Intervista a Pino Imperatore di Cristina Marra

Con “Tutti matti per gli Esposito” (Salani) la fortunata saga di Pino Imperatore giunge al terzo romanzo. Dopo il successo della trasposizione teatrale e cinematografica, la famiglia più famosa del rione Sanità è stata protagonista della rassegna Ponti-Bruchen nella sua tappa napoletana. Promossa dall’ambasciata tedesca e curata da Vins Gallico, sceglie Pino Imperatore come scrittore espressione della narrazione partenopea e lo abbina alla altrettanto nota Brigitte Glaser autrice della serialità con protagonista la cuoca Katrina. In “Tutti matti per gli Esposito, la famiglia capeggiata da Tonino, impacciato e pasticcione erede del boss del rione Sanità, si ritrova a fronteggiare le restrizioni della Pandemia.

Vins Gallico, Brigitte Glaser, Cristina Marra e Pino Imperatore (ph. Ciro Orlandini)

Nel panorama letterario italiano io ti considero un unicum per la particolarità con cui infarcisci le storie di umorismo. Il tuo è un realismo comico. Quanto ti senti uno scrittore randagio?

«Su una scala da uno a cento, dico ottanta. Il venti per cento è costituito dall’umorismo: una costante alla quale non rinuncio mai. Per il resto, mi muovo in libertà in tutti gli spazi in cui la mia creatività può correre a briglia sciolta. Amo esplorare territori nuovi, scoprire piste narrative inedite, sperimentare, amalgamare i generi. Alla letteratura stanziale preferisco quella raminga. Se restassi fermo nello stesso posto, morirei di monotonia. Sono un nomade della scrittura».

 Con la serie degli Esposito ridicolizzi la camorra e la racconti dal basso. È un modo per indebolirla?

«Per indebolirla e per far capire quanto sia già intrinsecamente malata. Dietro la propria facciata cruenta, la criminalità nasconde un modello sociale e comportamentale dominato dall’ignoranza, dalla volgarità e dalla grettezza. Con un camorrista-tipo puoi al massimo discutere di musica neomelodica, del risultato di una partita di calcio o dell’ultimo video cafone apparso su TikTok. Appena esci fuori da questo recinto cognitivo e magari gli chiedi un’opinione sul riscaldamento globale, ti guarda col labbro pendulo come se avesse visto un alieno e suda come se si trovasse all’interno di un altoforno».

Il romanzo “Tutti matti per gli Esposito” inizia il 2 gennaio 2020. Come sei riuscito a far ridere anche sul Covid? Com’è cambiata la vita degli Esposito con la pandemia e le restrizioni?

«Ogni tragedia contiene in sé una commedia; l’abilità di un umorista sta nel far emergere la seconda per mostrare le storture della prima. Nel periodo più drammatico dell’emergenza pandemica molti italiani si sono ingegnati a cercare stratagemmi per aggirare le restrizioni. La cronaca di quei giorni ci ha raccontato di persone che pur di uscire di casa hanno portato a spasso animali pseudo domestici: capre, cavalli, conigli, pappagalli, maiali. Tonino Esposito, protagonista del mio romanzo, non possedendo un cane, conduce al guinzaglio per il rione Sanità uno degli animali che vivono in cattività nella sua abitazione: un’iguana di grosse dimensioni. E quando viene fermato da un vigile, ingaggia con lui una battaglia dialettica che lo porta alla vittoria per sfiancamento».

Il cimitero delle Fontanelle è un luogo caro a Tonino. Perché ci va spesso? Che rapporto ha con la morte?

«Tonino utilizza un teschio del cimitero, quello del Capitano, come medium tra sé stesso e il mondo dei morti. Intrattiene con questa capuzzella fitti dialoghi che immancabilmente si concludono con la dura condanna, da parte del Capitano, della criminalità. La voce del teschio è allo stesso tempo immateriale e vera; è una voce di coscienza fatta di moniti, rimproveri, esortazioni; è la voce della legalità».

Tonino è un antieroe?

«Sì, perché non ha alcuna caratteristica dell’eroe archetipico: non ha coraggio né fortuna, non è bello, non è schierato dalla parte del Bene e ha una condotta morale equivoca. Perfino gli sforzi che compie per affermarsi nel mondo criminale, e che potrebbero farlo diventare un eroe in negativo, vanno inesorabilmente a picco».

Gli Esposito sono criminali mancati e i Vitiello, la famiglia dell’altra tua serialità sono detective mancati. In cosa si somigliano?

«I loro tratti comuni sono il brio, la vivacità, lo spasso. Sono comici, burloni, buffi. Per i loro comportamenti e il loro lessico fanno scattare in automatico la risata. Incarnano con spontaneità quello spirito di sopravvivenza che nel corso della storia ha aiutato il popolo partenopeo a risorgere da immani sciagure».

I tuoi romanzi sono pieni di coprotagonisti. È più difficile ma anche più divertente raccontare tante vite?

