Tahar Ben Jelloun: “L’urlo” (La nave di Teseo) e Yasmina Kadra: “L’attentato” (Sellerio), di Valeria Jacobacci

Due testi da suggerire fra le centinaia scritti sulla contrapposizione Israele-Palestina.  Uno è una breve riflessione di Tahar Ben Jelloun, “L’Urlo”, trad. Anna Maria Lorusso, per La nave di Teseo, porta come sottotitolo “Israele e Palestina. La necessità  del dialogo nel tempo della guerra”. L’altro è un libro di narrativa, “L’attentato” per Sellerio, di Yasmina Kadra.

Quello che bisogna subito rilevare è che Yasmina Kadra è uno pseudonimo, l’autore è Mohamed Moulessehoul, scrittore algerino, tradotto in molte lingue, Yasmina è sua moglie, vivono in Francia, dove l’autore può esprimere liberamente le sue opinioni. Jalloun è invece nato in Marocco,  i due autori hanno quindi in comune l’appartenenza al mondo arabo e un grande successo letterario in tutto il mondo occidentale. Scrive nell’incipit Jelloun:

“Io, arabo e musulmano di nascita, di cultura e tradizione marocchina tradizionale, non riesco a trovare le parole per esprimere l’orrore che provo per ciò che i militanti di Hamas hanno fatto agli ebrei”

“L’attentato” racconta invece la storia di una kamikaze ritenuta felice, appagata e integrata fino al momento della sua fanatica impresa. E’ un’ottica tanto più convincente quanto più ci sentiamo vicini ai contrastanti sentimenti di fronte alla scoperta che viene fatta dal protagonista, del quale condividiamo, di volta in volta, incredulità, orrore, disperazione, fino a una sorta di rassegnata comprensione dell’inaudito, di ciò che fino a un preciso momento è stato disprezzato e respinto nel mondo delle imprese inaccettabili.  

Che cosa pensare se chi ci vive accanto preferisce morire piuttosto che rinunciare a un’identità nazionale, invece che personale?  Due culture si contrappongono, gli esclusi, i poveri, i diseredati trovano comprensione e sostegno in tutto il mondo, le diplomazie non bastano a fermare le reazioni imprevedibili e inarrestabili di Israele di fronte agli attacchi di Hamas. La descrizione degli stati d’animo, possibilità riservata alla letteratura, è più incisiva di saggi e reportages, più convincente della migliore intervista.

Il protagonista di “L’attentato” è un arabo integrato, un chirurgo di successo, ha amici ebrei, è abituato a doversi guadagnare con fatica benessere e rispetto ma è premiato e vincente in quello che fa. Il suo modo di concepire la vita è ormai lontano dalle origini contadine, sante per certi versi, immerse nei paesaggi patriarcali di una natura ancora intatta, una semplicità del vivere piena di austera bellezza, prima che tutto sia distrutto. Dovrà ricredersi? E’ stato tutto inutile, futile, superfluo? Perché l’arroganza vince sulla giustizia? “Quando le parole sono pericolose e la confusione è ovunque, cosa può fare uno scrittore?” Sembra fargli eco Jelloun nel suo pamphlet sul secolare conflitto arabo-israeliano.

Noi leggiamo in queste pagine la profondità di problemi finora dolorosi quanto irrisolti. Scriverne e leggerne è quel che ci fa sentire umani.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

“La scelta” di Sigfrido Ranucci (Bompiani, 2024) – In difesa della libera informazione, di Amedeo Borzillo

Sigfrido Ranucci, giornalista, conduttore di “Report”, è al suo primo libro, che subito ci sorprende per come l’autore intrecci le sue storie d’inchiesta a quelle personali, familiari e d’amore, a dimostrare quanto le seconde abbiano influenzato la sua formazione e supportato le sue fatiche. 

Quasi due libri in uno, a raccontare in otto capitoli le principali inchieste che l’hanno visto impegnato in questi anni ed il loro incrociarsi con la sua vita.

Per Ranucci battersi per la libertà di informazione in Italia è come avere a che fare con un corpo malato talmente abituato a convivere con la patologia da considerarla la normalità. 

