Intervista a Petros Markaris di Cristina Marra e Gigi Agnano

Hai iniziato come traduttore, pensare in tante lingue ti ha aiutato quando hai iniziato a scrivere?

Sono nato negli anni Quaranta e sono cresciuto nella Istanbul degli anni Cinquanta. A quell’epoca Istanbul era una città molto cosmopolita. Passeggiando per Beyoglu, uno dei quartieri principali della città, si poteva sentir parlare sei lingue diverse: turco, greco, armeno, giudeo-spagnolo, italiano e francese; la cosa non mi sorprendeva affatto, perché in quel periodo era normale a Istanbul. La ricchezza e la varietà di lingue ha avuto un forte impatto in me sia come scrittore che come traduttore. Quando ho lasciato Istanbul nel 1960 ero trilingue. Parlavo correntemente greco, turco e tedesco. A Vienna ho deciso di scrivere nella mia lingua madre, il greco. Questa è stata la ragione principale che mi ha portato a trasferirmi ad Atene. Ho iniziato a lavorare come traduttore dal tedesco e le traduzioni dei diversi testi mi hanno aiutato sia a sviluppare uno stile personale di scrittura, che a saper spaziare tra i diversi generi.

È stata la tua ammirazione per la Polizia a farti scoprire scrittore?

No, non è stato tanto l’agente in sé, quanto la persona e la sua famiglia. Charitos e sua moglie Adriana provengono entrambi da famiglie molto povere. Nutro grande rispetto nei loro confronti e per i loro sforzi nel supportare la loro figlia durante gli studi. Questo background è stato il punto di partenza dell’amicizia tra Charitos e il vecchio militante di sinistra Lambros Zisis.

Dal 1993 Charitos fa parte della tua vita e segue mutamenti personali e sociali. Che rapporto hai col tuo protagonista?

Charitos e la sua famiglia sono parte della mia vita di tutti i giorni. Sono quotidianamente in contatto con loro anche quando non scrivo. Credo che sia per via della straordinaria somiglianza di Adriana con mia madre. Mi sono accorto di questa somiglianza grazie a un piatto di pomodori e peperoni ripieni. Gradualmente, da un romanzo all’altro, Adriana è diventata identica a mia madre. Se la conosci, conosci anche mia madre.

L’Atene moderna dei tuoi romanzi mi fa pensare un po’ alla città di Napoli, una città che i turisti vivono spesso di passaggio per andare alle isole o sulla costiera. Trovi attinenze? Atene, come Napoli, è una città straordinaria, meriterebbe meno superficialità e più attenzione?

Sfortunatamente non posso fare un paragone, perché sono stato a Napoli una volta per un giorno solo. D’altra parte, quello che mi interessa di Atene è il modo di vivere degli Ateniesi. È anche un elemento in comune a me e Charitos: il punto di vista ironico sulla città e i suoi abitanti.

In Italia un famoso musicista, Vinicio Capossela, ha portato all’attenzione del grande pubblico il rebetiko, la musica dei bassifondi e del Pireo. Che rapporto hanno i tuoi romanzi con la musica più in generale e, in particolare, con l’incredibile ricchezza della musica tradizionale greca?

Si possono trovare molto cibo, piatti e ristoranti nei miei romanzi. Ma non si troveranno pub con musica o rebetiko. La ragione è semplice: non si può mettere tutto in un romanzo, nonostante il rebetiko mi piaccia molto.

Uno scrittore e giornalista italiano, Patrizio Nissirio, che ha vissuto diversi anni ad Atene, ha scritto nel 2017 “Atene, cannella e cemento armato – Percorsi e riflessioni con Màrkaris e gli altri” (dove “gli altri” sono scrittori greci meno noti in Italia). L’ultimo capitolo s’intitola “L’Atene che non c’è (più)”. Ci sono dei luoghi e delle atmosfere ormai scomparse dell’Atene odierna che ti mancano e che mancano al Commissario Charitos?

Non ho letto il libro di Patrizio Nissirio, ma sono d’accordo con lui. C’è una parte di Atene che è scomparsa: i quartieri poveri e i sobborghi con case a poco prezzo e taverne economiche in cui i Greci bevono la retsina accompagnandola a piatti prevalentemente di pesce. Le taverne popolari e i pub con il rebetiko non esistono più. Tutto ciò che ad Atene apparteneva agli anni Cinquanta o Sessanta è ormai storia. È andato tutto distrutto con il finto boom degli anni Ottanta e Novanta.

Dopo una raccolta di racconti scritta in piena emergenza pandemica è uscito in italia il tuo nuovo romanzo. Com’è cambiato il modo di scrivere con la pandemia e la guerra in corso?

Scrivere durante la pandemia è stata la mia salvezza. Fortunatamente non ero a corto di idee. Ho scritto una raccolta di racconti e un romanzo che è stato appena pubblicato in Italia. Ora sto scrivendo un altro libro, anch’esso iniziato durante la pandemia. Non so ancora se la guerra in Ucraina mi spingerà a scrivere un nuovo romanzo. Quello che so è che questa guerra mi rende furioso, e quando sono furioso finisco sempre col cominciare un nuovo progetto narrativo. È il mio modo di ritrovare la pace interiore. I valori di accoglienza, rispetto delle diversità, fratellanza cari alla società classica stanno scomparendo o sono osteggiati. In che periodo stiamo vivendo? Che ruolo hanno cultura e letteratura? Questa domanda è molto dolorosa sia per me che per voi; discendiamo da una cultura molto antica, quella Mediterranea. Stiamo vivendo in un periodo in cui la cultura non ha importanza nelle nostre vite e nessun impatto sulla maggior parte dei giovani. Ora quasi tutto è collegato o dipende dal denaro, dagli investimenti fino alle sanzioni contro la Russia. Io appartengo a una generazione passata, che si ricorda del proletariato, delle persone che hanno lavorato duramente in cambio di un tozzo di pane e che riuscivano a malapena a scrivere il proprio nome. Ora sta venendo a crearsi una nuova classe proletaria di laureati. “Voglio la coscienza e i miei soldi puliti”, dice il protagonista maschile dell’opera di Brecht “Santa Giovanna dei macelli”. Beh, anche l’UE si è pulita la coscienza creando la sezione di “patrimonio culturale”. Il problema è che tale patrimonio, tale eredità è sempre una conseguenza della morte. E senza morte, non c’è eredità.

Cristina Marra e Gigi Agnano

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