«La costruzione e la gestione dei personaggi è un’operazione letteraria assai delicata, soprattutto quando il numero dei protagonisti è elevato. Per raggiungere il giusto equilibrio tra i soggetti in azione bisogna lavorare sodo. Ma avere tanti coprotagonisti ha i suoi vantaggi: dà la possibilità di esplorare diversi punti di vista e di creare intrecci attraenti; arricchisce la narrazione, offrendo ai lettori una visione più ampia della trama; fa nascere colpi di scena inaspettati e interazioni interessanti. Se ben sfruttate, queste opportunità producono risultati straordinari».

Crimini, risate ma anche tanta cucina nei tuoi romanzi?

«Nelle mie storie la cucina è un riflesso della cultura e dell’ambiente in cui si dipana la trama, ma anche una metafora: in “Aglio, olio e assassino” i corpi delle vittime vengono “conditi” con sostanze alimentari che rimandano a significati nascosti. Napoli vanta una considerevole tradizione enogastronomica ed è un luogo in cui tante interazioni sociali avvengono intorno al cibo; è stato dunque inevitabile (e piacevole) per me operare in questo contesto. Mi auguro, da cittadino, che questo patrimonio si conservi intatto e riesca a resistere al “mordi e fuggi” del turismo di massa».

Romanzi, spettacolo teatrale e film al cinema: cosa riserverà ancora la serie degli Esposito?

«Forse una serie televisiva, chissà. Gli Esposito possono essere raccontati in tanti modi. Sono un caleidoscopio mutevole, un microcosmo sociale in continua evoluzione. Continueranno a raccontarsi all’infinito».

Cristina Marra

Intervista a Sebastiano Vilella per Lontano lontano (NPE) di Cristina Marra

Vilella è un randagio doc, autore e disegnatore dall’esperienza trentennale sa mirabilmente misurarsi con tutti i generi dal noir a sfondo politico alle biografie di artisti con uno stile originale e inconfondibile. 

Ha collaborato con le riviste Eureka, Frigidaire e Linus. Tra i suoi volumi : L’armadio di Satie, Il commissario italo Grimaldi, Friedrich, lo sguardo infinito .

Con Lontano lontano edito da NPE continua a sorprendere i suoi lettori con la capacità di sommare linguaggi, personaggi e luoghi in una sorta di summa artistica delle sue opere in cui si compie un viaggio di cui lo stesso autore è protagonista. 

Sebastiano, Lontano lontano già dalla copertina si presenta come un’opera sul doppio. E’ il tuo modo di vedere la realtà che diventa finzione e viceversa?

Questo racconto grafico nasce come forma di riflessione sui tanti anni, quasi quaranta, di attività dedicati al fumetto, ma se penso che in realtà non c’è un momento della mia vita che non possa associare ai fumetti, mi rendo conto che il tempo che prendo in considerazione è assai più ampio. Una riflessione è in sè una meditazione su quanto si cela in ciascuno di noi. E’ quella parte di noi ribaltata verso l’interno, che potremmo considerare “un doppio”, che si svincola da ogni regola, da ogni inibizione e si moltiplica, si sfaccetta all’infinito, come fosse specchio riflesso in uno specchio. Nel mio caso, molta parte di me è costituita dalle mie fantasie, dai miei racconti disegnati e dai miei personaggi ammonticchiati nell’arco di una esistenza. In sostanza anche io, come chiunque, sono la summa di ciò che si sa e si vede all’esterno, ma anche di ciò che si nasconde all’interno e che qualche volta libero attraverso l’esercizio creativo, nei miei racconti a fumetti e in generale nel mio fare artistico. Quella di creare storie disegnate, la considero una condizione personale ineliminabile, oltre che una attitudine forse anche un talento, ma è anche e soprattutto un offrirmi, soprattutto con questo libro, a chi ama seguire le mie fantasie a quadretti.

 Questo racconto, come è chiaro dalla dedica finale “ A te” è dedicato soprattutto ai miei lettori che hanno voluto seguirmi e vivere con me le mie fantasie in tutti questi anni. Lo faccio perciò attraverso una vicenda insolita ed enigmatica, forse la più eccentrica che ho mai realizzato, che vede coinvolti, molti dei miei personaggi a me più cari.

Il doppio è anche il passato che torna nel presente? Ritornano tutti i tuoi protagonisti da Grimaldi a Satie, sono appunto il tuo passato.

