete letteratura fantastica nutrita di folklore (Labirinto d’erba di Izumi Kyōka), testi mitografici intrisi di mistero (Il libro dei morti di Orikuchi Shinobu), toccanti riflessioni sul senso del narrare (La luce, il vento, il sogno di Nakajima Atsushi), testimonianze di lucida, comprensibile follia (L’inferno delle ragazze di Yumeno Kyūsaku), schegge rutilanti di un Giappone ormai scomparso (I miei ricordi del principe Nalin in Un’estate a Zushi, di Tachibana Sotoo), favole struggenti che riguardano chiunque (Favole del Giappone, di Niimi Nankichi), e tanto altro. Insomma, come Bazlen fece già a suo tempo, anche noi, nel nostro piccolo, cerchiamo opere che possano essere considerate il distillato di una conoscenza esperienziale irripetibile, capaci a loro volta di trasformarsi nell’esperienza del lettore, invitandolo tacitamente a una continua metamorfosi.

L’interesse per la cultura e la letteratura giapponese è sempre più in crescita, secondo te cosa incuriosisce i lettori?
Una risposta cinica? Il suo esotismo, che poi è anche la sua debolezza. Ci auguriamo che, negli anni a venire, le letterature dei paesi asiatici come quella giapponese possano essere affrontate anche da un pubblico generalista non più come isole remote di utopico escapismo, ma come un
arcipelago che, a ben guardare, somiglia molto a casa nostra.

Sei docente e traduttore, quali sono le letture fondamentali per entrare pian piano nel mondo letterario giapponese?
Ancora una volta non vorrei peccare di snobismo, ma credo si debba cominciare da ciò che ha preceduto l’ipercontemporaneo. Io, ai tempi in cui ero studente, ero rimasto affascinato da Diario di un vecchio pazzo e La chiave di Tanizaki, ma anche da Il monaco del monte Koya di Izumi Kyōka e da Il padiglione d’oro di Mishima Yukio. Sono gusti del tutto personali, ma credo abbiano contribuito a solleticare la mia personale curiosità verso una letteratura con la quale avevo voglia di “entrare in contatto”.

Cristina Marra

Intervista a Felice Cavallaro di Bianca Miraglia del Giudice

Sono trascorsi trent’anni dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio, in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, il giudice Paolo Borsellino e le loro scorte. Tra i tanti libri che in questi tre decenni hanno trattato ed analizzato ciò che accadde nel 1992, c’è il recentissimo Francesca, storia di un amore in tempo di guerra di Felice Cavallaro (edizioni Solferino), particolarmente drammatico e delicato perché il racconto di quel tragico periodo è visto attraverso gli occhi ed i sentimenti di Francesca Morvillo, magistrato e moglie del giudice Falcone.

Terminata la lettura, ero così coinvolta e sconvolta che ho avuto voglia di contattare l’autore. Che dire? Non si è negato alle mie domande. Anzi… le ha accolte con entusiasmo, rispondendo con grande disponibilità e generosità!

Nel corso degli ultimi trent’anni, sono stati tantissimi i libri pubblicati per ricordare il giudice Falcone; lei ha scelto di farlo attraverso Francesca: giurista, magistrato, donna elegantissima, moglie innamorata. Leggendo il libro, li scopriamo amanti dei viaggi, della buona tavola, della pesca e ovviamente del mare. Cosa o chi le ha suggerito di far conoscere la pienezza della loro unione?

Con la stesura di un romanzo dedicato a Francesca Morvillo ho cercato di colmare una antica lacuna che, sin dalla terribile estate del 1992, ha portato tanti giornalisti a parlare degli eventi legati a Giovanni Falcone e al devastante epilogo della strage di Capaci parlando spesso della morte del magistrato, “della moglie” e di “tre agenti di scorta”. Per quanto mi riguarda, ho avvertito la necessità di raccontare la vita delle vittime di questi orrori non soltanto citandone i nomi, ma descrivendo i loro profili e le tragedie abbattutesi sulle rispettive famiglie. Di qui un mio libro (“Vi perdono, ma inginocchiatevi”) scritto su e con Rosaria Schifani, la giovanissima vedova di Vito Schifani, dilaniato con Antonio Montinaro e Rocco di Cillo sull’auto di scorta. Poi, ho sempre pensato che Francesca meritasse un’attenzione maggiore, anche perché conoscevo le qualità, la dedizione verso i giovani, avendo avuto anche la fortuna di conoscerla da ragazzo, quando a Palermo ci capitava di frequentare amici comuni.

Gli incontri si sono via via rarefatti a causa della vita blindata della coppia, ma diciamo che non ci siamo mai persi di vista e che ho avuto diverse occasioni per cogliere quanto stretto fosse il loro legame, costretti a vivere “una storia d’amore in tempo di guerra”. Cito così il sottotitolo del romanzo che, confesso, è stata una sofferenza scrivere. Proprio perché quella “guerra” ha richiamato a me stesso, alla mia memoria, la sequenza di orrori che una città come Palermo, una regione come la Sicilia, hanno subito. Una città, una regione dove sono stati decapitati i vertici delle istituzioni, dell’amministrazione pubblica, degli apparati giudiziari e investigativi, senza risparmiare donne e bambini, sacerdoti, giornalisti, semplici cittadini. Ecco la “guerra” che ha finito spesso per soffocare quell’amore sbocciato al primo incontro, nel 1979, tra Francesca a Giovanni Falcone.

