Il libro è dedicato al piccolo Sergio De Simone, il piccolo bambino vomerese sottoposto, in un lager nazista, a sperimentazione chimica e poi barbaramente ucciso a soli otto anni. Cosa rispondi a chi obbietta che ormai è tutto affidato alla Storia, che è ultroneo continuare a testimoniare le atrocità dei campi di concentramento? Rispondo che non c’è male peggiore di non continuare a raccontare la Storia, di perdere la memoria. La generazione che ha vissuto quelle atrocità, la cosiddetta Generazione Silenziosa, sta finendo ormai, ma questo non significa che, con loro, debba finire quella che è stata la loro storia. L’uomo senza memoria, senza conoscenza del passato, non ha la possibilità di interpretare il presente e quindi è una grande fesseria!
Due anni fa, hai raccontato di Matteuccia, staffetta partigiana, ne Il bosco di là, Aboca edizioni: è stato, in qualche modo, un prodromo di Cono e Serenella? Ma no, all’epoca del Bosco di là non avevo ancora idea di scrivere questa storia; è sicuramente un periodo storico che mi affascina e che sento mio, da qualche parte, nel senso che sono i ricordi e i racconti dei miei nonni. Sulla storia di Matteuccia ho il piccolo rimpianto di non averla allargata facendola diventare un romanzo. È un bellissimo racconto lungo al quale sono molto legato, dal tema bello e poco raccontato.
Cono è un ragazzo passionale dominato da forti sentimenti: l’amore innanzitutto, la gelosia, l’intolleranza verso le ingiustizie sociali ed i soprusi messi in essere dal fascismo. Quanto c’è di te in lui? Quanto ti ha coinvolto emotivamente scrivere questo romanzo? In Cono c’è poco di me, lui è un personaggio costruito perché doveva essere funzionale a quella che è la parte reale storica del romanzo e cioè i ragazzi costretti a boxare nei campi di concentramento, scelti tra quelli più in salute e più prestanti fisicamente. Lui nasce come un personaggio che non si interessa di politica, come anche la sua famiglia, cerca di non farsi notare dal regime, è un contadino figlio di mezzadri, che ama la sua terra, ama Serenella, è un ruspante e per questo viene soprannominato Galletta, non si tiene i soprusi e sa menare le mani; dovevo costruire un personaggio forte capace di resistere in quell’inferno, andando a boxare con le SS. In questo romanzo, io non sono nei personaggi ma nella terra perché è un romanzo sull’amore e sulle radici.
Una storia d’amore, bella come poche, cui fa da contraltare il vissuto terribile nel campo di concentramento; hai scritto tutto di getto oppure hai avuto bisogno di più scritture per trovare la dimensione perfetta di questo romanzo? Io volevo scrivere una storia d’amore, ma non avrei scritto una storia romantica, non scritta al presente ma al passato; la storia d’amore dei nostri nonni, una storia incentrata su quell’energia intorno alla quale tutto gira, per dirla con Battiato, tutto obbedisce all’amore. Nel romanzo c’è l’amore di Cono e Serenella, ma anche l’amore di Cono per la sua terra, il suo podere, suo padre, sua madre, sua sorella; ci sono due grandi amicizie, per Briscola e per Palermo. L’amore che tiene in vita e permette di resistere e che si contrappone al grande male. Io non volevo raccontare una storia partigiana, io volevo raccontare la storia di tanti ragazzi di umili origini, anche un po’ ignoranti, costretti a combattere né per la gloria né per la patria, ma, come dice Cono, “per poter tornare a dormire nel fienile con la mia Serenella”.
Nei “Ringraziamenti” posti alla fine del libro, affermi che la memoria serve a dare significato ai valori e, per chi sa custodirla, è essa stessa radici perché restituisce la vita a ciò che non c’è più, a chi non c’è più. Quanto vissuto, sereno o doloroso, occorre per comprendere appieno il significato profondo del ricordare? La memoria per me è sempre stata un valore fondamentale, sia per il lavoro che faccio, sia perché nei miei romanzi ci sono i miei ricordi camuffati e travestiti, c’è il mio vissuto, ci sono aneddoti della mia vita. Qui l’aggancio con il mio vissuto e la mia infanzia è la terra dove ho deciso di ambientare il romanzo, perché Monte Rianu è un paese immaginario che nasce dalla combinazione di Teggiano e Monte S. Giacomo: sono due paesi a cui sono molto legato perché lì è nata mia nonna, lì d’estate andavano i miei zii e mio padre, perché lì fino ad una certa età mi recavo a trovare nonna Erminia, perché lì sono sepolti due miei zii; è una terra che amo molto che mi riporta al concetto di radici che io ho sempre cercato di rigettare e rifiutare per il vissuto che ho, che non sto qui a dire. Forse, con questo romanzo, sono tornato a far pace con le mie radici.