Mai condannato nonostante 178 denunce da parte di politici, amministratori pubblici, trafficanti di armi e mafiosi, l’autore subisce da sempre tentativi di dossieraggio nei suoi confronti, di blocco delle inchieste in corso, di sospensione della trasmissione, minacce di morte (vive sotto scorta), querele preventive, ma la forza dell’assoluta veridicità delle sue denunce e della serietà dei suoi approfondimenti nelle inchieste condotte hanno creato attorno a lui un seguito di pubblico forte e molto numeroso, da cui lui trae energia “come braccio di ferro dagli spinaci”. 

Il libro racconta storie di mala informazione e di scandali che i responsabili hanno cercato in ogni modo di insabbiare anche con intimidazioni. 

Due casi su tutti: Parmalat e l’operazione Falluja. Nella prima inchiesta il fallimento di Callisto Tanzi è approfondito attraverso una meticolosa ricerca delle infinite scatole cinesi in cui si cercò di nascondere il pauroso debito finanziario, in parte dovuto anche a mille favori concessi alle Banche ed ai politici; nella seconda, la pessima informazione “embedded” sui fatti di Falluja (bombe al fosforo usate dalle Forze Armate americane in Iraq nel 2004 per soffocare la resistenza) viene invece coraggiosamente affrontata facendo luce su fatti “oscurati” da tutti i media. 

In particolare, relativamente a Parmalat, la scoperta di una pinacoteca di proprietà di Tanzi -nascosta per sottrarla ai sequestri e ritrovata grazie a Report (quadri di Monet, Cézanne, Matisse, Van Gogh, Picasso, Magritte …) – fu un servizio di risonanza internazionale. Ranucci volle comunque evitare lo scoop per dare il tempo al recupero dei beni che sarebbero serviti a rimborsare in parte la collettività; entrando poi nella sua sfera personale, ci racconta come questa scelta (colpo giornalistico o senso del dovere) derivasse dall’insegnamento paterno, sempre impostato sui valori del bene comune, dell’importanza di seguire le regole della giustizia, di affrontare le persone in maniera leale.

Per quanto riguarda l’inchiesta irachena, grazie anche a Rai News, tra mille difficoltà ed impedimenti si svelò l’operazione “Falluja, scuoti e cuoci” che il New York Times riprese segnalando la trasmissione come un “baluardo della libera informazione”: utilizzo di bombe al fosforo per stanare i resistenti (“scuoti”) e liberare la città (“cuoci” col fosforo bianco) compiendo una strage di civili. Tutti i media del mondo furono costretti dopo mesi di complice silenzio a parlare dell’orrore di quell’azione bellica che aveva comportato la morte di centinaia di iracheni bruciati mentre tentavano di scappare.

Mai la Rai in 50 anni di storia aveva realizzato uno scoop mondiale.

Per Ranucci è stato molto difficile difendere l’indipendenza della sua informazione: attacchi da destra e sinistra, dalla politica e dal potere, pressioni e minacce non hanno minato la sua convinzione che l’indipendenza non sia uno stato d’animo, ma un percorso fatto di studio, di approfondimento, di continua ricerca di fonti autorevoli attraverso le quali formarsi opinioni e consentire ad altri di farlo. 

Non mancano nel libro riferimenti letterari proprio sulla necessità di essere informati: Ranucci ce lo ribadisce attraverso le parole di Seth Compton (un personaggio dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters), che per tutta la vita si era dedicato ad una biblioteca circolante “per il bene delle menti avide di sapere”.  Ai cittadini che gli chiedevano a cosa servisse conoscere i mali del mondo, lui rispondeva così: 

Scegli il tuo bene e chiamalo bene.

Perché non sono riuscito a farti capire

che nessuno sa cos’è il bene

se non sa cosa è il male;

e nessuno sa cosa è il vero

se non sa cosa è il falso. 

Ranucci ci tiene a non passare per eroe solitario e fa continuo riferimento al lavoro di equipe. Ci racconta poi della gratitudine che nutre per le persone che hanno creduto in lui ed in particolare per Milena Gabanelli che gli consegnò nel 2017  la conduzione della già affermata ed autorevole trasmissione “Report”, e per Roberto Morrione, fondatore di RAI News 24, che per primo ha creduto in lui e lo ha sempre difeso nei tentativi interni alla RAI di silenziarlo.