Nel suo libro ci sono pagine che narrano, con estremo equilibrio, momenti altamente drammatici e sconvolgenti, come il racconto della strage di Capaci. Ha scritto, cancellato e riscritto oppure ha trovato subito la giusta misura per porgere al lettore l’orrore avvenuto?

Raccontare al lettore questi orrori è stato l’obiettivo che mi sono prefisso utilizzando lo “stratagemma” del romanzo. Optando quindi per una tecnica narrativa diversa dal saggio che per certi versi è a me più congeniale. La scelta di riproporre i drammi di quegli anni anche attraverso la ricostruzione dei dialoghi e la descrizione dei personaggi, partendo sin dalla fase della seduzione e del tormento vissuto da Francesca che lasciava il primo marito per avvicinarsi a Falcone, è stata fatta per tentare di conquistare alla lettura anche una fascia di giovani e meno giovani meno disposti ad avventurarsi fra le pagine di un saggio.

Ecco, lo “stratagemma” spero funzioni per fare comprendere a tanti che non hanno vissuto quegli anni o a tanti che hanno rimosso quanto alto sia stato il rischio corso dalla società siciliana e dal Paese nel suo complesso davanti al sanguinario assalto di Cosa nostra e dei suoi complici. Operazione complessa che mi ha costretto a rivedere spesso il testo per tentare di renderlo il più scorrevole possibile. Ricorrendo talvolta a una costruzione letteraria che, senza distaccarsi dalla realtà, puntava a realizzare una sorta di introspezione delle emozioni vissute dai personaggi coinvolti, a cominciare da quelle dei due protagonisti.

Francesca viveva la sua professione con passione e senza mai risparmiarsi e rappresentò un aiuto prezioso per Giovanni Falcone e per il lavoro del pool antimafia. Una donna coraggiosa, padrona delle proprie scelte, conscia che l’amore per Giovanni avrebbe cambiato per sempre la sua vita eppure risoluta a stargli sempre accanto senza annullare se stessa. Un esempio per tante giovani donne, ma perché si è raccontato così poco di lei?

Francesca si rivela in questo romanzo, come realmente è accaduto nella realtà, un baluardo non solo per il “suo” Giovanni ma per l’intero pool antimafia di quegli anni vissuti da un pugno di magistrati nel bunker di un palazzo di giustizia spesso chiamato palazzo dei veleni. Il coraggio di Francesca, al di là del suo impegno professionale all’interno della giustizia minorile, emerge nella vicinanza al pool, non facendo mai mancare il suo stesso supporto professionale. Questo accade nelle notti trascorse accanto a Giovanni Falcone nel riesame delle carte legate a inchieste e blitz controllando prove, riscontri, fattispecie giuridiche. Con la convinzione dello stesso Falcone che le capacità giuridiche di Francesca Morvillo avrebbero consentito di articolare sempre meglio quei filoni di indagine poi confluiti nel maxi processo cominciato il 10 febbraio del 1986.

Questa vicinanza confermata da Paolo Borsellino e da altri magistrati per anni affiancati a Falcone è la prova di quanto conscia fosse la stessa Francesca dei rischi corsi in prima persona. Prova di un amore senza confini per il suo uomo e di un amore per la verità, per la giustizia, per la sua terra. Nonostante tutto, di lei si è parlato effettivamente poco, ma forse da questo trentesimo anniversario con la pubblicazione del mio romanzo e di altre testimonianze approdate in libreria forse comincia ad aleggiare il vento del riscatto.

Nei rispettivi discorsi nel giorno dell’insediamento, i Presidenti della Camera e del Senato hanno taciuto ogni riferimento alla lotta alla mafia ed alle tante vittime che per questa lotta hanno sacrificato la vita; i media hanno quasi del tutto ignorato di sottolineare questa omissione. Non è conseguente, secondo lei, ipotizzare un calo di attenzione nei confronti del fenomeno mafioso?

 Accadde anche con l’insediamento di Margio Draghi alla presidenza del consiglio. Ma non è accaduto con Giorgia Meloni che ha usato parole nette nel contrasto alla mafia citando Borsellino, dopo avere elencato uno stuolo di grandi donne alle quali si ispira pensando al suo governo. Fra le tante citazioni mi sarebbe piaciuto sentire echeggiare il nome di Francesca. Non è accaduto. Ma quel che importa è non sottovalutare i rischi della mafia anche in periodi in cui appare silente. Va detto che così appare anche perché in questi trent’anni lo Stato, pur fra tante contraddizioni, è riuscito a destrutturare l’ala militare di Cosa nostra costringendo i boss a nascondersi sempre di più. I più pericolosi sono da tempo in carcere dove hanno chiuso le loro esistenze padrini come Riina e Provenzano. Chi sta fuori o chi esce dal carcere dopo avere scontato pene pesanti non sempre può riagganciare i contatti di un tempo, soprattutto con un mondo politico frattanto in larghissima parte mutato. Il controllo assiduo di organi investigativi come Dia, Ros, Gico e così via garantiscono una attenzione che fa ben sperare. Ovviamente con l’obbligo di tutti di non abbassare mai la guardia. Nemmeno fra i cittadini e fra i giovani che hanno il dovere-diritto di esercitare la memoria.