Elisabetta Cametti, autrice di thriller e da esperta di crime, volto televisivo di Mattino 5, non poteva non essere su Il randagio nel giorno dell’uscita del suo ultimo romanzo Una brava madre (Piemme) e non poteva non esserlo soprattutto perché la sua scrittura, libera e originale, affida agli animali ruoli di primo piano rendendoli alla pari dei protagonisti e presenze chiave per comprendere la trama e anche la psicologia dei personaggi. In Una brava madre, l’indagine si snocciola su due piani narrativi con da una parte la poliziotta Annalisa Spada che si occupa di un triplice omicidio e della figura complessa della tatuatrice Aria, e dall’altra la conduttrice del programma televisivo IN, Giorgia Morandi, che non molla la ricerca dell’editore Fabrizio Ravizza scomparso da giorni senza lasciare traccia. Cinque storie di donne e madri diventano il fulcro del romanzo che non risparmia rivelazioni e colpi di scena e che indaga all’interno delle famiglie di appartenenza dove si annida il male. Tutti gli animali del romanzo dai ricci, alla cagnolina Allibis, allo scoiattolo Dorian Gray, accompagnano il lettore con un fare randagio indispensabile per arrivare alla verità.
Elisabetta, benvenuta su Il Randagio. La cronaca di questi giorni ci mette di fronte a casi di madri che perdono i figli, di madri uccise col figlio in grembo, di madri che lasciano morire o uccidono i figli. Quanto è complesso e doloroso raccontare queste figure in tv e soprattutto in modo più intimo in un romanzo?
Sono storie e immagini che non mi abbandoneranno mai. Scavano dentro e lì rimangono, per sempre. Penso che l’unico modo per conviverci, senza lasciarsi devastare da tanto orrore, sia quello di raccontarle con precisione e lucidità. Per sensibilizzare l’opinione pubblica, per aprire gli occhi a chi potrebbe trovarsi nella stessa situazione, per cercare di dare un piccolo contributo alle indagini. Per continuare a ricordare le vittime e i sogni che illuminavano i loro pensieri.
Il doppio ricorre nel romanzo già dai casi, la scomparsa di un giovane facoltoso e una serie di omicidi.
La narrazione si svolge su due piani paralleli. Giorgia Morandi, conduttrice televisiva del programma che ha colmato il vuoto istituzionale in tema di persone scomparsa, si occupa del mistero che riguarda Fabrizio Ravizza, un editore di successo svanito senza lasciare traccia. Annalisa Spada, capo della Squadra Mobile di Milano, investiga sull’omicidio di tre uomini legati a una giovane tatuatrice, Aria. Una ragazza con evidenti disturbi della personalità, arrestata sulla scena di uno dei crimini e sospettata di essere “la serial killer dell’inchiostro”.
Due casi distinti, ma solo all’apparenza. Due strade lastricate di bugie, tradimenti e verità inconfessabili. Un unico segreto, taciuto per oltre trentacinque anni.
Infarcisci il romanzo di fatti di cronaca reali e li leghi alla storia di fiction. Come convivono finzione e realtà?
Quando si parla di crime, non esiste fantasia più sconvolgente della realtà.
Trascorro le giornate a studiare casi di cronaca: scene del crimine, autopsie, piste investigative e profili psicologici dei protagonisti. Scrivo romanzi per raccontare quelle storie, per farle entrare nelle case con l’obiettivo di rendere consapevole il lettore. Consapevole di quanto il male possa essere vicino, subdolo, letale. Solo chi conosce riesce a percepire, sospettare. Prevenire. Alcune volte, nelle esperienze degli altri riusciamo a trovare noi stessi… e a metterci in salvo.
Allibis, la cagnolina di Giorgia, è la sua complice? Gli animali nei tuoi romanzi non mancano mai. Sono esempi da seguire?
Per Giorgia, Allibis non è solo una cagnolina. È una figlia. Come lo sono i tre gatti che ha salvato da un futuro infausto. Allibis dimostra a Giorgia un amore incondizionato. Spontaneo. Tanto da buttarsi contro l’assassino per prendersi una pallottola. In ogni mio romanzo le protagoniste sono sempre accompagnate da un animale domestico. Amo gli animali e sono convinta che sappiano renderci migliori.
Oltre a Giorgia e Annalisa ci sono Sveva, Brigitta, Aria. Donne diverse in tutto, hanno qualcosa in comune?
No.
Rapita da neonata, Aria è cresciuta con una madre che la considerava una bambola e con un padre che abusava di lei. Per inseguire un vano sogno di libertà, si è rifugiata nel disegno. I tatuaggi sono il suo modo di rendere indelebili i brevi attimi di felicità.
Brigitta è animata dall’odio verso la donna che ha tradito suo padre, fino a spingerlo al suicidio. Ha rinunciato a vivere per dedicarsi alla vendetta.
Sveva è una narcisista, focalizzata su se stessa. Non prova empatia né senso di colpa, non sa capire gli stati d’animo degli altri e usa le relazioni solo per obiettivi personali. È abituata a mentire e a manipolare le persone, tanto da avere reso la propria vita una terribile menzogna.