Ne “La Scelta” l’Autore coglie l’occasione per esprimere la sua gratitudine ad alcune donne incontrate nel corso della sua vita professionale, alle quali è rimasto legato anche affettivamente. A volte il lavoro ha prevalso sulla costruzione di un rapporto stabile e questo aspetto “intimo” ce lo racconta attraverso le parole di Emilia:

“qualcosa si è rotto. L’ho sentito in questi giorni. Oggi è venuto fuori. Ti lascio libero. Anche se lo sei sempre stato. Ma sono certa che la mia uscita di scena ti faciliterà molte cose. ..

Tu vali. Molto. Prova a fare, del tempo che verrà, un progetto vero.

Emilia

Sigfrido Ranucci, giornalista e scrittore, ha realizzato numerose inchieste sulle stragi di mafia tra le quali l’ultima intervista al giudice Paolo Borsellino. Laureato in Lettere alla Sapienza, ha iniziato la sua carriera lavorando a Paese Sera. Nel 1989 è passato al TG3 dove si è occupato di cronaca, attualità e sport, ma è stato anche inviato nei Balcani e a New York per l’11 settembre 2001. 

Nel 2001 e 2002 ha vinto il primo “Premio per l’informazione Internazionale Satellitare” con un’inchiesta sul traffico di rifiuti radioattivi. Nel 2005 ha vinto il Premio “Ilaria Alpi” per l’inchiesta “Servitù Militari”. 

Sempre nel 2005 ha realizzato “Fallujah, la strage nascosta”, un’inchiesta che ha fatto il giro del mondo e che denunciava l’utilizzo del fosforo bianco da parte dell’esercito americano sui quartieri della città irachena. 

Dal 2017 ha sostituito Milena Gabanelli alla conduzione della trasmissione RAI di inchiesta “Report”.

Amedeo Borzillo

I quarant’anni di Ballo di famiglia di David Leavitt, di Amedeo Borzillo

Il libro di David Leavitt  “Ballo di Famiglia” compie quarant’anni: fu infatti pubblicato nel 1984 (in Italia nell’ 86 da Mondadori con la traduzione della compianta Delfina Vezzoli), quando l’autore aveva poco più di vent’anni e stava laureandosi a Yale in composizione creativa.  Esordire così giovani oggi può sembrare un caso raro, soprattutto in Italia, ma a metà degli anni Ottanta negli Stati Uniti furono pubblicati con successo numerosi scrittori under 30, tra i quali autori del calibro di Jay McInerney, Bret Easton Ellis, Susan Minot e lo stesso Leavitt.

In questi quarant’anni di attività Leavitt ha pubblicato una ventina di opere tra romanzi e raccolte di racconti, ma fu proprio “Ballo di Famiglia”, il suo libro d’esordio, a consacrarlo tra i maggiori autori americani contemporanei. 

Qui Leavitt racconta, in nove storie di normale quotidianità, l’ infelicità e le insoddisfazioni della middle class americana, il malessere e la malinconia dei microcosmi familiari tra tormentati rapporti genitori-figli, malattie, precarietà nelle relazioni, sessualità rivelate, offrendoci una prospettiva coinvolgente sulle dinamiche all’interno della famiglia e sulle sfide, le sconfitte, i fallimenti che i suoi personaggi si trovano ad affrontare. 

La scrittura di Leavitt è raffinata e si presta a descrizioni dettagliate senza risultare prolissa; è  impeccabile, ricca di dettagli e colma di emozioni. La narrazione è complessa e interessante e i dialoghi sono vividi e realistici, rendendo ogni personaggio estremamente credibile, ciascuno col proprio bagaglio emotivo.

L’autore riesce a trasmettere autenticità ai lettori grazie al modo di trattare temi delicati senza mai abusare con la tristezza da infondere alle sue storie. Semmai avvertiamo gioia di vivere quando ci lascia entrare in matrimoni infranti, in famiglie al limite della frantumazione, nelle contraddizioni delle persone open minded al momento della prova, nei sentimenti traditi, negli outing sofferti, nella prigione del rapporto madre-figlio, ma sempre segnando l’aspetto della relazione affettiva, dei sentimenti compressi o negati anziché dichiarati.

Leavitt rivela le ipocrisie e le manchevolezze delle famiglie apparentemente normali, i silenzi e le occasioni perdute, le assenze e le lacune, quasi volesse suggerire una strada, un percorso e una via di fuga che superi, come ad esempio nel caso del tema dell’omosessualità, l’apparente accettazione del contesto familiare per poterlo proiettare all’esterno senza ipocrisie. 