 Lei ha ideato La Strada degli Scrittori, un itinerario che ripercorre i luoghi vissuti dagli scrittori e quelli descritti nei romanzi. Chi è l’autore che più ha segnato la sua formazione e qual è il libro che ha appena terminato?

L’autore che mi ha più segnato è certamente Leonardo Sciascia, lo scrittore del Giorno della civetta, di A ciascuno il suo, ma anche di pamphlet come l’Affaire Moro, saggi e romanzi che hanno sempre al centro l’ossessione del diritto e la ricerca della verità. Ho avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo sin dall’infanzia quando entrambi abitavamo a Racalmuto, io bambino, lui maestro alle elementari.

Questa vicinanza mi ha consentito di scrivere un paio di anni fa una biografia dello scrittore visto da vicino, “Sciascia l’eretico”. Un eretico che a me appare come un credente, sacerdote di una religione con due fari assoluti, la ragione e la verità. Perseguiti anche a costo di sfidare partiti e intellettuali organici, lobby politiche, sociali, editoriali, senza timore di andare controcorrente, pronto a pagare per una lotta che privilegia la verità sull’appartenenza.

Su tutto ciò ho riflettuto a lungo con Sciascia anche nella sua, nella nostra Contrada Noce dove fra pini e vigneti s’affacciano la sua e la casa di mio padre. Cuore di un’area che, da Racalmuto a Porto Empedocle, ha visto nascere i più grandi autori del Novecento. Come è accaduto per la Girgenti di Pirandello, per la “vera Vigata” di Andrea Camilleri, appunto Porto Empedocle, per Palma di Montechiaro con le pagine del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, o per Favara dove ha radici Antonio Russello, altro grande scrittore e torto ritenuto “minore”.

A un tratto, più di dieci anni fa, ho pensato che queste tessere di un puzzle letterario dovevano essere collocate e incastrate fra loro per offrire una visione di insieme non solo ai lettori e non solo a viaggiatori consapevoli, sempre più interessati alla scoperta di un turismo culturale. Ho pensato soprattutto a quanti vivono e abitano in questi luoghi del cuore, ai giovani spesso costretti ad allontanarsi da paesi apparentemente aridi e senza prospettive mentre si tratta di terre che celano tesori e possibili occasioni di riscatto. Di qui l’idea di costruire una rete che ho chiamato Strada degli scrittori. Offrendo al turista, pardon, al viaggiatore l’occasione di non limitarsi a scattare una foto ai templi di Agrigento, di non correre via dopo un’ora di sosta, come spesso accade con i pullman di frettolosi tour. Perché è possibile scoprire i luoghi, i conventi, i teatri, i personaggi che hanno ispirato questi autori aprendo un circuito capace di fare da volano all’intera economia, dai ristoranti agli alberghi, dagli artigiani al mondo della gastronomia e del settore vinicolo.

L’obiettivo è di fare rivivere le pagine di quegli autori raccontando la miniera delle Parrocchie di Regalpetra, la grotta di Fra Diego La Matina, la Scala dei turchi e i vicoli della Vigata di Camilleri, fino alla Caltanissetta di Rosso di San Secondo, il drammaturgo coevo di Pirandello che oggi tanti cominciano a conoscere lungo una Strada degli Scrittori che, attraverso convegni, mostre, seminari e master, festival ed eventi di grandi richiamo, punta a richiamare flussi crescenti di visitatori lungo un’arteria autostradale che l’Anas ha chiesto di ribattezzare con il nostro logo e con grandi cartelli agli svincoli. Ma nel rivolgerci soprattutto ai giovani insistiamo su un punto: la Strada degli scrittori deve esser considerata anche la “strada della legalità” perché proprio da Caltanissetta ad Agrigento sono stati consumati gravi delitti di mafia come gli agguati mortali contro il giudice Antonino Saetta, ucciso con un suo figliolo, contro il giudice Rosario Livatino, contro il maresciallo dei carabinieri giuliano Guazzelli. Orrori che portarono papa Wojtyla a invocare il giudizio di Dio sui boss sotto i templi di Agrigento, accanto a una grande Croce che indichiamo come ai viaggiatori come tappa della “Strada”.

