Francesco Aloia: “Questo sangue masticato” (Nutrimenti), di Daniela Marra

Notre vrai moi n’est pas tout entrier en nous

 ( Jean-Jacques Rousseau ) 

Questo sangue masticato è il libro con cui esordisce nella collana Greenwich di Nutrimenti Francesco Aloia, giovanissima voce letteraria, originario di Marano, provincia napoletana, in cui ambienta il suo romanzo. 

Francesco presto va via dalla sua terra e se ne va perché non è il suo futuro rimanere.  Ma è di questa terra che racconta, del legame profondo che agita le viscere, delle radici, del sangue inquieto che non ha chiesto, ma che gli appartiene e si trasmette di generazione in generazione, segnando irrimediabilmente i destini di una famiglia. E il sangue si mastica ma non si sputa, come recita un proverbio, anche a costo di morirne. È arrogante, imperioso e non ammette consolazione.   

La voce di Francesco è una voce potente, una sirena come quella di Lello che può strappare il silenzio o unirsi alla festa, ma in ogni caso non passa indisturbata. Lo scrittore fa i conti con l’estraneità, con una generazione che non gli appartiene, vissuta con smarrimento intermittente. I racconti che si rincorrono alla tavola degli Orlando, da dove emerge la titanica figura del nonno, che non ha mai conosciuto, lo connettono ad un passato lontano, disperato e spaventoso. Ed è con Tanino ‘e Bastimento, all’anagrafe Carlo Gaetano Orlando, che il giovane si confronta, cercando di tracciare un autentico perimetro per questo sangue che gli appartiene. Il nonno è una figura straripante intorno alla quale vortica la vita delle generazioni del prima e del dopo. Figlio di Angelo Orlando, sindaco di Marano, Tanino ha trascorso gran parte della sua vita tra una condanna e un’altra, tra carcere e libertà.  Considerato dalla cronaca del tempo come sicario di Pascalone ‘e Nola, famoso capo camorra, scontò la doppia pena tra l’angoscia delle sbarre e l’ irriconoscenza del delitto d’onore. Perché lui gli ordini non li prendeva da nessuno e non voleva essere chiamato sicario. È possibile che nel sangue si possa essere cristallizzato quello sparo? Un sangue poi passato di generazione in generazione fino ad oggi e con cui prima o poi bisogna fare i conti? L’autentica voce fresca, spudorata e limpida di Francesco Aloia forse nasce proprio dall’esigenza catartica di confrontarsi con questo passato e nutrendosi del racconto collettivo ne restituisce una visione personale. In lui vive la decisa volontà di ricucire i brandelli di un ritratto che è un’immagine altra in cui specchiarsi.  Nessuna colpa, nessuna condanna o assoluzione per Tanino, solo l’imprescindibile necessità di trovarsi faccia a faccia con lui, fino alla fine. Non è un caso che l’ultima parte del libro si intitoli Ultimo duello.

 “Se tra le piaghe del tempo ci fosse un nodo anomalo, un punto in cui i tempi confluiscono e il presente fosse l’unica grandezza possibile, il nostro incontro sarebbe realizzabile. So che non esiste niente del genere, si parla poco più che di fantascienza, ma forse c’è un altro modo. Mettiamo caso che…”

Tanino, ma credo ancora più il sangue che ha in corpo, è maledetto, ed è colpa dell’unica forza che governa il mondo per gli Orlando, il fato, il destino, la Provvidenza, la sola a cui si deve obbedire, la sola che non si può contraddire. Nessun eroismo per il nonno, se non quello di essere un eroe tragico trapassato dal dolore e dal fato, nessuna soddisfazione nella descrizione di una periferia criminale tra miserie e peccati, nessuna condanna da parte dell’autore. L’impianto narrativo ne risulta autentico, anche se il punto di partenza è una ricostruzione immaginativa. Del resto lo stesso Aiola mette le “mani avanti” nella piccola prefazione, e quindi Amen: ‘a verità vera nun esiste. Attenzione, però, questo non significa affatto che l’autore sia portatore insano di menzogna, o peggio che non risulti credibile al lettore. Al contrario Aiola si distingue per una voce autentica e consapevole. Non cerca a tutti i costi l’approvazione del lettore o il turbamento,  si mette in gioco fino alle ultime pagine senza vanità. Racconta e si racconta senza filtri, senza fronzoli e spettacolarizzazioni. Senza l’ipocrisia per uscirne “pulito” restituisce l’immagine di una terra vera, inquieta, e di una costellazione familiare, dove ogni persona sembra essere un Arcano Maggiore dei tarocchi, le carte che hanno scritto dentro il destino: Raffaele, il prode;  Elena, la solitaria; Valencia, la spatriata; Enza, il bastone e così via. Ogni carta è insostituibile e intimamente necessaria. E il gioco vorticoso dei racconti, degli incontri, delle belle giornate e delle questioni insostenibili, si svolge in un luogo-persona. La tavola della terra, dove la famiglia si riunisce da generazioni guardandosi in faccia e riconoscendo quel sangue masticato. È luogo proustiano di attraversamento del tempo, di smistamento di destini, di intrecci di visoni sul mondo e sulle cose tristi, banali, miserabili. I confini si fanno labili, ed è come trovarsi in una specie di limbo, alla tavola tra i morti e i vivi, su una terra dove le cose non cambiano e come scrive l’autore forse non c’è bisogno che cambino, perché c’è qualcosa di caldo nella lentezza di questa città, che non va mai avanti e si deteriora soltanto, come le persone che la abitano e che ritrovo volta dopo volta, uguali ma un po’ più stanche, come se nessuno dormisse da settimane, come se qui l’aria fosse più densa, più difficile da buttare nei polmoni e risputare fuori.