In qualche modo è così. Questi personaggi sono parte del mio percorso di autore, del mio passato, ma si affacciano continuamente nel mio presente e forse si aspettano di poter far parte anche di un prossimo futuro. Però è tutto così fluido, non c’è alcuna certezza nella loro incorporea esistenza che, a ben vedere non è poi tanto dissimile dalla mia, da quella di ognuno di noi, è la “materia dei sogni”. Succede infatti che il protagonista, l’autore della storia, che potrei essere io piuttosto che qualsiasi altro, si blocchi o si rifiuti di continuare la sua normale esistenza e nello specifico la sua attività di autore di storie a fumetti. Non è nel suo caso una crisi creativa, neanche un moto di ribellione nei confronti della dura realtà, che lo spinge all’inerzia inattiva, piuttosto l’illusione di avere raggiunto un equilibrio interiore che si manifesta attraverso uno stato di quiete perenne, una sorta di Nirvana catatonico in grado di allontanarlo e proteggerlo dalle esigenze creative, quegli impulsi vitali che hanno fino ad allora mosso la sua esistenza ed hanno anestetizzato la vera realtà. Sembra che tutto smetta di avere un senso  e non rischi di farsi travolgere dalla spaventosa tempesta che non accenna a placarsi, anzi si intensifica, che si scatena fuori dalla sua piccola abitazione nel cuore di una labirintico e sterminato parco. 

Il vento accompagna le storie, è un vento vorticoso che rimescola fogli da disegno e vite da vivere?

 Gli elementi naturali, soprattutto il vento e la pioggia, investono spesso le mie storie, sono il riflesso di moti interiori che agitano i miei personaggi e gli ambienti in cui si muovono e in cui affrontano le loro vicende. In questa ultima storia sembrano scatenarsi con furia maggiore, sono lo specchio di una inquietudine diffusa che mi si è riversata addosso dal vivere quotidiano, dalle tensioni sociali, dall’instabilità del presente, dai conflitti collettivi e personali, dalle incertezze diffuse. Ma a tutto questo, il personaggio inerte e lontanissimo che è il vero motore della storia, reagisce con la più totale imperturbabilità, è calmo e immobile, sembra aver raggiunto uno stato di personale beatitudine, come avesse raggiunto il Centro Sacro del suo vorticoso labirinto esistenziale. Non è un caso, nella storia, per riflesso, è proprio in un misterioso punto dell’immenso parco, che uno dei personaggi, Pietro Sartorio alias MiticOperaio, in fuga perenne da se stesso e dal mondo, si ferma per sorprendersi ed incantarsi difronte ad una quiete assoluta e scoprire un essere prodigioso e ultraterreno, che con la sua semplice presenza darà una svolta inattesa e rivelatoria all’intera vicenda. 

Gli unici animali nella storia sono la gatta di Grimaldi e un cervo. Ti diverte inserire gli animali nei tuoi libri?

Gli animali sono portatori di un profondo mistero universale, sono gli esseri più vicini alla natura e in molti di loro, più facilmente riusciamo a riconoscerci. Noi ci illudiamo di identificarci in loro, cerchiamo di adattarli ai comportamenti umani, cerchiamo di addomesticarli, ma restano distinti e distanti da noi, votati alle semplici necessità, all’essenza del vivere, sono esseri puri, oserei dire superiori perché più vicini allo stato di natura. Amano e odiano in modo esplicito, desiderano o rifiutano in modo inequivocabile. Vivono, o meglio vivrebbero, in piena sintonia con la natura e sarebbero ben felici di farlo con noi, ma anche senza di noi. Sono gli uomini la parte più complicata e debole della natura, anche la più orribilmente invasiva e incontrollabile, quella che vorrebbe cambiarla, scrutarla fin nelle zone più remote dell’universo, controllarla. Non è un caso che più o meno consapevolmente, siano gli uomini a minacciare l’equilibrio naturale. 

Fatto questo ampio e forse non necessario “spiegone”, nelle mie storie, in questa in particolare, gli animali si direbbero testimoni stupiti e persino imbarazzati, dei comportamenti dei vari personaggi. E tenendosi prudentemente lontani, conservano intatto il loro mistero. In una delle pagine iniziali, il vecchio commissario viene osservato a lungo dalla sua gatta e quando si accorge di lei le si rivolge emettendo un “meoow!”. E’ come se l’uomo provasse a comunicare qualcosa alla gatta in un improbabile linguaggio animale, ma questa si limita a guardarlo andar via, lo vede prepararsi, uscire e poi rientrare per prendere una pistola. La cosa gli è del tutto indifferente, sono comportamenti che a lei non appartengono.  

L’atmosfera è molto cupa, usi molto i toni del verde, che tecnica hai usato?

R.: Il verde è il colore della tempesta, lo abbiamo visto nel capolavoro del Giorgione, una delle opere pittoriche più profonde ed enigmatiche della storia dell’arte. Il verde è un colore dominante nei cieli metafisici di de Chirico, che peraltro è uno dei protagonisti di questa storia. E’ un colore che annuncia intensi cambiamenti, ma di contro dà anche il senso dell’attesa. La tecnica che ho usato nella realizzazione delle tavole è un insieme di matite, tempere ad acqua e inchiostri.

Quanto tempo ti ha assorbito il volume?