Sono trascorsi trent’anni dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio, in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, il giudice Paolo Borsellino e le loro scorte. Tra i tanti libri che in questi tre decenni hanno trattato ed analizzato ciò che accadde nel 1992, c’è il recentissimo Francesca, storia di un amore in tempo di guerra di Felice Cavallaro (edizioni Solferino), particolarmente drammatico e delicato perché il racconto di quel tragico periodo è visto attraverso gli occhi ed i sentimenti di Francesca Morvillo, magistrato e moglie del giudice Falcone.

Terminata la lettura, ero così coinvolta e sconvolta che ho avuto voglia di contattare l’Autore. Ci siamo sentiti e mi ha fatto dono del suo tempo, ascoltandomi con interesse mentre gli raccontavo la storia di Iocisto, la nascita della Librellula, la mia passione per la lettura e quanto sia rimasta affascinata e commossa dal suo ‘Francesca‘. Che dire? Non si è negato alle mie domande. Anzi ….le ha accolte con entusiasmo, rispondendo con grande disponibilità e generosità!

Nel corso degli ultimi trent’anni, sono stati tantissimi i libri pubblicati per ricordare il giudice Falcone; lei ha scelto di farlo attraverso Francesca: giurista, magistrato, donna elegantissima, moglie innamorata. Leggendo il libro, li scopriamo amanti dei viaggi, della buona tavola, della pesca e ovviamente del mare. Cosa o chi le ha suggerito di far conoscere la pienezza della loro unione?

Con la stesura di un romanzo dedicato a Francesca Morvillo ho cercato di colmare una antica lacuna che, sin dalla terribile estate del 1992, ha portato tanti giornalisti a parlare degli eventi legati a Giovanni Falcone e al devastante epilogo della strage di Capaci parlando spesso della morte del magistrato, “della moglie” e di “tre agenti di scorta”. Per quanto mi riguarda, ho avvertito la necessità di raccontare la vita delle vittime di questi orrori non soltanto citandone i nomi, ma descrivendo i loro profili e le tragedie abbattutesi sulle rispettive famiglie. Di qui un mio libro (Vi perdono, ma inginocchiatevi) scritto su e con Rosaria Schifani, la giovanissima vedova di Vito Schifani, dilaniato con Antonio Montinaro e Rocco di Cillo sull’auto di scorta. Poi, ho sempre pensato che Francesca meritasse un’attenzione maggiore, anche perché conoscevo le qualità, la dedizione verso i giovani, avendo avuto anche la fortuna di conoscerla da ragazzo, quando a Palermo ci capitava di frequentare amici comuni.

Gli incontri si sono via via rarefatti a causa della vita blindata della coppia, ma diciamo che non ci siamo mai persi di vista e che ho avuto diverse occasioni per cogliere quanto stretto fosse il loro legame, costretti a vivere “una storia d’amore in tempo di guerra”. Cito così il sottotitolo del romanzo che, confesso, è stata una sofferenza scrivere. Proprio perché quella “guerra” ha richiamato a me stesso, alla mia memoria, la sequenza di orrori che una città come Palermo, una regione come la Sicilia, hanno subito. Una città, una regione dove sono stati decapitati i vertici delle istituzioni, dell’amministrazione pubblica, degli apparati giudiziari e investigativi, senza risparmiare donne e bambini, sacerdoti, giornalisti, semplici cittadini. Ecco la “guerra” che ha finito spesso per soffocare quell’amore sbocciato al primo incontro, nel 1979, tra Francesca a Giovanni Falcone.

Nel suo libro ci sono pagine che narrano, con estremo equilibrio, momenti altamente drammatici e sconvolgenti, come il racconto della strage di Capaci. Ha scritto, cancellato e riscritto oppure ha trovato subito la giusta misura per porgere al lettore l’orrore avvenuto?

Raccontare al lettore questi orrori è stato l’obiettivo che mi sono prefisso utilizzando lo “stratagemma” del romanzo. Optando quindi per una tecnica narrativa diversa dal saggio che per certi versi è a me più congeniale. La scelta di riproporre i drammi di quegli anni anche attraverso la ricostruzione dei dialoghi e la descrizione dei personaggi, partendo sin dalla fase della seduzione e del tormento vissuto da Francesca che lasciava il primo marito per avvicinarsi a Falcone, è stata fatta per tentare di conquistare alla lettura anche una fascia di giovani e meno giovani meno disposti ad avventurarsi fra le pagine di un saggio.

Ecco, lo “stratagemma” spero funzioni per fare comprendere a tanti che non hanno vissuto quegli anni o a tanti che hanno rimosso quanto alto sia stato il rischio corso dalla società siciliana e dal Paese nel suo complesso davanti al sanguinario assalto di Cosa nostra e dei suoi complici. Operazione complessa che mi ha costretto a rivedere spesso il testo per tentare di renderlo il più scorrevole possibile. Ricorrendo talvolta a una costruzione letteraria che, senza distaccarsi dalla realtà, puntava a realizzare una sorta di introspezione delle emozioni vissute dai personaggi coinvolti, a cominciare da quelle dei due protagonisti.