Vita e morte si rincorrono nel romanzo. A un certo punto scrivi: “Quanta vita c’è dentro un suicidio?”. Si sceglie di morire per quale motivo?
Il suicidio tracima di voglia di vivere. Solo chi ama follemente la vita decide di togliersela quando si rende conto che la vita che sta vivendo non è all’altezza di quella che vorrebbe. E che dovrebbe essere. Solo chi ama la vita non accetta di sopravvivere, di essere appeso a una possibilità, di piegarsi al destino, di rimanere ad aspettare una nuova alba nella speranza che sia migliore di tutti i tramonti sfumati. Chi si spoglia della vita lo fa per rispetto all’idea che ha della vita stessa.
«Non è il dolore che ti porta a farla finita, ma la felicità che non brucia più. Non sono gli incubi, ma l’assenza di sogni. Non è sentirsi soli, ma non avere voglia di condividere i pensieri più inconsci. Non è scarso coraggio, ma troppo coraggio per potere rassegnarsi. E per capire il suicidio bisogna capire che il problema non sta solo in ciò che manca, ma nel peso che non ti abbandona. Non è la mancanza di progetti, ma la presenza di progetti troppo ambiziosi. Non è mancanza di fiducia, ma consapevolezza. Non è la mancanza di voglia di lottare, ma la visione di dove condurrà la battaglia. Non è mancanza di sentimenti, ma un amore immenso. Alcune volte sei talmente innamorato che le sensazioni ti colpiscono come un uragano. Vedi talmente lontano che l’unico balsamo è spegnere la luce. Sai ascoltare talmente in profondità da comprende quanto sia arrogante vivere. Mentre morire è l’umiltà della coscienza.»
I libri annullano il concetto di tempo, nei libri troviamo sempre una risposta?
Ne sono convinta. Le storie degli altri parlano di noi. È grazie ai romanzi che ci rendiamo conto di non essere soli nelle nostre riflessioni. Non siamo i primi a soffrire, né gli ultimi a lottare: la disperazione che ci tormenta ha già mietuto vittime e continuerà a farlo, così come continuerà a salvarci quella spinta alla sopravvivenza che definiamo speranza. Nulla si inventa in fatto di emozioni. Per scoprire chi siamo è sufficiente aprire un libro.
Da giugno è in tutte le librerie Il ladro di quaderni, il nuovo splendido romanzo di Gianni Solla, edito da Einaudi, che racconta la storia di Davide, un ragazzino che vive a Tora e Piccilli, un paese nel casertano, dove viene confinato dal regime fascista il coetaneo Nicolas, insieme al padre e altri trentaquattro ebrei, nel settembre del 1942. Grazie alle segrete lezioni del padre del nuovo arrivato, Davide impara a scrivere; in lui la ricerca della parola giusta e perfetta diventa necessaria e salvifica, come un faro sulla visione del suo possibile. Nato zoppo, costretto a vivere dal padre persino in un porcile, Nicolas ha nella giovane Teresa l’unica persona che lo difende e lo incoraggia. Raccontando con sensibilità e poesia gli anni di evoluzioni e cambiamenti, di allontanamenti e di ritorni dei tre protagonisti, fino alla chiusura di un ideale cerchio della vita, Gianni Solla ci fa emozionare profondamente fino alla commozione. A Tora e Piccilli, anni fa, fu piantato un albero di ulivo per ricordare il coraggio col quale gli abitanti si adoperarono per la salvezza di decine di ebrei dalle deportazioni naziste; pochi giorni fa, l’Ulivo della Shoah, nel parco del paese casertano, è stato di notte vigliaccamente distrutto!
Qual è stata la genesi di questo romanzo? Il trasferimento dei trentasei ebrei napoletani a Tora e Piccilli, imposto dal regime fascista nel 1942, non era una vicenda molto nota; tu come l’hai scoperta? La curiosità è il mio unico talento. In quel periodo facevo ricerche personali non finalizzate alla scrittura, anche se lo so che poi non è così, e quando ho letto di questa storia ho subito riconosciuto una vicenda che poteva essere raccontata con i miei strumenti, con la narrativa. Chi mi conosce sa che sono un bugiardo cronico, ma attraverso la bugia e la mistificazione, riesco a dire la verità.
In Tempesta Madre, edito da Einaudi, le parole descrivono i fatti; nel Ladro di quaderni, il significante si evolve e diventa elemento necessario per veicolare un significato, che permette al protagonista di affermare se stesso: penso Davide che definiva solitudine ciò che in realtà era indipendenza. Le parole sono ancora fondamentali oggi, in un’epoca di espressività digitale? Credo che le parole siano e resteranno l’elemento primo del pensiero e della comunicazione. Quando penso, penso “parlando”, pronunciando cioè frasi a me stesso, esattamente quello che faccio quando scrivo. I miei due libri hanno molti elementi di sovrapposizione ma per certi versi sono anche molto diversi. Quando mi avvicino a una storia nuova da scrivere, ho necessità di scoprire un nuovo continente, esiste una parte avventurosa alla quale non riesco a rinunciare. Oggi si scrive moltissimo, dai messaggi ai post sui social, le guerre generazionali sono sempre perse dalla retroguardia, e tutto sommato questi tempi sono per la parola di massimo splendore. Mai come in questi anni stiamo attenti a non ferirci usando parole sbagliate, addirittura siamo disposti a rivedere testi passati depurandoli da parole che oggi sarebbero offensive. Salviamo la parola, la morale, il decoro, ma perdiamo l’arte e il significato.