Fernanda Pivano, da sempre innamorata della letteratura d’ oltreoceano, lo definì “postminimalista” in un articolo apparso il 5 febbraio 1986 sul “Corriere della Sera”: il termine venne ripreso e accorciato in “minimalista” e David Leavitt e altri giovani scrittori degli anni ’80 furono appunto etichettati come “minimalisti”:  un gruppo eterogeneo ma che aveva una sorta di filo conduttore che li legava, ovvero la voglia di raccontare delle storie, magari anche minime, ma con un linguaggio che dava nuova linfa alla narrativa, con un rifiorito interesse per il racconto, la short story. 

E a questo riguardo non si può non citare quello che possiamo considerare un padre nobile di questa scena letteraria, Raymond Carver (che ha però sempre preso le distanze da quegli scrittori), e in modo particolare un’altra raccolta di racconti del 1983 che diviene quasi un “manifesto” di un genere, “Cattedrale”, che insieme a  “Ballo di Famiglia” diventa il punto di riferimento della scrittura minimalista.

Leavitt, attualmente  docente di lettere inglesi alla University of Florida dove insegna nel programma di scrittura creativa,  ha avuto un grande successo editoriale (in Italia, dove risiede per lunghi periodi, ha venduto moltissimo) e da due suoi libri,” Il voltapagine” e “La lingua perduta delle gru” sono stati tratti omonimi film.

L’editore italiano SEM ha ripubblicato le opere di Leavitt, tra cui nel 2021 Ballo di Famiglia per la traduzione di Fabio Cremonesi.

Amedeo Borzillo

Le cattive di Camila Sosa Villada: un atto lirico di resistenza di Gigi Agnano

“Conflittuale, radicale, pieno di speranza, Le cattive fa una delle cose più importanti che un libro (o una vita) possa fare. Guarda tutte le macerie e la sporcizia e si chiede: “Possiamo ricavare qualcosa di bello da questo?”

Keiran Goddard

Non vorrei sbagliarmi, ma credo che Monica Acito sia stato lo “sponsor” più appassionato in Italia de Le cattive dell’attrice e scrittrice argentina Camila Sosa Villada, edito qui da noi da Sur circa due anni fa (il libro è del 2019 col titolo originale Las Malas). Così, anche per la stima immensa che provo per l’autrice di Uvaspina, sono andato in libreria per prenderne una copia. Ed è successo che mi sia innamorato anch’io di questa confraternita di trans che fa la ronda al Parco Sarmiento di Córdoba, la seconda città più grande dell’Argentina.

 “Il Parco Sarmiento si trova nel cuore della città. Un grande polmone verde, con uno zoo e un parco divertimenti. Di notte si fa selvaggio. […]. Ogni notte le trans riemergono da quell’inferno di cui nessuno scrive, per restituire la primavera al mondo. Insieme al gruppo di trans c’è una donna incinta, l’unica nata femmina fra tutte loro. Le altre, le trans, hanno trasformato sé stesse per diventarlo. Nel clan delle trans del Parco, quella diversa è lei, la donna incinta che ripete sempre lo stesso scherzo: toccare di sorpresa le trans in mezzo alle gambe. L’ha appena rifatto e tutte ridono a crepapelle.”

Il romanzo, che è nel contempo una favola e una testimonianza del dolore dei transessuali, si apre con una protagonista senza nome (che presto capiremo essere  Camila) che spia delle prostitute trans col desiderio di essere ammessa nella loro comunità. Dice che si muovono come un branco ed è proprio in quel branco che alla fine viene accolta con gentilezza da zia Encarna, la matriarca, vecchia di centosettantotto primavere, anni in cui ha in qualche modo imparato e insegnato a sopravvivere, madre putativa di tutti i travestiti del Parco, loro riparo e consolazione.

“Di botte La Zia Encarna ne ha prese tante, stivali di poliziotti e clienti hanno giocato a calcio con la sua testa e anche con i suoi reni. Al punto che le capita di pisciare sangue. Per questo nessuno si preoccupa quando se ne va, quando le lascia, quando risponde alla sirena del proprio destino. Si allontana un po’ confusa, martoriata dalle scarpe alte di plastica dura che ai suoi centosettantotto anni si fanno sentire come un letto di chiodi. Cammina con difficoltà sulla terra secca e le erbacce incolte, attraversa avenida Dante come un sibilo verso la zona del Parco dove ci sono rovi e scarpate e una grotta in cui i finocchi vanno a darsi baci e consolazione, e che hanno ribattezzato La Grotta dell’Orso. Qualche metro più in là c’è l’Hospital Rawson, l’ospedale che si occupa delle infezioni: la nostra seconda casa.”