Francesca viveva la sua professione con passione e senza mai risparmiarsi e rappresentò un aiuto prezioso per Giovanni Falcone e per il lavoro del pool antimafia. Una donna coraggiosa, padrona delle proprie scelte, conscia che l’amore per Giovanni avrebbe cambiato per sempre la sua vita eppure risoluta a stargli sempre accanto senza annullare se stessa. Un esempio per tante giovani donne, ma perché si è raccontato così poco di lei?

Francesca si rivela in questo romanzo, come realmente è accaduto nella realtà, un baluardo non solo per il “suo” Giovanni ma per l’intero pool antimafia di quegli anni vissuti da un pugno di magistrati nel bunker di un palazzo di giustizia spesso chiamato palazzo dei veleni. Il coraggio di Francesca, al di là del suo impegno professionale all’interno della giustizia minorile, emerge nella vicinanza al pool, non facendo mai mancare il suo stesso supporto professionale. Questo accade nelle notti trascorse accanto a Giovanni Falcone nel riesame delle carte legate a inchieste e blitz controllando prove, riscontri, fattispecie giuridiche. Con la convinzione dello stesso Falcone che le capacità giuridiche di Francesca Morvillo avrebbero consentito di articolare sempre meglio quei filoni di indagine poi confluiti nel maxi processo cominciato il 10 febbraio del 1986.

Questa vicinanza confermata da Paolo Borsellino e da altri magistrati per anni affiancati a Falcone è la prova di quanto conscia fosse la stessa Francesca dei rischi corsi in prima persona. Prova di un amore senza confini per il suo uomo e di un amore per la verità, per la giustizia, per la sua terra. Nonostante tutto, di lei si è parlato effettivamente poco, ma forse da questo trentesimo anniversario con la pubblicazione del mio romanzo e di altre testimonianze approdate in libreria forse comincia ad aleggiare il vento del riscatto.

Nei rispettivi discorsi nel giorno dell’insediamento, i Presidenti della Camera e del Senato hanno taciuto ogni riferimento alla lotta alla mafia ed alle tante vittime che per questa lotta hanno sacrificato la vita; i media hanno quasi del tutto ignorato di sottolineare questa omissione. Non è conseguente, secondo lei, ipotizzare un calo di attenzione nei confronti del fenomeno mafioso?

 Accadde anche con l’insediamento di Margio Draghi alla presidenza del consiglio. Ma non è accaduto con Giorgia Meloni che ha usato parole nette nel contrasto alla mafia citando Borsellino, dopo avere elencato uno stuolo di grandi donne alle quali si ispira pensando al suo governo. Fra le tante citazioni mi sarebbe piaciuto sentire echeggiare il nome di Francesca. Non è accaduto. Ma quel che importa è non sottovalutare i rischi della mafia anche in periodi in cui appare silente. Va detto che così appare anche perché in questi trent’anni lo Stato, pur fra tante contraddizioni, è riuscito a destrutturare l’ala militare di Cosa nostra costringendo i boss a nascondersi sempre di più. I più pericolosi sono da tempo in carcere dove hanno chiuso le loro esistenze padrini come Riina e Provenzano. Chi sta fuori o chi esce dal carcere dopo avere scontato pene pesanti non sempre può riagganciare i contatti di un tempo, soprattutto con un mondo politico frattanto in larghissima parte mutato. Il controllo assiduo di organi investigativi come Dia, Ros, Gico e così via garantiscono una attenzione che fa ben sperare. Ovviamente con l’obbligo di tutti di non abbassare mai la guardia. Nemmeno fra i cittadini e fra i giovani che hanno il dovere-diritto di esercitare la memoria.

 Lei ha ideato La Strada degli Scrittori, un itinerario che ripercorre i luoghi vissuti dagli scrittori e quelli descritti nei romanzi. Chi è l’autore che più ha segnato la sua formazione e qual è il libro che ha appena terminato?

L’autore che mi ha più segnato è certamente Leonardo Sciascia, lo scrittore del Giorno della civetta, di A ciascuno il suo, ma anche di pamphlet come l’Affaire Moro, saggi e romanzi che hanno sempre al centro l’ossessione del diritto e la ricerca della verità. Ho avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo sin dall’infanzia quando entrambi abitavamo a Racalmuto, io bambino, lui maestro alle elementari.

Questa vicinanza mi ha consentito di scrivere un paio di anni fa una biografia dello scrittore visto da vicino, “Sciascia l’eretico”. Un eretico che a me appare come un credente, sacerdote di una religione con due fari assoluti, la ragione e la verità. Perseguiti anche a costo di sfidare partiti e intellettuali organici, lobby politiche, sociali, editoriali, senza timore di andare controcorrente, pronto a pagare per una lotta che privilegia la verità sull’appartenenza.

Su tutto ciò ho riflettuto a lungo con Sciascia anche nella sua, nella nostra Contrada Noce dove fra pini e vigneti s’affacciano la sua e la casa di mio padre. Cuore di un’area che, da Racalmuto a Porto Empedocle, ha visto nascere i più grandi autori del Novecento. Come è accaduto per la Girgenti di Pirandello, per la “vera Vigata” di Andrea Camilleri, appunto Porto Empedocle, per Palma di Montechiaro con le pagine del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, o per Favara dove ha radici Antonio Russello, altro grande scrittore e torto ritenuto “minore”.