Gli effetti della povertà educativa e l’analfabetismo di ritorno creano un popolo con un alto tasso d’ignoranza, volto al disinteresse verso la politica, alla paura del diverso, alla xenofobia; scrivi “Non sapevamo niente degli Ebrei, ma ci era stato detto che dovevamo odiarli”; secondo te, l’omologazione e la povertà del linguaggio si riflettono anche sulla capacità di pensiero critico? Sicuramente la povertà di linguaggio si riflette anche in una povertà di pensiero, magari non di sentimenti, ma dietro ogni parola esiste una possibilità di stare al mondo che se non conosciamo diventa inaccessibile. Forse le paure vengono da altri contesti, quella per gli stranieri è stata una grande propaganda della destra attualmente al potere, così come la riduzione di ogni diversità a un fatto minimo. Lo stesso stanno facendo con Ultima generazione e con chi si occupa di ecologia. Mi spaventano gli algoritmi dei social, il processo per cui ti viene proposto solo quello che ti piace costringendoti a restare in un recinto piacevole. Preferisco il perturbante.
La paura nasce dalla solitudine e dall’ignoranza; l’evoluzione legislativa contemporanea tende alla cancellazione dello studio della Storia, della Filosofia e dell’Arte dalle vite dei ragazzi, caratterizzati sempre più da rapporti d’amicizia solo virtuali. Il ladro di quaderni è un romanzo sulla crescita, sulla scoperta delle proprie emozioni e passioni, sulla rottura con un passato opprimente e condizionante; secondo te, è più complesso oggi diventare adulti? Credo che il passaggio della linea d’ombra sia stato sempre il più complesso possibile, solo che adesso, il passaggio più delicato accade sotto gli occhi di tutti, su un social network. È il momento in cui siamo più esposti. Diventiamo adulti in un flusso di comunicazione che non riusciamo a gestire. Prima accadeva all’interno della propria famiglia, quasi vergognandosene. Oggi sei un vincente o un perdente già a tredici anni. Per uno lento come me è un incubo.
Ami il teatro e il cinema? “Non essere nulla mi permetteva di poter recitare tutto”: assolutamente vero… L’arte è una scatola di mattoncini Lego per costruire il mondo.
Come è nato il tuo amore per la lettura e qual è l’ultimo libro che hai letto? Sei d’accordo con chi afferma che la lettura è attività tipica di una personalità introversa? Leggo e scrivo in maniera disordinata. Più che l’ultimo che ho letto, che cambia sempre, sono grato al primo, un Reader’s digest di mia madre, trovato in un mobile del soggiorno. Dei romanzi mi piacciono più le voci che le storie. Le frasi più dei paragrafi. Gli scrittori mi hanno salvato la vita, lo dico sempre, entravo in libreria, Feltrinelli a Ponte di Tappia, e mi aggiravo tra gli scaffali come se avessi la febbre. La febbre è rimasta. Da bambino ero introverso, adesso ho dato sfogo alla vanità che non sapevo di avere e tutto sommato vivo meglio.
Lavinia Mannelli, toscana, classe ’91, pubblica il suo primo romanzo con la casa editrice romana 66thand2nd. L’amore è un atto senza importanza pone l’attenzione sul desiderio – sessuale, di successo, di riconoscimento – ma parla anche di corpi, di media e cultura, di essere umano, di progresso. Sono sicura che l’intervista possa aggiungere molto alla lettura del libro e Lavinia è molto decisa nello spiegare i suoi intenti e i suoi ideali.
Nella tua biografia si legge che lavori a un progetto di ricerca sulle donne robot. Mi viene naturale pensare che il romanzo sia nato da lì, visto che uno dei personaggi è una bambola, del sesso, robot di ultima generazione. Come mai la scelta di questo progetto di ricerca più affine a materie quali robotica e meccanica essendo tu laureata in Lettere moderne, e come hai scoperto poi la scrittura?