E’ stata una lavorazione piuttosto lunga, ma non problematica. La storia fu concepita e scritta rapidamente, come sotto dettatura, subito dopo la realizzazione de L’Armadio di Satie (Coconino Press, 2017). Avevo deciso di non dedicarmi più ai fumetti, pensavo di aver detto e fatto il necessario, di potermi occupare di altro, di tornare alla pittura e all’illustrazione. Ma i miei personaggi hanno cominciato a farmi visita, mi chiedevano risposte a domande che non potevo intendere. Non volevano pirandellianamente essere nuovamente protagonisti di nuove stranezze a fumetti, ma percepivo la loro presenza ovunque, nei miei pensieri e nei miei sogni. Dovevo venirne fuori e raccontare un nuovo enigma in forma sequenziale, rappresentarlo almeno. Risposte io non sono in grado di darle, neanche ai miei personaggi. Posso solo evocare domande attraverso il disegno e la scrittura. Ho aspettato che maturasse in me l’esigenza di realizzare questo racconto, ci è voluto qualche anno, ma alla fine è qui sotto i vostri occhi e i miei. Sapevo che per me sarebbe stato necessario dedicarmici, con pazienza e convinzione. Ci ho messo più di due anni a disegnarlo più uno per vederlo pubblicato. Non è poco, ma a ben vedere per me neanche tanto, però è ciò che volevo, quasi come lo immaginavo. Per me c’è sempre un “quasi”.

Il tuo volto appare in una tavola, come ti sei sentito a essere il reale protagonista del libro?

Si, un personaggio che sembra assomigliarmi appare più volte nella vicenda, ma è avvolto perennemente nell’ombra o si vede in controluce, la sua silouette si staglia sulla luce dell’esterno, davanti ad una finestra, sul parco investito dalla tempesta. Potevo benissimo inventarmi un volto e un personaggio con delle fattezze adeguate al racconto, con più fascino, magari il volto di un celebre attore, come spesso succede nei fumetti per cercare di accattivarsi il pubblico. Ma a che pro? Se questa stravaganza a fumetti è stata concepita dal sottoscritto, tanto valeva che ci mettessi io la faccia, così è stato, non mi dispiace.

Tra tutti i personaggi ne hai uno a cui sei più legato?

Tutti i miei personaggi, rappresentano per me qualcosa, sono legato a tutti. Non si tratta di dare loro importanza, spesso non sono troppo importanti, sono semplicemente parte del mio percorso, della mia vita. In LontanoLontano dei miei tanti personaggi inventati, ce ne sono alcuni, non tutti, manca Spasmox per esempio, che ho preferito non inserire per non rendere la storia più inquietante e tenebrosa, in realtà non vuole essere così cupa, anzi: credo sia questa tra quelle da me realizzate, in cui c’è più ironia, anzi tanta autoironia. Lo si capisce dai dialoghi del commissario con il suo attendente creduto trapassato, oppure con Erik Satie che è già divertente di suo. Ma soprattutto dalla presenza di una irruente dark lady che ricorda la celebre Krudelia disneyana. Poi manca il mio amato Friedrich, protagonista de Lo Sguardo Infinito ( Oblomov, 2019) per il semplice fatto che la sua storia l’ho realizzata dopo avere scritto questa. No, non credo di essere più legato a qualcuno dei miei personaggi, mi rendo conto che, il commissario Grimaldi o il MiticOperaio o il mio de Chirico, forse saranno rimasti più impressi nella memoria di qualche lettore, ma non ne sono troppo sicuro, mai. Può sempre succedere che accada che qualcuno dica: “Grimaldi, chi?” proprio come succede all’ex funzionario di polizia, quando cerca di comunicare con il commissariato di zona, in questo Lontano Lontano.

Cristina Marra

Intervista a Antonio Talia autore di  La stagione delle spie – Indagine sugli agenti russi in Italia (Minimum Fax) di Cristina Marra

Antonio Talia, giornalista e scrittore, si occupa di affari esteri e criminalità transnazionale. Ha trascorso 7 anni a Pechino lavorando come corrispondente per un’agenzia di stampa italiana ed è autore di reportage e di storie sul jihadismo in Indonesia, su Singapore, sulle proteste a Hong Kong e sul riciclaggio di denaro tra Europa e Asia. Nel 2012 è uscito I Giorni del Dragone (Informant), un ebook sulla lotta per il potere all’interno del PCC. Per Minimum Fax ha pubblicato nel 2019 Statale 106. Viaggio sulle strade segrete della ‘ndrangheta; nel 2021, Milano sotto Milano. Viaggio nell’economia sommersa di una metropoli. La sua ultima fatica è La stagione delle spie, un reportage sui casi di spionaggio avvenuti in Italia dal 2016 a oggi. Lavora per Radio24_news (Nessun luogo è lontano).

Dopo la fine della Guerra fredda, il numero di spie russe in Italia è aumentato.  Come spieghi questo fenomeno? Da dove inizia la tua indagine per scrivere il libro?