A un tratto, più di dieci anni fa, ho pensato che queste tessere di un puzzle letterario dovevano essere collocate e incastrate fra loro per offrire una visione di insieme non solo ai lettori e non solo a viaggiatori consapevoli, sempre più interessati alla scoperta di un turismo culturale.

Ho pensato soprattutto a quanti vivono e abitano in questi luoghi del cuore, ai giovani spesso costretti ad allontanarsi da paesi apparentemente aridi e senza prospettive mentre si tratta di terre che celano tesori e possibili occasioni di riscatto. Di qui l’idea di costruire una rete che ho chiamato Strada degli scrittori. Offrendo al turista, pardon, al viaggiatore l’occasione di non limitarsi a scattare una foto ai templi di Agrigento, di non correre via dopo un’ora di sosta, come spesso accade con i pullman di frettolosi tour. Perché è possibile scoprire i luoghi, i conventi, i teatri, i personaggi che hanno ispirato questi autori aprendo un circuito capace di fare da volano all’intera economia, dai ristoranti agli alberghi, dagli artigiani al mondo della gastronomia e del settore vinicolo.

L’obiettivo è di fare rivivere le pagine di quegli autori raccontando la miniera delle Parrocchie di Regalpetra, la grotta di Fra Diego La Matina, la Scala dei turchi e i vicoli della Vigata di Camilleri, fino alla Caltanissetta di Rosso di San Secondo, il drammaturgo coevo di Pirandello che oggi tanti cominciano a conoscere lungo una Strada degli Scrittori che, attraverso convegni, mostre, seminari e master, festival ed eventi di grandi richiamo, punta a richiamare flussi crescenti di visitatori lungo un’arteria autostradale che l’Anas ha chiesto di ribattezzare con il nostro logo e con grandi cartelli agli svincoli. Ma nel rivolgerci soprattutto ai giovani insistiamo su un punto: la Strada degli scrittori deve esser considerata anche la “strada della legalità” perché proprio da Caltanissetta ad Agrigento sono stati consumati gravi delitti di mafia come gli agguati mortali contro il giudice Antonino Saetta, ucciso con un suo figliolo, contro il giudice Rosario Livatino, contro il maresciallo dei carabinieri giuliano Guazzelli. Orrori che portarono papa Wojtyla a invocare il giudizio di Dio sui boss sotto i templi di Agrigento, accanto ad una grande Croce che indichiamo come ai viaggiatori come tappa della “Strada”.

Bianca Miraglia del Giudice

Intervista a Emanuele Trevi di Cristina Marra e Gigi Agnano

“E se ti chiedessi di intervistare Emanuele Trevi?”
“Ti risponderei di sì, ma a una condizione”.
“Quale?”
“Che lo intervistiamo insieme!”
Firmiamo con questo accordo la nostra prima intervista a quattro mani e a quattro occhi incantati dalla scrittura del premio Strega 2021 che torna in libreria con la riedizione di L’onda del porto – un sogno fatto in Asia per Neri Pozza Bloom.

Walter Siti tempo fa raccontava che, dopo aver vinto lo Strega, gli offrirono un gran bel contratto di 40 mila euro per il libro successivo che stava scrivendo da quattro anni. Faccio due conti e sono 800 euro al mese. Ti passa mai per la testa che tutta la fatica che si fa nello scrivere forse non conviene (Rocco in Due vite la chiama “la meticolosa penitenza della scrittura”)? Che nella vita avresti potuto fare altro? Insomma, consiglieresti a un giovane che avverte del talento di fare lo scrittore?

Dipende molto, secondo me, dal fatto di avere una famiglia o no. Da giovane ho patito qualche periodo di precarietà, del tutto normale, ma ho sempre lavorato e la vita era più facile. Non avendo figli da crescere, pur non essendo affatto ricco di famiglia ho sempre campato abbastanza bene, ma mi rendo conto che questo problema per i più giovani è terribile.

Tu hai scritto di viaggi iniziatici, di posti lontani. Georgi Gospodinov, che ha vinto lo Strega europeo lo scorso anno, ha scritto una storia, una poesia per me molto bella che è L’elenco delle cose che bisogna assolutamente ascoltare. Mi dici invece un posto che bisogna assolutamente vedere?

Non direi che esista un posto che bisogna assolutamente vedere. Il posto che mi ha più colpito è Angkor Wat, in Cambogia. Ma il posto che amo di più al mondo è la Grecia.

Ti sei occupato di Pasolini in Qualcosa di scritto che è del 2012. Quest’anno si è celebrato il centenario della nascita, sono stati pubblicati vari libri e c’è stata la ristampa di Petrolio. Come presenteresti a un giovane lettore la figura di Pasolini, perché è ancora opportuno leggerlo?