Scheda Nutrimenti

O sang se mazzeca ma nun se sputa, il sangue si mastica ma non si sputa. Nel suo romanzo d’esordio Francesco Aloia fa i conti con il passato e la famiglia, tenendo bene a mente l’insegnamento di sua nonna Ada. Dopo essere volato altrove e aver trovato la sua strada, lungo un’estate nei luoghi della sua infanzia fa i conti in particolare con un nonno “ingombrante”, Tanino ’e Bastimento, uomo d’onore che, dopo un paio di omicidi e molti anni di galera, dopo aver sfidato un boss di camorra, ora deve affrontare “in assenza” un ultimo duello, quello con suo nipote. Una storia intensa e complessa che, senza scorciatoie e banalizzazioni, disegna il ritratto di un mondo e di una cultura di relazioni umane, attraverso una lingua esatta e mai banale.  

Tanino ’e Bastimento, all’anagrafe Carlo Gaetano Orlando, è nato nel 1930 a Napoli, ma è vissuto per lo più a Marano, paese della provincia napoletana sconosciuto ai più fatta eccezione per il pane e per la chiesa di San Castrese.
Figlio di Angelo Orlando, sindaco di Marano e meglio noto come il Mastrone, e di Elena Insegna, ’a Valencia, Tanino ha passato buona parte dei suoi sessantotto anni di vita tra il carcere di Poggioreale e i più disparati penitenziari d’Italia: da Forte Longone a Viterbo, da Benevento a Valdastico. Negli anni di libertà, tra una condanna e l’altra, è stato anche un marito devoto alla sua Ada, padre di sette figli, nonno di svariati nipoti e, soprattutto, non ha mai smesso di essere fedele al suo credo: «Di ordini ne prendeva solo dal destino e da nessun altro».
Ed è il destino a decidere sempre per lui. Fin dalla traiettoria deviata di un proiettile nel 1949, e di un altro ancora nel 1955.

Francesco Aloia è uno dei nipoti di Tanino e suo nonno non l’ha mai conosciuto. A più di vent’anni dalla morte di ’e Bastimento, ha sentito però la necessità di ricostruirne la vicenda con lucidità e precisione, inserendola nella più complessa e intricata storia di famiglia e in quella di un paese, Marano, che non ha mai dimenticato.

Daniela Marra

 

Mark Kurlansky: Merluzzo (ed. Nutrimenti, trad. Giuseppe Bernardi) – Storia del pesce che ha cambiato il mondo di Gigi Agnano

Ma davvero si può parlare con entusiasmo di un saggio sul “Merluzzo”? Che cosa rende questo libro così attraente?

Innanzitutto Mark Kurlansky, giornalista americano classe ’48, ci dà un’interpretazione bizzarra, ma, a pensarci bene, condivisibile: il merluzzo ha cambiato la Storia del Mondo. Un’esagerazione? Beh, l’autore ne cita tanti di esempi, a partire da quello di Eirik il Rosso e dei Vichinghi, che nel Decimo Secolo, ben prima di Colombo, difficilmente sarebbero arrivati dalla Norvegia in Islanda, per poi spingersi in Groenlandia e nel Nord America, se non avessero “inventato lo stoccafisso”, cioè imparato ad essiccare il merluzzo appendendolo nell’aria gelida invernale. Quel cibo non deperibile, che è poi un concentrato di proteine, avrebbe sfamato i pescatori nelle lunghe traversate atlantiche, generalmente alla ricerca dei banchi di pesce, che i Vichinghi avevano cominciato a commerciare in tutto il Nord Europa. 

Anche i successi commerciali nel Medioevo dei Baschi, che si spingevano in mari ancora più lontani a caccia in primis di balene, difficilmente si sarebbero realizzati senza la salatura del merluzzo (ecco a voi il “baccalà”!) che consentiva di portare a bordo adeguate scorte di cibo. 