 L’idea del libro è nata da una conversazione con il prefetto Adriano Soi, docente di intelligence all’Università di Firenze, in cui mi raccontava proprio di questo aumento del numero di agenti russi registrato nella nostra intelligence negli ultimi anni. 

Il caso di Walter Biot, il sottufficiale della Marina militare italiana sorpreso a rivendere informazioni riservate ai russi, quello di Frederico Carvalhão Gil, alto funzionario dei servizi d’informazione portoghesi arrestato a Roma in compagnia di un agente russo al quale stava cedendo documenti Nato, oppure ancora la storia di Maria Adela Kuhfeldt-Rivera, agente infiltrata nella base Nato di Napoli, sono solo alcune delle vicende avvenute in Italia negli ultimi anni. Probabilmente il fenomeno si spiega con una serie di fattori storici (l’Italia è sempre stata una potenza dialogante con la Russia) e contingenti (alcuni recenti governi italiani hanno manifestato una certa simpatia per Putin): per questo ho pensato che andasse indagato e raccontato

Chi sono le spie oggi? Perchè si diventa una spia e si arriva anche a tradire il proprio Paese?

Ci sono gli agenti dei servizi d’intelligence, in Italia sono l’Aise e l’Aisi, coordinati dal DIS: quella è gente che fa il proprio mestiere, che consiste nel reperire informazioni da condensare al Presidente del Consiglio in dossier professionali utili per prendere decisioni politiche. E questa è la fisiologia, la normalità dei servizi di informazione di tutto il mondo democratico; anche se siamo abituati comunemente a chiamare “spia” chi fa questo lavoro, si tratta di gente che viene reclutata attraverso percorsi professionali e ha un addestramento di un certo tipo, ma anche una routine e una quotidianità lontana dai film di genere. Si calcola che in Italia ci siano tra i 4mila e i 5mila agenti. Poi ovviamente esiste il momento patologico, ossia quando un agente decide di passare dall’altra parte, e per quanto si tratti di vicende drammatiche, che sottindendono gravissime crisi personali, dal punto di vista del giornalismo narrativo sono le storie più interessanti da raccontare. Si dice che si tradisce per quattro motivi, che sono riassunti nell’acronimo inglese “MICE” (Topini): “Money” (denaro), “Ideology” (ragioni ideologiche), “Coercion” (si viene ricattati) e “Ego” (il caro vecchio ego). Ovviamente queste quattro lettere possono comprendere quasi tutta la tavolozza delle emozioni umane, e forse è questo che rende le storie di spie ancora più affascinanti. 

Che succede quando si intercetta una talpa?

Fonti del mestiere dicono che possono succedere varie cose. La prima è che la talpa viene individuata, messa davanti alle sue responsabilità e poi “riutilizzata” per fornire informazioni false al nemico; sono quelli che chiamano “agenti tripli”. Oppure si può decidere di mandare un chiaro segnale al Paese avversario, è una decisione che spetta alla Presidenza del Consiglio, e allora si allerta l’Autorità Giudiziaria e si arrestano la talpa e l’agente che la gestiva, il cosiddetto “supervisore”. Ultimamente l’Italia ha scelto questa strada in alcuni casi, proprio per mandare un segnale al Paese avversario, nella fattispecie la Russia. 

Roma è la città preferita dai russi, per quale motivo?

Non so se lo è ancora, ma di sicuro è tra le preferite. Ci sono vari fattori; il primo è che a Roma non c’è una sola sede diplomatica presso la quale accreditarsi, ma ce ne sono addirittura tre: se un agente russo (o di altra nazionalità) vuole nascondersi dietro l’immunità diplomatica può accreditarsi presso la Repubblica Italiana, ovviamente, ma anche al Vaticano o alla sede della FAO. Questo ovviamente moltiplica le possibilità di nascondersi. Poi c’è un fattore che ha a che vedere con lo spionaggio vecchio stile, quello che pensavamo sorpassato dalla tecnologia: Roma abbonda di ristoranti e bar affollati con tavoli all’aperto, darsi appuntamento per scambiarsi velocemente dei documenti è molto più semplice che altrove. 

Nella tua ricerca che metodo hai usato e quanti contatti diretti con ex spie hai avuto?

Ho usato un metodo giornalistico rigoroso, sono andato a caccia di documenti aperti e di documenti riservati e poi ho cercato di costruire un andamento narrativo, capace di tenere desta l’attenzione del lettore intrecciando anche le vicende di spionaggio con l’attualità politica internazionale. I contatti sono stati diversi, ma ovviamente bisogna fare sempre del proprio meglio per evitare di innamorarsi della versione fornita dalle fonti e raccontare tutto al lettore in maniera distaccata. 

Che connessione c’è tra alternanza delle fasi politiche e le dinamiche dell’intelligence? 

Il collegamento è diretto: in un ordinamento democratico l’intelligence obbedisce alla politica, le priorità vengono dettate dalla politica, quindi se in una certa fase politica si teme di più, per dire, la minaccia economica a quella del terrorismo, l’intelligence obbedisce e fornisce più informazioni su quei temi. 

