Agustina Bazterrica: “Le indegne” (Eris, 2025, trad. Stefano Lo Cigno), di Silvia Lanzi

Con la sua nuova prova letteraria Augustina Bazterrica si conferma una grande scrittrice. Con il suo nuovo romanzo, l’argentina continua ad esplorare l’animo umano con una profondità ed una finezza incredibili.
“Le indegne”, che ci porta in un mondo post-apocalittico, segue la storia di una giovane donna senza nome affiliata alla Casa della Sacra Sorellanza, una sorta di oasi rispetto al mondo esterno, distrutto da molteplici catastrofi e inquinato da miasmi pestilenziali.
Ma questo rifugio si rivela essere una prigione dove una Madre Superiora comanda con piglio dittatoriale creando paura e sospetto tra le sue sottoposte – una paura strisciante, che si autoalimenta di invidie in un’atmosfera allucinante e allucinata che, a tratti, ricorda la Atwood, Dickens, e il Miller di “Un canto per Leibowitz”, oltre a Golding.
Le sorelle sono messe una contro l’altra in ossequio al detto “divide et impera”: comportamenti gretti, malelingue, piccole vendette e meschinerie sono all’ordine del giorno e aiutano la Superiora e un misterioso Lui, che officia strani rituali al cospetto del suo piccolo gregge, nella chiesa, ormai casa di un altro dio (molto diverso dal “Dio ignobile, il Figlio mendace e la Madre negativa” una volta adorati nell’edificio) a mantenere una disciplina solo in apparenza imperturbabile.
Ed è proprio questo che ci racconta la protagonista: ne lascia nota, infatti, in un diario segreto che spesso si porta addosso come una seconda pelle o nasconde in pertugi segreti: sa bene a quali dolorosissimi castighi si dovrebbe sottomettere se fosse scoperta. Per scrivere fabbrica l’inchiostro, proibitissimo, prezioso e quasi introvabile, con ogni ingrediente possibile: noci di galla, carbone e addirittura sangue – forse per i posteri, forse per nessuno.
E questo suo scritto oscilla tra presente e passato (che pian piano e dolosamente, inizia ad emergere) – tra il santuario e il mondo di fuori. Ed è proprio la scrittura che autorizza la protagonista a riscoprire le sue radici dimenticate e soffocate. 
E sarà poi l’incontro con una ragazza “di fuori” che lei salva da una morte quasi certa e e che sarà cooptata nella sorellanza, a far scoprire alla narratrice l’amore e la passione, l’abnegazione e l’altruismo, fino a rischiare la propria vita per salvare la novizia.
Questa in buona sostanza la trama del romanzo che si pone come un viaggio allucinato, ma allo stesso tempo di un’estrema lucidità, nell’intimo dell’animo umano, con le sue grandezze che a volte sembrano solo tali e piccoli gesti che valgono un’intera vita. 
Raccontare il finale sarebbe inutile e dannoso: meglio godersi pagina dopo pagina questo racconto assolutamente unico, ispirato e scritto con una maestria a cui la Bazterrica aveva attinto anche per “Cadavere squisito” la sua formidabile opera prima.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

James Joyce (2 febbraio 1882 – 13 gennaio 1941) – Maestro Missile traduce Ted-Ed (video)

Vincerei facilmente se scommettessi che James Joyce è fondamentalmente conosciuto come  l’uomo che ha convinto generazioni di studenti che non usare la punteggiatura sia, in realtà, un geniale scavalcamento delle regole, oltre che uno stratagemma narrativo. Con l’andare del tempo, infatti, pare che gli sia stato appiccicato addosso il crisma dello scrittore che “non usa le virgole e i punti”,  definizione diventata endemica per la diffusa comodità di etichettare generi e stili letterari usando schemi alla “bignamini”; certo, è una definizione a dir poco riduttiva. Joyce era un visionario che ha deciso che la realtà non andava solo descritta, ma sentita, masticata e poi riscritta da zero.

 In effetti, il ribelle occhialuto J.J., nato a Dublino nel 1882, era il classico “studente brillante ma problematico”. Amava le lingue, cantava benissimo (tenore, niente meno!) e poi odiava profondamente l’atmosfera soffocante della sua città natale. Infatti, passò gran parte della vita in esilio volontario tra Trieste, Parigi e Zurigo. Ma nonostante se ne fosse andato, non scrisse mai di nient’altro se non di Dublino. 