Ma anche gli spagnoli e i portoghesi considereranno il merluzzo strategico, essendo un nutrimento a buon mercato e di alta qualità per gli equipaggi delle navi dirette sempre più di frequente nel Nuovo Mondo a fini commerciali o di scoperta. In Africa Occidentale, gli schiavi venivano scambiati con stoccafisso e baccalà. E, una volta arrivati in America, venivano sostentati con merluzzo salato scadente (il piatto caraibico più diffuso è ancora oggi il baccalà col riso).

E potremmo continuare con gli esempi, che poi sono quelli che troverete nel libro, per capire quanto abbia inciso il merluzzo sulla nostra Storia e su quello che siamo diventati.

Ma il merluzzo, come ci dice Kurlansky, può essere visto anche come l’emblema di una grande crisi nel rapporto tra l’uomo e la natura. Infatti, già alla fine dell’Ottocento, a causa di tecniche di pesca e motori sempre più sofisticati e potenti, cominciavano ad evidenziarsi i primi segni di spopolamento del merluzzo. Ma purtroppo l’abbondanza di pescato non ha comportato fino ai giorni nostri misure per evitarne il depauperamento. Oggi Paesi come l’Islanda e la Norvegia hanno finalmente imposto talune limitazioni per consentirne il ripopolamento, ma è assai probabile che queste misure possano risultare tardive, un po’ come tutte quelle che riguardano l’ambiente. In Canada e negli Stati Uniti – i banchi di Terranova erano tra i più prosperi al mondo – quelli che erano stati importanti porti di pesca sono diventate città fantasma a conferma dell’esaurimento del merluzzo.

Ma nel libro troverete anche – e questa potremmo considerarla una contraddizione con le istanze ambientaliste dell’Autore – seicento anni di più o meno gustose, ma senz’altro economiche e fantasiose ricette a base di merluzzo, carne bianca, delicata e friabile. A partire da quella del 1375 di Taillevent Le Viandier che lo cucinava con senape e burro fuso. Oppure il baccalà norvegese ammorbidito nella liscivia o la ricetta britannica d’inizio ottocento della testa di merluzzo arrosto con un po’ di sale e di noce moscata, qualche chiodo di garofano e del fegato pestato con burro e due rossi d’uovo. O ancora potrebbe venirvi voglia di provare le fette di fegato impanate con le uova di merluzzo fritte descritte da Joyce nell’Ulisse come colazione di Leopold Bloom che, come si sa, mangiava con gusto le interiora delle bestie e degli uccelli.

Inoltre, il libro è una lettura piacevolissima perché fornisce digressioni intriganti su argomenti che incuriosiranno il lettore, come il contrasto nel Cinquecento tra l’Inghilterra e i tedeschi della Lega Anseatica per i diritti sul merluzzo islandese; o gli accordi internazionali per accaparrarsi il sale e la definizione delle tasse sul sale stesso, le gabelle, particolarmente invise al popolo da portare alla Rivoluzione francese. Oppure i traffici che partivano dal New England per arrivare a Bilbao dove si vendeva il pesce migliore; poi le navi ripartivano per le Indie occidentali dove si vendeva quello scadente per comprare zucchero, tabacco, cotone da riportare a Boston e in Occidente. Per arrivare fino a quella che la stampa britannica definì “la guerra del merluzzo”, combattuta per fortuna senza spargimenti di sangue tra Islanda e Inghilterra tra il 1958 e il 1976 per l’accesso privilegiato alle zone di pesca.

Infine, Merluzzo è un libro che vi farà viaggiare (Paesi Baschi, Bretagna, Scandinavia, Isole Faroe, Islanda, Groenlandia, Labrador, Terranova, Nuova Scozia, ecc…), un racconto di esplorazioni (Vichinghi, Colombo, Caboto…), di barche (a due, a tre alberi con timone a barra, i vascelli, gli schooner, le dories, i pescherecci a motore), di tecniche di pesca (il palamito, lo strascico da fondale, i sonar) e di lavorazione del pescato (a bordo, congelazione).

Il libro di Mark Kurlansky è, allo stesso tempo, affascinante e preoccupante. Nessuno avrebbe immaginato fino a qualche decennio fa che il pesce più abbondante, resistente e prolifico sarebbe potuto un giorno scomparire dai nostri mari. Eppure sembra che questo sia il destino del merluzzo, colpevole soltanto di piacerci troppo e di avere tra i suoi predatori l’uomo. Non ci resta che sperare che il buon senso dei governi, ma anche di tutti noi consumatori, coniugato con la scienza, salvi il merluzzo se non altro per salvare noi stessi. E questo libro è l’ennesimo monito, purtroppo finora inascoltato, a riconsiderare con urgenza i comportamenti sconsiderati e irresponsabili della razza umana nei confronti della natura.

Gigi Agnano