Spionaggio tradizionale e cyber, oggi si usano entrambi?

Con i casi Snowden e Assange sembrava che ormai tutte le questioni di intelligence si svolgessero esclusivamente dietro lo schermo di un computer. Gli ultimi anni ci hanno dimostrato che non è affatto così: le attività cyber sono fondamentali, ma quello che Graham Greene chiamava “Il fattore umano” rimane centrale. È solo “il fattore umano” che spiega che cosa spinga qualcuno a passare al campo avverso; solo “il fattore umano” spiega come sia possibile attirare qualcuno in una trappola della fiducia oppure convincerlo che la propria ideologia è più giusta di quella del Paese in cui si vive. Era questo l’aspetto che mi interessava di più nello scrivere il libro: mettere in luce il fattore umano, capire com’è possibile che certe persone scelgano di trasformarsi in quello a cui avevano sempre dato la caccia. Mi pare un percorso molto affascinante. 

Quali sono le città coinvolte e i casi di cui ti sei occupato?

Roma è al centro di tutto, ma per scrivere il libro ho fatto ricerche e incontrato fonti a Lisbona, Parigi e Napoli, mentre altre fonti le ho raggiunte per via telematica a Washington, Mosca, Cincinnati e Helsinki. Le storie sono cinque storie di agenti russi in Italia e vanno dal 2016 al 2023. Si passa da scambi di documenti Nato a furti di tecnologie militari, ma come abbiamo detto prima ogni storia di spie è anche una storia di politica, e quindi nel raccontarle ci si imbatte anche in molte controversie politiche di questi anni, dai tentativi di influenza di Donald Trump alle politiche di Conte, Draghi e Meloni. 

La copertina del libro richiama alla vecchia Unione Sovietica, perchè questa scelta?

Per tre ragioni: la prima è che il simbolo dell’Unione Sovietica e del vecchio KGB è sempre più riconoscibile rispetto a quelli della Russia attuale. La seconda è che c’è una certa continuità tra quella Russia e la Russia di oggi. La terza è un richiamo ai vecchi romanzi di un maestro come John Le Carré, che adoro. Ma questi non sono romanzi: sono tutte storie vere. 

Cristina Marra

E’ Tempo di Caccia – Intervista a Jeffery Deaver di Cristina Marra

Ne ha fatta di strada Jeffery Deaver da editor del magazine del liceo a corrispondente legale del Wall Street Journal fino alla pubblicazione del romanzo Il collezionista di ossa nel 1997 che lo proietta nell’olimpo degli autori di thriller best seller in tutto il mondo. Se il suo personaggio più noto Lincoln Rhyme, è tetraplegico ma viaggia con la mente, Colter Shaw è un randagio, si sposta in vari stati americani e macina chilometri per ricercare persone scomparse. Shaw è il cacciatore di ricompense più famoso d’America e con Tempo di Caccia edito da Rizzoli, è al suo quinto caso, apparentemente impossibile, da portare a termine. E’ sempre la sfida a incuriosirlo e a spingerlo ad accettare incarichi rischiosi.  Anche questa volta per annotare storie e piste da seguire non si separa dal suo taccuino nero 13×18 e dalla stilografica delta titanio Galassia  e trova che  quello strumento così elegante, fosse più gentile per la mano rispetto a una penna a sfera. Pure l’inserimento di questi dettagli personali, di cui Deaver è un vero maestro,  denotano il rispetto del protagonista verso i casi di cui si occupa quando accetta un incarico allettato dalla ricompensa ma senza trascurare il fattore umano. Tempo di caccia , tradotto da Sandro Ristori, riporta Deaver in  tour in Italia e il suo protagonista, entrato ormai nel cuore di tanti lettori,  va alla ricerca del prototipo di un rivoluzionario dispositivo per reattori nucleari sottratto all’azienda dell’uomo d’affari Marty Harmon, forse dall’ingegnera Allison Parker, sparita insieme alla figlia Hanna.  Da Ferrington, la nuova città immaginata dallo scrittore, tra sparizioni e fughe, un poliziotto psicotico, un’adolescente ribelle, tanti segreti e straordinarie rivelazioni, la caccia orchestrata da Deaver inizia con una trappola.   

Ciao Jeff e benvenuto su Il Randagio. Nei tuoi romanzi i luoghi vengono sempre descritti molto accuratamente, al punto da non stare sullo sfondo, ma diventano dei veri e propri personaggi al fianco dei protagonisti. Con quale criterio li scegli e perché per Tempo di caccia hai voluto Ferrington?

Ciao ai lettori di Il Randagio. Mi piace che le ambientazioni siano dei personaggi a sé stanti,
per cui mi assicuro di dare loro delle personalità realistiche. Ferrington è un’opera di
fantasia, ma si basa su città vicine a quelle in cui sono cresciuto, che ora sono depresse a
causa del trasferimento delle industrie. Anche i problemi di droga sono abbastanza reali in posti come quello, a causa della disoccupazione giovanile.