Ora accade che, nella notte stessa in cui Camila entra nel gruppo, si avverta nel parco un suono insolito che assomiglia assai al gemito di un bimbo. Le trans si avvicinano con curiosità, sembrano “un’invasione di zombi” e scoprono un neonato ancora sporco di sangue abbandonato in un fosso. Zia Encarna lo salva e lo porta a casa (“In quella casa trans, la dolcezza può ancora impaurire la morte. In quella casa, perfino la morte può essere bella”). Nella “pensione più frocia del mondo, il posto che tante trans ha accolto, nascosto, protetto, ospitato nei momenti di disperazione”, il bimbo viene battezzato – lo chiamano “Lo Splendore degli Occhi” – e allevato con l’aiuto e l’amore della famiglia di travestiti. 

“Lo Splendore degli Occhi, battezzato in primavera, fu il preferito delle trans, il bambino che ricevette più doni dalle regine maghe, per le quali anche la cosa più semplice ed economica aveva un’aura sacra. Il bambino trovato in un fosso, figlio di tutte noi, le figlie di nessuno, le orfane come lui, le apprendiste del nulla, le sacerdotesse del piacere, le dimenticate, le complici. Battezzato da una puttana paraguayana vestita come una predatrice dalla testa ai piedi, che gli soffiò benedizioni in faccia, che raccolse con le sue unghie finte le lacrime versate da alcune di noi e con quelle lacrime benedisse la fronte del bambino.”

Il bambino cresce in fretta, ma col passare del tempo diventa sempre più difficile per Zia Encarna tenerlo lontano dallo sguardo della gente, che non permette a un travestito di prendersi cura di un bambino. Come previsto, il quartiere va in grande agitazione quando ha la conferma che la vecchia matrona sta crescendo un figlio e inizia a molestarla con graffiti sui muri di casa, pietre lanciate contro le finestre e minacciose lettere anonime.

“La polizia farà ruggire le sirene, sfodererà le armi contro le trans, strilleranno i telegiornali, prenderanno fuoco le redazioni, protesterà l’opinione pubblica, sempre propensa al linciaggio. L’infanzia non è compatibile con le donne trans. Per quella gentaglia, l’immagine di una trans con un bambino fra le braccia è un peccato capitale.”

Per poter portare Lo Splendore degli Occhi a scuola, Zia  Encarna si fa crescere i baffi e si veste da uomo, rinuncia così ad un’identità faticosamente conquistata, ma, nonostante ciò, gli attacchi e le umiliazioni continuano a diventare sempre più ricorrenti ed estremi anche contro il bambino. Risulta facile a questo punto intuire il tragico epilogo del romanzo che lascio scoprire al lettore. 

Camila Sosa  Villada, nata nel 1952, transgender, ex prostituta e ambulante, ha lavorato in radio, ha fatto teatro e ha cantato in alcuni bar prima di diventare scrittrice e attrice cinematografica e televisiva affermata. Si definisce una “miracolata” visto che in America Latina l’aspettativa di vita delle persone trans va dai trentacinque ai quarantuno anni (Non ho trovato il dato in Italia, ma da uno studio olandese condotto ad Amsterdam tra il 1972 e il 2018, emergeva un rischio molto più alto di mortalità prematura per le persone transgender “determinato in primo luogo dalla mancata accettazione sociale”. Sarebbe interessante conoscere il parere su questi temi dei neoeletti premier argentino e olandese – Javier Milei e Geert Wilders -, ma anche del Papa argentino o del nostro Presidente del Consiglio. Che ne sarà in Argentina della legislazione progressista, pionieristica per gli anni Duemila sui diritti dei trans, sui matrimoni tra persone dello stesso sesso, sulle unioni civili, sulle quote di lavoro per le persone transgender dopo l’elezione dell’”anarco-capitalista” Milei?). Camila Sosa Villada definisce “genocidio” il massacro dei trans perpetrato nelle società tradizionaliste latinoamericane per colpa di comportamenti intolleranti che hanno un elevato costo in termini di salute e integrità personale.