Ciao Viviana, e grazie di cuore per l’invito. In realtà no, sorpresa: il mio progetto di ricerca è nato dopo, diciamo anche molto dopo che avevo ideato, scritto e rivisto la trama principale del libro. Come ho detto anche in un’altra recente intervista a cura di Giulia Bocchio per Poetarum Silva, è stato grazie alla eccezionale disponibilità della tutor del mio dottorato, la prof.ssa Daniela Brogi, che ho potuto considerare i miei interessi come scrittrice (o aspirante tale) anche da un punto di vista più scientifico. La mia idea iniziale era di occuparmi dell’influenza di Dostoevskij su alcuni grandi scrittori italiani del Novecento. Mi sono spostata su altro, invece, proprio perché avevo in parte già scritto il libro nella forma in cui lo hai letto tu. La natura della mia ricerca, comunque, resta quella umanistica: mi occupo di rintracciare alcune delle più interessanti opere del cinema e della letteratura novecentesca italiana in cui compaia un personaggio femminile artificiale (macchina, computer, cyborg, robot, quadro, statua, ecc). Sto cioè provando a disegnare una mappa della presenza di donne-macchina all’interno dell’immaginario italiano contemporaneo. Una ricerca che investe anche fenomeni come quelli della cibernetica, di ChatGPT per capirci, ma più che altro da un punto di vista storico-culturale.
Non posso chiaramente negare che approfondire alcuni dei testi e dei film che trattano argomenti simili a quelli del mio romanzo (faccio qualche esempio tra i più noti: The Stepford Wives di Ira Levin, Metropolis, Westworld o Her)… non posso negare, dicevo, che sia stato un grande arricchimento, però devo anche essere onesta: a posteriori, per il mio libro non ho mai scelto una soluzione stilistica o di trama che fosse suggerita dai miei studi accademici. Nella scrittura sono anzi da sempre molto istintiva: almeno all’inizio, mi butto nel vuoto. Poi sento anche il bisogno di un momento di concettualizzazione, ma questo penso sia necessario se non vuoi dire banalità o se vuoi capire davvero a chi può interessare quello che stai scrivendo. O almeno questo è il mio metodo adesso: sono solo al primo romanzo, spero di farne altri e allora chissà.
Parliamo di Tamara, questa perfetta fidanzata, così viene definita, dalle forme sinuose che parla per citazioni e frasi fatte elaborate dal sistema interno collegato ai computer, sempre pronta a soddisfare ogni bisogno. Nel tuo romanzo Tamara è un regalo di Giulia al compagno Guido, forse per ridare pepe al rapporto o solo per esigenze sessuali di lui. Credi che serva un elemento estraneo su cui concentrare desideri sessuali che non collimano in una coppia, una compagnia anche silenziosa, un intermediario esterno tra due persone che possa dirimere litigi, per gestire una relazione?
Non credo che serva un elemento estraneo: credo fermamente che ci sia sempre, a prescindere dal modo in cui lo concettualizziamo o scegliamo di viverlo. Nella vita di coppia così come nella vita di ciascuno di noi, in qualsiasi contesto, c’è sempre un modello con cui confrontarci, siamo sempre di fronte a uno specchio, più o meno consapevole o deformato, di quello che siamo o non siamo.
In questo senso Tamara è un elefante nella stanza sia per Giulia che per Guido, anche se per motivi diversi: nessuno dei due sa bene perché quella bambola del sesso si trovi lì, su quel divano di ecopelle, in quel salotto in cui sembra trovarsi più a suo agio di loro. Eppure Tamara è proprio lì, con le sue plastiche ipoallergeniche su cui il sole batte con violenza, a manifestare un qualcosa che non funziona, tra di loro, nel modo in cui ciascuno dei due elabora i propri desideri – per la maggior parte delle volte, reprimendoli. In fondo, Tamara è una sorta di regalo sadomasochistico: serve a testare la solidità di una relazione che non si sente troppo stabile, o forse è un modo obliquo, indiretto, per chiamarsene definitivamente fuori.
Sempre Tamara nel romanzo dice di avere un sassolino nel petto o nello stomaco che sembra farsi pesante in concomitanza di quelle che per noi sono emozioni. Ha quindi una coscienza e impara nuove cose sul mondo e sull’amore dai programmi televisivi del pomeriggio, in particolare Uomini e Donne. Hai mai pensato a come sarebbe vivere tra robot?
In una scena del romanzo, durante il vernissage casalingo di Guido, la coppia di proprietari di Tamara si comporta in maniera sciocca, snobistica, falsa. Giulia è la più impostata, ma Guido è goffo e banale, in una maniera che Tamara non riesce a sopportare: non fa che ripetere “la natura umana, la natura umana”.
La grande tradizione dei romanzi realisti ci ha insegnato a mettere in sospetto espressioni come questa: dai romanzi di Balzac sappiamo che non esiste l’uomo in generale, ma esistono tipi di umanità socialmente e ideologicamente determinati che, nell’incontrarsi, nel luogo più o meno simbolico del romanzo, non possono che relativizzarsi. Come non esiste la natura umana in astratto, allora, ma uomini e uomini, donne e donne, natura umana e natura umana, così non esiste il robot in astratto. Già adesso, che stiamo appena appena provando a familiarizzare con alcuni software di intelligenza artificiale, ce ne rendiamo conto: c’è una grande differenza tra AI e AI, che spesso dipende dall’uso che l’uomo ne fa, dal modo in cui lo interroga, da quello che cerca di estrapolarne.