Joyce non si accontentava di scrivere storie: giocò, per esempio, allo smembramento della lingua inglese, smontandola pezzo a pezzo e ricostruendola  senza scrupoli e timori reverenziali. 

In Gente di Dublino (Dubliners), Joyce chiama “Epifania” quel momento improvviso in cui un oggetto banale, una frase sentita per strada o un gesto ripetitivo rivelano ad un personaggio, improvvisamente,  il significato profondo della vita. Ad esempio nel racconto I Morti (l’ultimo di Gente di Dublino), il protagonista Gabriel vede la moglie assorta ad ascoltare una vecchia canzone sulle scale. In quel momento, grazie a un gioco di luci e al suono della musica, capisce improvvisamente che lei ha amato qualcuno profondamente prima di lui e che la sua intera vita è stata, in fondo, superficiale.

Prima di Joyce, nei libri succedevano grandi eventi (duelli, matrimoni, eredità). Joyce dice: “No, la verità sta nel modo in cui guardi la polvere che balla in un raggio di sole”…

Nel Ritratto dell’artista da giovane, romanzo semi-autobiografico, seguiamo la crescita di Stephen Dedalus, crescita direttamente proporzionale allo stile di Joyce che diventa via via più complesso. Ed il suo Finnegans Wake è  scritto in una lingua inventata, che mescola decine di idiomi diversi. 

Il “Ted Ed” su “l’Ulisse”, che qui presentiamo, cerca di riassumerne il contenuto che, in sintesi estrema, consiste nel seguire le 18 ore della giornata di Leopold Bloom (un uomo comune, gentile e un po’ sfigato) attraverso Dublino, il 16 giugno 1904.  Oltre che nel titolo del romanzo, il parallelo epico è  scritto nei  titoli di ogni capitolo che corrispondono a personaggi ed episodi dell’Odissea di Omero. Solo che al posto di mostri marini e dei, ci sono panini al formaggio e bagni pubblici. Con il “Flusso di Coscienza”, Joyce entra letteralmente nella testa dei personaggi, consentendoci di leggere i loro pensieri così come arrivano: caotici, senza filtri e spesso senza virgole. È il primo “Live Blog” della storia, ma scritto divinamente. Il tutto si conclude con il celebre monologo di Molly Bloom, un fiume inarrestabile di pensieri che è una delle vette di sensualità e umanità di tutta la letteratura. Ma bisogna ammettere anche un altro aspetto riguardante la lettura di “Ulisse”, in particolare. Il video-essay di TED ED si fa interprete dello stato d’animo di molti lettori alle prese con il primo approccio alla lettura del romanzo: difficile, infatti, è resistere dopo un po’ all’impulso di rinunciare, riponendo il libro sullo scaffale più lontano. Leggere l’Ulisse non è come leggere un giallo; è più simile a fare un’immersione subacquea: all’inizio manca il fiato, ma poi inizi a goderti il panorama. Il trucco potrebbe essere non cercare di capire tutto subito: Joyce ha inserito riferimenti a tutto (storia, teologia, canzoni popolari). Se ci si fermasse a ogni parola, non si finirebbe mai. Bisogna andare avanti! Lasciarsi cullare dal ritmo delle parole. Tra l’altro Joyce era un musicista. Molti capitoli (come l’ultimo di Molly Bloom o quello ambientato nel pub, le “Sirene”) sono scritti per l’orecchio. Se un passaggio sembra assurdo, provate a leggerlo a voce alta: improvvisamente prenderà senso. Non è strano che molti lettori tengano sottomano un piccolo riassunto dei capitoli che spieghi il parallelo con l’Odissea aiutandoli a non sentirsi sperduti. Ad esempio, sapere che il capitolo in biblioteca corrisponde a Scilla e Cariddi rende tutto più divertente.

Se proprio riesce difficile farsi coinvolgere, infine, seguite il suggerimento di chi usa “il trucco del 16 giugno”: molti iniziano a leggerlo in occasione del Bloomsday (il 16 giugno, appunto). Leggere di Bloom che mangia un rene alla griglia a colazione mentre anche tu sei a colazione potrebbe creare una connessione magica!

Buona visione!


Massimo Villani, in arte Maestro Missile, opera da svariati anni nel campo dei Videosaggi sul Cinema e sull’Arte.