E sono proprio le discriminazioni e l’estrema violenza di cui sono vittime i travestiti quello che si racconta nel suo toccante romanzo d’esordio. I corpi, veri protagonisti della storia, sono mostruosi (ma il vero mostro è la società che quei corpi li mortifica, li brucia, li fa scomparire), considerati subalterni e, in quanto tali, suscettibili di qualsiasi violazione, sfregio, taglio, frattura, livido.

Eppure la presenza di quei corpi martoriati, di quelle esistenze marginali nel mondo dei “normali” non solo mette in discussione i fondamenti del sistema machista etero-patriarcale, ma riconfigura anche alcune delle istituzioni sacre di detto sistema, come la maternità o la famiglia (che nel racconto sono la tenera maternità di Zia Encarna, più madre della madre biologica che ha abbandonato il bambino, o la “vera” famiglia dei trans di parco Sarmiento che crescerà con amore il bambino: “il titolo di famiglia non bastava per loro. A unirli era un amore molto più grande, era tutta la comprensione di cui un essere umano è capace”).

Un romanzo in gran parte autobiografico: Camila di giorno studentessa universitaria e di notte prostituta, il ricordo dei primi travestimenti, gli eventi dell’adolescenza segnati dall’ incomprensione, la delusione della madre e le cinghiate del padre alcolizzato, la cosmesi, i primi trucchi, il rossetto rubato e nascosto, la prostituzione a partire dai 18 anni e i furti ai clienti per sbarcare il lunario, il distacco dalla famiglia e dalle convenzioni sociali, il contatto con gli altri trans e la scoperta di una comunità migliore, più solidale, ecc… La novità di questo libro è che le tematiche relative ad identità sessuali minoritarie e le relative manifestazioni di denuncia e di dissidenza non sono più narrate in maniera generalmente stereotipata da una prospettiva ovvero da un osservatore “esterni” (cosa piuttosto diffusa nella narrativa mondiale), ma documentate “dall’interno” perché Le cattive è un romanzo scritto da un travestito, da uno che racconta nei dettagli un mondo in gran parte sconosciuto e spesso distorto.

Le cattive – come va di moda dire – è “autofiction” (quale romanzo non lo è?) con sprazzi di realismo magico, di una magia seducente e delicata, di una tenerezza autentica che pervade anche le pagine più dure. Aldilà dei canoni letterari, Villada disegna personaggi fantastici come l’Uomo senza testa, il rifugiato somalo decapitato invaghito di Zia Encarna; o Maria la Muta, che si trasforma progressivamente in uccello, con le piume che le crescono lentamente sulla colonna vertebrale, sulle braccia, che finirà rinchiusa in gabbia (“la nostra sorella più libera, che poteva volare dove voleva”); o la Machi, l’indomita paraguayana che aveva strappato con un morso il pene ad un poliziottto, oracolo, strega e fata delle puttane,  che di notte diventa lupo. Questi personaggi servono alla Villada per dare al romanzo un tono mitico e fiabesco, per attenuare la crudeltà del reale e sorridere del dolore. Alle aggressioni di una società transfobica, Camila oppone la luce della poesia, il desiderio, la gioia di vivere, la solidarietà delle ragazze di Parco Sarmiento, per cui “il dolore di una è il dolore di tutte”. “Hai diritto di essere felice” è la lezione di Zia Encarna che Camila sente il dovere di raccontare come fosse un atto di resistenza. Un atto lirico di resistenza. E nel più generale pessimismo della trama, su uno sfondo terribile e crudele, alcune di queste donne in rarissimi casi (Camila ne è un esempio) riescono a crearsi spazi di vita e di futuro sostenibili. 

Brillante e acuto, lucido e delirante, umano e profondo, Le cattive è stato un successo editoriale con migliaia di copie vendute, traduzioni e premi anche internazionali. Non è solo un perfetto esempio di letteratura che dà visibilità e voce a coloro che non ne hanno, ma la sua qualità in termini letterari, nel mix ben equilibrato di reale ed immaginario, di epico ed elegiaco, è tale da trascendere il suo tema principale. Il fatto che si tocchino argomenti al tempo stesso così intimi e autobiografici ma anche “politici” non delegittima infatti il suo sguardo letterario. Alla fine di questo magnifico romanzo Camila Sosa Villada, grazie a una prosa delicata, forte e poetica, lascia al lettore l’emozione e l’inquietudine dei grandi romanzi latinoamericani. 