Spero di non parlarmi troppo addosso se dico che quello che ho voluto fare con questo romanzo è proprio questo: sottrarre la riflessione della e nella fantascienza dall’ipoteca della metafisica. Chiedersi che cosa sia la natura umana in astratto è una questione forse priva di significato, e con questo romanzo ho provato a restituirla a una domanda più concreta, più interessante e utile, credo: “che cosa significa la natura umana nel salotto di due intellettuali di sinistra, se, quando escono di casa, si dimenticano la TV accesa?”.
Ed ecco che forse, con questa premessa, alla tua domanda posso rispondere: proprio perché, a differenza di quanto vorrebbero farci credere programmi come quelli di Maria De Filippi, non esistono “Uomini” e “Donne” in generale, forse vivere tra robot somiglia un po’ a rimanere intrappolati per sempre, da concorrenti, in uno studio di Canale 5.
Tornando ai programmi televisivi, mi sembra che il tuo libro metta in luce una critica ai media e alla cultura di massa. Prendiamo anche il personaggio di David, un amico della coppia: è un artista che desidera la fama ma che sa di non poterla perseguire se non asseconda alcune richieste che metterebbero però in mostra le sofferenze della madre. Quali sono e che entità secondo te hanno i danni provocati dai media, dalle scelte del pubblico e dai social sulla cultura, l’alfabetizzazione, l’evoluzione del lavoro e sulla notorietà (direi anche sul gusto vero e proprio, sulla conoscenza ecc.)?
Ti sono grata di aver colto questo elemento. Per me è molto importante che si parli del libro anche in questi termini: è vero che, assumendo il punto di vista di una bambola del sesso infatuata del mondo di Maria De Filippi, era molto forte il rischio di sembrare snobistica da una parte, perché in realtà io appartengo al mondo di Giulia e Guido, e dall’altra persino complice, se vuoi, dell’immaginario degradato e degradante di Mediaset.
Ho scelto però consapevolmente una posizione di totale ambiguità, spero non paracula, come si direbbe con eleganza, perché penso che sia nelle cose.
Se accettiamo la realtà della cosiddetta TV spazzatura, come non possiamo fare a meno di fare, a mio avviso, dobbiamo anche assumerci la responsabilità non solo di constatare, razionalizzandole tassonomicamente, tutte quelle specifiche forme in cui, per esempio, Mediaset contribuisce a mortificare il corpo delle donne: è nostro dovere, credo, rendere anche conto del come e del perché le narrazioni che contiene affascinano così tanto, nonostante questo, i suoi spettatori. Solo così possiamo smettere di essere snob, intellettualistici, e ricucire una sfasatura tra chi scrive e chi (non) legge – e dunque, magari, chissà, riuscire a occupare con nuove forme il ruolo che questa TV esercita ormai da decenni.
La bambola del sesso è in questo senso una richiesta di mediazione, e il romanzo che racconta la sua storia è fantastico (più che fantascientifico, come dicevo anche prima) tanto quanto sociologico. Il centro del libro non è, cioè, o almeno credo, il diventare umana di Tamara in senso astratto, o le nevrosi di Giulia e Guido, ma lo scontro tra due (anzi, tre) specificità sociologiche. Con la sua ingenuità, con la sua innocenza, con la sua parola disarmata, Tamara sta lì per porre una domanda: perché non potete darmi una cultura che non sia una trappola? Che non sia una forma degradata di un mio impulso rimosso né una intellettualizzazione totalmente distaccata dalla realtà?
Se vogliamo spararla grossa, Tamara è un po’ un’idiota dostoevskiana: un personaggio che normalmente non troverebbe spazio in un preciso contesto, ma che, per un motivo o per un altro, quando vi entra in contatto, con la forza dello straniero o del bambino di fronte al re nudo, riesce a cogliere le verità nascoste, disinnescare le menzogne ancora più profonde di ciascuno dei personaggi della storia. Questo corto circuito rappresenta quella che è forse una scissione interna della nostra società, e il fatto che siamo sempre meno capaci di esprimere un ceto intellettuale che riesca a farsi ascoltare e avere una qualche efficacia sulla vita collettiva, senza ricadere in uno snobismo consolatorio.
Il desiderio è uno dei temi importanti del romanzo, e in parte nelle altre domande viene fuori anche se non è esplicitato. Parli di desiderio di essere amati, essere visti per quello che siamo, essere ascoltati e di avere successo. Da cosa deriva questo bisogno perennemente insoddisfatto ed esiste un modo per liberarsi del bisogno di essere amati, accettati, capiti, lodati dagli altri e vivere nella eccezionalità e mediocrità di ognuno di noi senza soffrirne ed esserne influenzati?
Qui sarò stranamente lapidaria. No, non esiste e non deve esistere, secondo me, un modo per liberarsi da questo bisogno. Poi possiamo parlare di modi più o meno sani di elaborarlo o non farci i conti, ma no, il desiderio è ciò che ci rende migliori e peggiori ed è dunque un fattore ineliminabile delle nostre vite, dei nostri tormenti.