Pasolini non è decisamente tra i miei scrittori preferiti, ma c’è qualcosa in lui che ammiro molto, la capacità di conoscere, l’affidarsi alla notte e al desiderio. Mi sono però molto sottratto alle celebrazioni, ho accettato solo di fare una conferenza su Petrolio, e qualche articolo per il Corriere della Sera. Mi è molto piaciuto il libro di Dacia Maraini, Caro Pier Paolo, e naturalmente adoro il lavoro di Walter Siti.

Se quello dello scrittore è un mestiere in cui generalmente si migliora col tempo, cosa provi quando viene ripubblicato un tuo “vecchio” libro (“vecchio” per il mercato editoriale) come L’onda del porto?

Guarda, certi libri che ristampo li rivedo, come mi è capitato con I cani del nulla, ma quello sull’India l’ho lasciato com’era, anche perché ha una scrittura diaristica, molto spontanea. Ma un po’ è stata pigrizia, in realtà se si ha l’occasione bisognerebbe sempre rivederli, è bello migliorare i particolari ! Io sono fortunato perché tutto quello che ho fatto viene periodicamente ristampato, ma certe volte capita che l’editore ti dà poco tempo e allora non si può, perché è un lavoraccio. Non mi piace lo stile dei primi libri, scritti negli anni Novanta, perché cercavo di imitare un modello fisso (Cristina Campo), poi non ho scritto libri per qualche anno e con I cani del nulla tutto sommato ho trovato la mia voce, ma c’era ancora molto da migliorare.

Uno tsunami devasta, cambia i contorni fisici e fa vittime tra la popolazione. A cosa bisogna aggrapparsi per ricominciare?

Bisogna restituire la forma all’informe. Fondamentalmente, L’onda del porto è un libro sul disegno, un libro su come dei bambini hanno disegnato lo tsunami. Quello è il centro, la loro capacità di tradurre l’informe in un forma.

Il tuo viaggio a Mullur è stato anche di formazione, un viaggio dentro te stesso che ti ha forgiato e ti ha cambiato?

Non so, avevo già superato i quarant’anni. Però era un periodo bellissimo, pieno di avventure. Sono stato tante volte in Asia, è stata una cosa importante per me. Devi essere giovane per fare certe cose. Ora poi con il covid…mi manca molto.

Il freddo di Roma e il caldo di Mullur, i rumori dell’acustica del bosco e quello delle onde. Il libro è un’alternanza di emozioni e sensazioni, quasi come fosse un moto ondoso?

Sì il rumore delle onde è importantissimo.

I due bambini sono i due grandi protagonisti, quanta forza hanno i bambini e quanto ti hanno insegnato?

Erano strani, molto simpatici, dei grandi paraculi. Però ancora fragilissimi. Lì i bambini li trattano malissimo, per noi è una cosa incredibile. Pure se gli devono dire di spostarsi al cinema gli tirano un calcio.

Dal piccolo ippopotamo, agli scoiattoli, al cane, che ruoli hanno gli animali nel tuo racconto?

Ha un grande ruolo la tartaruga alla fine, gli altri meno.

I disegni diventano la fotografia della gioia ma anche del disastro, diventano anche parte del racconto?

Il racconto è un commento ai disegni, in pratica – o almeno volevo che fosse così.

Sei tornato di nuovo in India dopo l’uscita del libro?

Sì tante volte, mai in Kerala però, quello è un mondo a parte. Anche la lingua: se uno di Mullur va a Delhi, non capisce nulla.

Fonte foto: https://www.fieradelleparole.it/autore/trevi-emanuele/.

Cristina Marra e Gigi Agnano

Intervista a Petros Markaris di Cristina Marra e Gigi Agnano

Hai iniziato come traduttore, pensare in tante lingue ti ha aiutato quando hai iniziato a scrivere?

Sono nato negli anni Quaranta e sono cresciuto nella Istanbul degli anni Cinquanta. A quell’epoca Istanbul era una città molto cosmopolita. Passeggiando per Beyoglu, uno dei quartieri principali della città, si poteva sentir parlare sei lingue diverse: turco, greco, armeno, giudeo-spagnolo, italiano e francese; la cosa non mi sorprendeva affatto, perché in quel periodo era normale a Istanbul. La ricchezza e la varietà di lingue ha avuto un forte impatto in me sia come scrittore che come traduttore. Quando ho lasciato Istanbul nel 1960 ero trilingue. Parlavo correntemente greco, turco e tedesco. A Vienna ho deciso di scrivere nella mia lingua madre, il greco. Questa è stata la ragione principale che mi ha portato a trasferirmi ad Atene. Ho iniziato a lavorare come traduttore dal tedesco e le traduzioni dei diversi testi mi hanno aiutato sia a sviluppare uno stile personale di scrittura, che a saper spaziare tra i diversi generi.

È stata la tua ammirazione per la Polizia a farti scoprire scrittore?