Nel romanzo ti soffermi molto sul rapporto tra genitori e figli (Colter e suo padre, Hanna e Allison e John). La famiglia e i suoi equilibri sono al centro del romanzo?

Direi che mi piace esplorare le relazioni tra tutti i membri della famiglia nei miei libri, perché ai lettori piace tanto quanto i crimini di cui scrivo. Mi piace creare tensione nei drammi personali, tanto quanto negli omicidi!

La fuga che racconti è soprattutto fuga da se stessi?

Ottima osservazione. Sì, nel libro le persone scappano dagli assassini, ma scappano anche dal loro passato – o cercano di farlo. Fino a quando si rendono conto che non si può scappare dal passato, ma che bisogna affrontarlo!

Azione, colpi di scena e denuncia sociale restano gli elementi principali dei suoi romanzi?

Sì, scrivo ciò che i lettori vogliono. I libri non riguardano affatto me, ma i lettori. E loro amano la mia specializzazione, i colpi di scena, l’azione e le osservazioni sociali e politiche che faccio.

Che rapporto hanno i personaggi di Tempo di caccia con la verità e il senso di colpa?

I miei personaggi sono sempre fedeli alle persone reali su cui li baso. I cattivi in genere non si sentono in colpa. Purtroppo come molte persone (compresi i politici americani!).

Leggeremo di un incontro tra Colter e Lincoln?

Sì, i due si incontreranno presto in un romanzo.

Faletti e Camilleri. Quanto è importante per lei la narrativa italiana? Quali sono i tuoi libri preferiti?
Sono tanti gli autori italiani che leggo per esempio Michele Giuttari e Gianrico Carofiglio mi piacciono molto. Le altre mie letture vanno da Ian Fleming a John Le Carrè a Conan Doyle fino a Ernest Hemingway. 

Cristina Marra

Cristina Marra e Jeffery Deaver

Intervista a Mario Capanna di Amedeo Borzillo

Mario Capanna è un attivista, scrittore e politico italiano. È stato fra i leader del movimento giovanile del Sessantotto e segretario e coordinatore di Democrazia Proletaria.

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Partiamo da Noi tutti, il tuo libro che alcuni anni fa presentammo a Napoli in una sala gremita. Ci parlasti di coscienza globale accresciuta, in proporzione all’aumento dei pericoli che minacciano la specie umana e la Terra, e di risveglio delle coscienze. Gli eventi anche molto recenti sembrano però andare in direzione contraria: ridotta reattività alle ingiustizie sociali e sconvolgimenti climatici vissuti con indifferenza se non rassegnazione. Cosa ne pensi oggi?

Bisogna guardare le due facce della medaglia. Da una parte i ceti dominanti (finanziari, economici, militari, istituzionali ecc.) tengono il piede sull’acceleratore del profitto, che sta portando il mondo verso la catastrofe: i mutamenti climatici, che ormai stanno pregiudicando lo stesso futuro umano; la terza guerra mondiale a pezzi, che è in corso; la ripresa convulsa della corsa agli armamenti; la povertà crescente globale, nello stesso Occidente opulento; la società dell’1 per cento, dove l’1 per cento dell’umanità possiede ricchezze e beni che superano quelli del 99 per cento!

Dall’altro lato, però, si stanno affermando significative controtendenze: i giovani che si mobilitano in ogni dove per contrastare i mutamenti climatici; le grandi mobilitazioni attuali, in ogni parte del mondo, a sostegno del popolo palestinese, contro la carneficina a Gaza perpetrata da Israele sostenuto dal padrone americano;  il numero crescente di Paesi che non sopportano più il ruolo degli Usa come gendarmi e dominatori del mondo.

Certo: non abbiamo ancora scongiurato il pericolo originario che ci grava addosso: i miliardi di “io” che non riescono a pensarsi come un “noi”, vale a dire come un’unica famiglia umana, consapevole che, se continua a distruggere il Pianeta, come sta facendo, non ne ha un altro di ricambio. 

Il cammino verso l’acquisizione di questa coscienza globale è lento, ma è in atto. Ognuno di noi può – e deve – contribuire ad accelerarlo.

Le guerre in atto hanno mostrato un compattamento del pensiero unico che criminalizza il dissenso e controlla l’informazione per adesione necessariamente “spontanea”. Tu sei una delle poche fonti di controinformazione sui social e nei tuoi interventi sui media. Può bastare?

Entrati nell’epoca della post-verità, l’informazione ufficiale si è trasformata in propaganda:  una merce fra le altre, come le altre, che si fabbrica (da chi ha il potere di farlo), si vende e si compra, come i telefonini, le auto ecc.