Giulia, personaggio del romanzo, organizza dibattiti e serate contro il patriarcato. C’è un legame tra questa scelta e il regalo che fa a Guido, Tamara? Mi viene da pensare che Giulia sposti l’immagine del corpo sessualizzato della donna dal suo a quello di una bambola costruita ad hoc per lo scopo, per affermare le sue idee anche nei confronti del compagno. Per mostrare come il sesso sia un atto istintuale e di piacere, non solo procreativo, quindi definire la donna istintiva e irrazionale e l’uomo razionale non ha fondamento. Che il sesso e l’amore non sono la medesima cosa, e che l’idea di dominazione dell’uomo, di riempimento dell’involucro donna per giustificare violenze e prevaricazioni viene meno nel momento in cui si ricorre a una bambola. O forse volevi soltanto mostrare la difficoltà di un rapporto a due, la volontà di migliorare una relazione e mostrarsi all’avanguardia e come questo però nella realtà dei fatti metta in moto gelosie e sensi di inferiorità.
Hai colto ancora una volta un punto fondamentale di quello che volevo dire nel libro, quindi ti ringrazio.
In effetti è proprio come dici tu: Guido regala a Giulia un profumo lezioso e dei vestiti attillati che Giulia fa indossare a Tamara. Giulia, cioè, sposta su Tamara l’incombenza non tanto del sesso, quanto dell’essere la risposta al desiderio complesso, per lei inaccessibile fino in fondo, di Guido. E questo desiderio è inaccessibile anche perché è inascoltato da Guido per primo.
Si definiscono entrambi femministi, partecipano alla causa organizzando manifestazioni, scioperi, serate contro il patriarcato, ma nel modo in cui lo fanno (e non, certo, nella causa di per sé) c’è un forte elemento velleitario, da cui deriva il tono ironico del libro: lo stesso di quando leggono le pagine di Mark Fisher o Donna J. Haraway e non vanno mai troppo avanti. In un certo senso non possono andare avanti: le cose che leggono non sono coerenti con i loro più sotterranei desideri che, in un modo o nell’altro, come ci insegna la psicoanalisi, tendono sempre a riemergere.
Tamara ha un ingresso così potente nella vita di Giulia e Guido perché grazie alla sua particolare educazione sentimentale rappresenta una forte alterità per loro: comprandola, è come se si fossero costruiti una trappola. Hanno delegato, terziarizzato il proprio rimosso a qualcun altro che, tuttavia, lo espone ogni giorno: è il corpo perfetto, disponibile, sessualizzato di Tamara che mette continuamente il sospetto a Giulia di essere insufficiente per Guido, e che ricorda continuamente a Guido che non è così femminista come vorrebbe. Perché Tamara è desiderabile, come può non esserlo se è stata creata per quello? Così, il rimosso sessuale dei due ragazzi – che la TV di Mediaset e il mercato che distribuisce queste bambole rappresenta in forma degradata – diventa il nutrimento quotidiano di questa sorta di cavallo di Troia che i due si sono costruiti.
Venerdì 8 settembre 2023 Mantova – Festival Letteratura
Sono arrivata in bicicletta davanti alla hall dell’hotel in cui soggiorna Gazmend Kapllani, sarà colpa del caldo o forse dell’emozione, ma mi sento le mani umide e i battiti del cuore fortissimi. Vedo Gazmend uscire dall’ascensore, ci presentiamo: io mi sento un po’ goffa nei convenevoli, mentre lui è da subito molto gentile e disponibile alla conversazione. Ci sediamo al tavolino di un bar, perché ogni conversazione che si rispetti inizia sempre davanti a un buon caffe… e per magia tutto comincia.
Gazmend tu conosci benissimo la Storia con la “S” maiuscola che hai vissuto da protagonista, ma hai scelto di utilizzare il linguaggio della narrazione. La tua scelta è quella di restituire ai lettori l’esperienza delle frontiere dal punto di vista del singolo, che però viene eletto come universale. Non è il fenomeno storico, ma è come il singolo vi si trova all’interno a fare la differenza ed è ciò che tu esplori con la tua scrittura. Vero, mi interessa di più ciò che noi chiamiamo “microstoria”, ovvero come la storia interagisce con le nostre vicende personali creando uno spazio che spesso rimane silenzioso, non detto. Provengo da una nazione, l’Albania, in cui negli anni del totalitarismo l’identità dei singoli fu cancellata in maniera molto violenta, perciò amo esplorare quei territori mai raccontati e schiacciati dalla storia. Questo per me è il senso della letteratura: raccontare le vicende delle persone comuni, dare vita a dei personaggi per poi chiedersi di ognuno di loro: chi era? da dove veniva? come si connetteva con gli altri? quali erano le sue illusioni, percezioni, che desideri e paure aveva. Scrivo per raccontare la commedia dell’esistenza. Questo per me è il punto di partenza per fare letteratura. Se la storia si interessa agli archivi, la letteratura si interessa prima di tutto all’evoluzione umana ed è ciò di cui mi occupo.