No, non è stato tanto l’agente in sé, quanto la persona e la sua famiglia. Charitos e sua moglie Adriana provengono entrambi da famiglie molto povere. Nutro grande rispetto nei loro confronti e per i loro sforzi nel supportare la loro figlia durante gli studi. Questo background è stato il punto di partenza dell’amicizia tra Charitos e il vecchio militante di sinistra Lambros Zisis.

Dal 1993 Charitos fa parte della tua vita e segue mutamenti personali e sociali. Che rapporto hai col tuo protagonista?

Charitos e la sua famiglia sono parte della mia vita di tutti i giorni. Sono quotidianamente in contatto con loro anche quando non scrivo. Credo che sia per via della straordinaria somiglianza di Adriana con mia madre. Mi sono accorto di questa somiglianza grazie a un piatto di pomodori e peperoni ripieni. Gradualmente, da un romanzo all’altro, Adriana è diventata identica a mia madre. Se la conosci, conosci anche mia madre.

L’Atene moderna dei tuoi romanzi mi fa pensare un po’ alla città di Napoli, una città che i turisti vivono spesso di passaggio per andare alle isole o sulla costiera. Trovi attinenze? Atene, come Napoli, è una città straordinaria, meriterebbe meno superficialità e più attenzione?

Sfortunatamente non posso fare un paragone, perché sono stato a Napoli una volta per un giorno solo. D’altra parte, quello che mi interessa di Atene è il modo di vivere degli Ateniesi. È anche un elemento in comune a me e Charitos: il punto di vista ironico sulla città e i suoi abitanti.

In Italia un famoso musicista, Vinicio Capossela, ha portato all’attenzione del grande pubblico il rebetiko, la musica dei bassifondi e del Pireo. Che rapporto hanno i tuoi romanzi con la musica più in generale e, in particolare, con l’incredibile ricchezza della musica tradizionale greca?

Si possono trovare molto cibo, piatti e ristoranti nei miei romanzi. Ma non si troveranno pub con musica o rebetiko. La ragione è semplice: non si può mettere tutto in un romanzo, nonostante il rebetiko mi piaccia molto.

Uno scrittore e giornalista italiano, Patrizio Nissirio, che ha vissuto diversi anni ad Atene, ha scritto nel 2017 “Atene, cannella e cemento armato – Percorsi e riflessioni con Màrkaris e gli altri” (dove “gli altri” sono scrittori greci meno noti in Italia). L’ultimo capitolo s’intitola “L’Atene che non c’è (più)”. Ci sono dei luoghi e delle atmosfere ormai scomparse dell’Atene odierna che ti mancano e che mancano al Commissario Charitos?

Non ho letto il libro di Patrizio Nissirio, ma sono d’accordo con lui. C’è una parte di Atene che è scomparsa: i quartieri poveri e i sobborghi con case a poco prezzo e taverne economiche in cui i Greci bevono la retsina accompagnandola a piatti prevalentemente di pesce. Le taverne popolari e i pub con il rebetiko non esistono più. Tutto ciò che ad Atene apparteneva agli anni Cinquanta o Sessanta è ormai storia. È andato tutto distrutto con il finto boom degli anni Ottanta e Novanta.

Dopo una raccolta di racconti scritta in piena emergenza pandemica è uscito in italia il tuo nuovo romanzo. Com’è cambiato il modo di scrivere con la pandemia e la guerra in corso?

Scrivere durante la pandemia è stata la mia salvezza. Fortunatamente non ero a corto di idee. Ho scritto una raccolta di racconti e un romanzo che è stato appena pubblicato in Italia. Ora sto scrivendo un altro libro, anch’esso iniziato durante la pandemia. Non so ancora se la guerra in Ucraina mi spingerà a scrivere un nuovo romanzo. Quello che so è che questa guerra mi rende furioso, e quando sono furioso finisco sempre col cominciare un nuovo progetto narrativo. È il mio modo di ritrovare la pace interiore. I valori di accoglienza, rispetto delle diversità, fratellanza cari alla società classica stanno scomparendo o sono osteggiati. In che periodo stiamo vivendo? Che ruolo hanno cultura e letteratura? Questa domanda è molto dolorosa sia per me che per voi; discendiamo da una cultura molto antica, quella Mediterranea. Stiamo vivendo in un periodo in cui la cultura non ha importanza nelle nostre vite e nessun impatto sulla maggior parte dei giovani. Ora quasi tutto è collegato o dipende dal denaro, dagli investimenti fino alle sanzioni contro la Russia. Io appartengo a una generazione passata, che si ricorda del proletariato, delle persone che hanno lavorato duramente in cambio di un tozzo di pane e che riuscivano a malapena a scrivere il proprio nome. Ora sta venendo a crearsi una nuova classe proletaria di laureati. “Voglio la coscienza e i miei soldi puliti”, dice il protagonista maschile dell’opera di Brecht “Santa Giovanna dei macelli”. Beh, anche l’UE si è pulita la coscienza creando la sezione di “patrimonio culturale”. Il problema è che tale patrimonio, tale eredità è sempre una conseguenza della morte. E senza morte, non c’è eredità.

Cristina Marra e Gigi Agnano