Gigi Agnano

Olga Tokarczuk e il grande viaggio di Jakub di Gigi Agnano

Secondo la Kabbalah medievale spagnola «Dio creò le lettere dell’alfabeto, perché avessimo la possibilità di raccontargli la Sua creazione». 

Pubblicato finalmente in Italia da Bompiani a settembre di quest’anno  (il libro è uscito in Polonia nel 2014), il romanzo di Olga Tokarczuk, premio Nobel per la Letteratura del 2018, ha molti aspetti che lo rendono speciale, a cominciare dalle dimensioni imponenti, 1114 pagine con la numerazione invertita quale omaggio all’uso ebraico. Speciale anche per la tematica di cui s’interessa: una setta di eretici ebrei, i frankisti, che professarono, a metà del Settecento, la pratica degli “Atti contrari” alla religione ufficiale – tra cui l’incesto, la sodomia, la poligamia, mangiare cibi non kosher, ecc… -, con lo scopo di degradare l’umanità e “stimolare” la venuta del Messia.

In particolare, l’autrice racconta, attraverso vari narratori, le vicende di Jakub Joseph Frank (1726-1791), nato in Podolia (attuale Ucraina Occidentale, all’epoca Regno di Polonia), sorprendente e scandaloso mistico nomade anti-talmudista, che fu considerato il Lutero del mondo ebraico e che, dopo essersi dichiarato Messia e aver trascorso 13 anni di carcere per eresia sovversiva, una volta libero, guidò la sua comunità di adepti tra l’Europa Centrale e la Turchia.

Un “romanzo storico sorretto dall’immaginazione”, ricco, erudito, che è costato all’autrice un impegno folle di otto anni di lavoro e di ricerche; un’epopea messianica, a tratti donchisciottesca, capace d’immergere il lettore in quel mondo particolarmente variegato per lingue e culture dell’Europa centrale di metà XVIII secolo, investita dal vento della filosofia illuminista. Di pagina in pagina, se da un lato si sprofonda nelle tragedie del tempo, le guerre, i pogrom, dall’altro si gode dello sfarzo e dell’allegria dei matrimoni di paese, delle descrizioni pittoriche di vecchi e bambini, delle atmosfere di mercati esotici, degli odori delle cucine e dei sapori della selvaggina esposta come in una natura morta.

Un romanzo “vagabondo” (per riprendere il titolo del libro più famoso della Tokarczuk), on the road, che ci porta attraverso strade solitarie e polverose di Ucraina, Polonia, Turchia, Grecia,  Romania, Germania, tra l’Impero Ottomano e l’Asburgico; o per vicoli di grandi città come Smirne, Leopoli, Varsavia, Vienna, o di piccole come Brunn ( la Brno di oggi), Czestochowa, Rohatyn, Busk, Lanckorun, Podhajce, Glinna, Miedzyboz. Dove il cammino è fatica, peripezie, scoperta di luoghi inesplorati, ma anche metafora del diffondersi e dell’avanzare di nuove idee, del passaggio da una vecchia era ad una nuova. Romanzo-esperanto, dove si incontrano e s’intendono il polacco e il rumeno, il tedesco e il ladino o il turco.

Un romanzo-fiume realista ma intriso di magia, sospeso tra storia e finzione, tra letteratura e ricerca mistica; arduo per ampiezza e per i riferimenti alla tradizione yiddish o all’esegesi di testi come il il Talmud, lo Zohar («Libro dello Splendore»), l’Antico Testamento, la Cabala; ma affascinante e originale nella sua capacità di generare riflessioni, dilemmi sull’origine del mondo, sulla genesi del bene e del male, sull’intolleranza e i massacri e le modalità con le quali si sopprimeva e si tende ancora oggi a sopprimere ogni forma di “deviazione”, su come si possano creare in una società le condizioni per l’avvento di nuovi messia.

Un romanzo, che, per quanto stia provando in questi righi a inquadrare in un genere, è difficile anche da riassumere per la complessità della trama e per la quantità dei personaggi coinvolti, figuriamoci se si lascia ingabbiare in un registro letterario!

Un romanzo, infine, che non si fa fatica a considerare come uno dei colossi letterari più sconvolgenti e maturi di questo secolo, per la lingua estremamente poetica, per la ricchezza espressiva e per la capacità di portare in alto e arricchire il lettore dal punto di vista intellettuale, spirituale e letterario.

Gigi Agnano