La terra sbagliata, il tuo ultimo romanzo, è la storia di un ritorno in patria. Un fratello ritorna a casa dopo la morte del padre. Spesso i migranti rientrano in patria quando muore un famigliare. Il ritorno è conflittuale non solo per chi è emigrato, ma anche per chi è rimasto e tu lo racconti attraverso i punti di vista di due fratelli: quello che è restato nel paese d’origine e quello che torna dopo vent’anni di assenza. Tra l’altro, hai ambientato la tua storia in una cittadina immaginaria chiamata TERS, che in albanese significa “malocchio”, perché questa scelta? La letteratura dell’Est è sempre stata caratterizzata da una forte dose di ironia e fatalità: da qui la mia decisione di dare quel nome al paese del mio romanzo. Ciò in parte ha ragioni storiche perché è conseguenza della distopia con la quale la gente dell’Est è stata costretta a vivere durante i regimi totalitari. L’Albania è stata per molto tempo considerata una terra di frontiera e la storia con questi popoli non è mai stata molto gentile. Ho ambientato il mio romanzo in un paese immaginario perché il ritorno per un emigrato è per sua natura qualcosa di fortemente immaginario: non si ritorna mai nello stesso modo in cui si è partiti. Chi ritorna ha una percezione diversa della gente e del proprio luogo d’origine: è un rapporto caratterizzato sempre da una forte tensione.
In Albania durante il totalitarismo tutta la letteratura dell’Occidente era censurata. Mi ha colpito sapere che hai tradotto e diffuso di contrabbando la traduzione del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati. È la storia di un soldato, una storia di obbedienza. Ho provato a mettermi nei tuoi panni, a pensare di essere un ragazzo che voleva scappare da una nazione dove c’era una dittatura e mi sono chiesta perché hai scelto questo libro. I libri di contrabbando che ci cadevano nelle mani erano davvero molto rari. Ci consideravamo molto fortunati ad avere anche uno solo di questi, erano assolutamente necessari per poter nutrire il nostro spirito, la nostra intelligenza e la nostra immaginazione. Quei libri erano atti di resistenza contro l’oppressione, contro il “deserto culturale” che subivamo. Quando lo lessi la prima volta mi impressionò moltissimo per l’angoscia esistenziale che restituiva, per quell’illusione e quel senso di attesa, in cui io mi riconoscevo completamente. Tutto il libro è una metafora incredibile dell’esistenza umana, di una bellezza struggente una forza immensa. Le mie letture “di contrabbando” sono state assolutamente cruciali per la mia decisione di diventare scrittore. È molto interessante constatare che tutti i regimi totalitari vedano la letteratura come qualcosa di fortemente pericoloso perché sviluppa il pensiero critico, l’individualità e la libertà.
Tu ora vivi a Chicago dove insegni Letteratura delle Frontiere a una generazione che non ha vissuto la guerra fredda. Come vedi il rapporto delle nuove generazioni verso le frontiere? Ogni generazione ha una percezione differente delle frontiere e dipende anche di quale frontiera stiamo parlando. In Europa per esempio c’è una generazione che cresce senza l’angoscia delle frontiere che avevo io, i miei genitori e i miei nonni. Le nuove generazioni hanno un concetto molto più globale del mondo rispetto a quello che avevamo noi, che era molto isolato e frammentario; i giovani d’oggi affrontano nuovi dilemmi e nuove forme di emarginazione. Considero una frontiera moderna l’appartenenza o no a nazioni che dispongono di armamenti nucleari, perché ciò presuppone il potere di scatenare o no una guerra nucleare e la scomparsa dell’umanità sulla terra. Io insegno la storia dell’evoluzione delle frontiere che oggi sono soprattutto culturali, perché per i giovani di oggi i confini non sono più geografici, ma di natura sociale perciò invisibili. Posso comunque affermare che ancora oggi il concetto di Frontiera affascina le nuove generazioni: l’immigrazione resta uno dei fenomeni più sconvolgenti nel nostro mondo; ma ora rispetto a 50 anni fa, ha una portata globale che influenza continuamente la nostra percezione quotidiana del mondo in cui viviamo, variando continuamente i concetti di identità, nazione e continente. Abbattere le frontiere oggi ha una consapevolezza diversa rispetto ai nostri tempi: le sfide di oggi sono su scala mondiale.
Un’ultima domanda: tu sei un grandissimo lettore, qual è il libro a cui ritorni e che più ti ha ispirato nel tuo lavoro di scrittore e poeta? Abbiamo tutti un libro del cuore, un libro riconciliante, il tuo qual è? Non è soltanto un libro. Diversi scrittori mi hanno influenzato e penso che i maggiori vengano dall’Est. Scrittori come Milan Kundera, Danilo Kis, Jaroslav Hasek con le avventure del Bravo soldato Svejk. Nel mio passato di isolamento in Albania, la lettura è stata fondamentale per la mia sopravvivenza, di quel periodo ricordo che leggevo le Poesie di Jaques Prevert che hanno avuto un’enorme influenza su di me e ancora mi capita di ritornare a lui.