Nella propaganda le affermazioni sono apodittiche e le prove un optional. Così gran parte del giornalismo si è trasformato in “giornalismo”, ovvero nella superfetazione delle “notizie” secondo la post-verità. Non è poca cosa: per molti giornalisti la deontologia è diventata come la suola della scarpa, e questo pregiudica la formazione dell’opinione pubblica, e dunque della democrazia.

La propaganda è l’autoesaltazione del capitalismo che, però, per quanti sforzi faccia, non riesce più a essere credibile, dato che appare come incapace di risolvere i problemi maggiori del mondo. Il ricorso alla guerra è la più tragica scorciatoia di questa incapacità.

Vedi Israele: la sua guerra di sterminio contro Gaza, l’apartheid feroce nei confronti del popolo palestinese sono i sintomi di una prepotenza fondamentalista, che crea nell’opinione pubblica internazionale il massimo isolamento dello Stato sionista e del suo protettore, gli Usa.

Il lavoro di controinformazione è dunque fondamentale. Io mi ci dedico anima e corpo, però è ovvio che non è sufficiente. Ma ho la sensazione che, per fortuna, c’è un numero crescente di spiriti liberi – di spiriti critici – che non si rassegnano al pensiero unico e si battono perché la verità emerga. Questa è una buona cosa.

In Noi tutti, insieme esalti la necessità di superare il  “NOI” che ha assorbito il “noi”, le nostre singole individualità e l’insieme dell’umanità; che scandisce le nostre esistenze, le plasma e le regola, fino al punto da impedirci, ormai, persino di rendercene conto. E non ci sarà alternativa fino a quando “accetteremo di essere ostaggi e prigionieri del NOI”. Che fare? (Avrebbe chiesto qualcuno 120 anni fa!)

“Noi” è il pronome più bello. Quando le tre lettere diventano maiuscole, si converte nel suo contrario.

“NOI”: Nuovo Ordine Internazionale o, che lo stesso, Nord Ovest Imperante. È la situazione che va avanti almeno da trent’anni, dalla caduta del Muro di Berlino e dalla dissoluzione dell’Urss in qua, con il ruolo egemone di Stati Uniti e Nato come regolatori del mondo.

Ma oggi la situazione sta mutando. Il mondo unipolare non regge più. Pure in mezzo a contraddizioni, i popoli si muovono verso il multipolarismo.

I Paesi Brics  (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) stanno aumentando di numero e di consistenza. E vogliono essere protagonisti dei nuovi assetti del mondo. Rappresentano la grande maggioranza della popolazione mondiale. 

Tutti i Paesi Nato rappresentano appena l’11 per cento degli umani, una netta minoranza. Sono ricchi e super armati, ma il loro ruolo comincia ad affievolirsi. Il pericolo è che reagiscano sempre più con la guerra (vedi l’aggressività Usa contro la Cina).

Come scongiurarlo? Facendo ogni sforzo per accrescere la coscienza critica delle persone e dei popoli. Realizzando, in ciascuno di noi, quella rivoluzione di pensiero necessaria perché i mutamenti verso la pace siano concreti e durevoli. Senza rivoluzione dentro di noi, non ci sarà il cambiamento fuori di noi – attorno a noi. Chiunque lavora in questa direzione fa progredire il risveglio del mondo.

La questione migranti manifesta da un lato una forte solidarietà popolare ma dall’altro un arroccamento politico dell’Occidente: si alzano muri e si costruiscono lager in una orwelliana induzione al pensiero unico della difesa dei propri privilegi. Forse è rimasto solo papa Francesco a usare le parole giuste per indignarci e reagire aprendo cuori e confini?

Le migrazioni ci sono sempre state, da che mondo è mondo, e fermarle è impossibile. Gli stessi popoli europei sono il risultato di migrazioni provenienti dall’Asia, dal Medioriente, dal Nord Africa.

L’atteggiamento odierno dell’Occidente opulento rispetto ai migranti è emblematico del cinismo della logica del profitto. L’Occidente ha rapinato il resto del mondo almeno dalle crociate in qua.: con la pratica intensiva della schiavitù, lo sterminio dei nativi d’America, l’uso intensivo delle guerre (quelle commerciali e quelle degli eserciti).

Dimentichi di questo, oggi vorremmo che gli immigrati non venissero a infastidirci in mezzo allo sfavillio delle vetrine delle nostre città. Ridicolo. Almeno quanto il comportamento del governo di destra attuale.

Torniamo a costruire muri dopo lo sbriciolamento di quello di Berlino. Paradossale e miope. Abbiamo bisogno di manodopera, ma respingiamo chi viene a offrircela, Non c’è alternativa all’accoglienza gestita con una intelligente integrazione.

Su questo e altri temi – la pace e la guerra, la salvaguardia dell’ecosistema, il fatto che “questa economia uccide” ecc. – io, lo dico da laico, considero mio fratello Papa Francesco.

D’altra parte lotto da sempre per creare convergenze tra il pensiero cattolico più dinamico e quello laico più autentico. Il futuro, nel nostro Paese, passa anche da questo crocevia. 

Amedeo Borzillo