TedEd è una piattaforma che consente ai docenti di creare lezioni interattive a partire da un video; fa parte della “famiglia” più ampia di risorse dell’omonima organizzazione no profit, che ha come scopo quello di diffondere idee e cultura in ogni ambito attraverso discussioni e conferenze.

Monica Florio “Il mondo del vicolo – Identità e rappresentazione” (Guida), di Vincenzo Vacca

Monica Florio con questo interessantissimo libro ha voluto evidenziare, innanzitutto, il fatto che nella nostra città il vicolo non ha rappresentato e non rappresenta uno scenario secondario, ma un vitale territorio dell’ umano. In particolare, costituisce un deposito della memoria di un popolo e delle sue contraddizioni.

Nel vicolo si mettono in atto dei meccanismi sociali specchio dell’ intera società partenopea, realizzando una estetica popolare dominante l’intero contesto.

Con questo libro viene svelata, attraverso una ricognizione toponomastica, una sintesi delle attività lavorative fondamentali svolte nel passato che, pur avendo delle propaggini nel presente, ci ricorda un mondo quasi del tutto scomparso.

Basti pensare che tante strade e/o stradine dei vicoli riprendevano e riprendono i mestieri che lì stesso si svolgevano o per indicare dei fenomeni negativi: via Pulci, via Pidocchi, Vico Marioli etc..

È indubbio che Napoli è fatta di una storia di vicoli e da vicoli. Questi possono essere dritti e storti. I primi nascono mediante una progettazione urbanistica, mentre i secondi si originano spontaneamente. 

L’ autrice ci ricorda che i vicoli sono presenti ovunque, pertanto, sono parte integrante sia delle zone popolari che di quelle agiate.

Il vicolo ha un significato originario di “luogo di vicinanza o dell’ anima”. È stato un microcosmo autosufficiente, fondato su una economia di sussistenza, fatta di antichi mestieri e di attività illecite: contrabbando, lotto, prostituzione e, successivamente, di spaccio di sostanze stupefacenti.

La Florio cita una serie di lavori, quali il vaccaro, l’ erbivendolo, il suonatore di pianino, il caffettiere, ma sottolinea la caratteristica delle voci che impervesavano tra i vicoli e per l’ intera città.

Quando arriva il fascismo, la plebe del centro storico viene fatta spostare nelle periferie, però senza risolvere il degrado.

L’ autrice indica, inoltre, un cambiamento profondo nel senso comune dei napoletani a partire dal secondo dopoguerra. Infatti, prenderà piede un accentuato individualismo che sostituisce progressivamente il senso di solidarietà.

A questo proposito, è il caso di ricordare che il vicolo ha rappresentato anche un elemento di coesione sociale, compensando spesso la mancanza di un vero nucleo famigliare.

Nel libro vengono visti molto da vicino una serie di quartieri di Napoli e, quindi, si sofferma anche sui Quartieri spagnoli; parte integrante della stessa è via Toledo, fatta costruire nel 500 da Pedro de Toledo ed intitolata a lui stesso, ma ideata come via di fuga dalla città in caso di rivolta.

Florio fa una distinzione tra gli abitanti dei vicoli, e precisamente, tra coloro che avvertono un senso di estraneità e quelli che provano un senso di appartenenza. I primi tentano di migliorare il proprio stile di vita, mentre i secondi si fanno completamente plasmare.

Il vicolo viene vissuto anche come una forma di famiglia estesa, creando un clima confidenziale e questo è dimostrato dall’ uso, nel rivolgersi a persone che non sono famigliari o parenti, di appellativi quali “zio”, frà (fratello).

Nel vicolo la distinzione tra pubblico e privato è minimale e, spesso, inesistente. Si cucina e si mangia in strada ed ecco perchè molto frequentemente nelle abitazioni mancano fornelli e cucine.

Tutto questo ha un forte impatto sui bambini che acquisiscono una maggiore spontaneità e indipendenza che non è da confondere con maggiore felicità.

Anzi, sviluppa un atteggiamento individualistico e opportunistico nei confronti degli altri. 

Credo che sia molto interessante, tra l’ altro, la sottolineatura che viene fatta nel libro in ordine alla condizione delle donne all’ interno del vicolo, le quali svolgono quasi esclusivamente delle attività domestiche, ma sono anche accanite giocatrici del lotto e del lotto clandestino, definito dalla Serao “l’ acquavite di Napoli”.

Naturalmente, la povertà favorisce la sottomissione femminile fin dalla nascita, perchè la donna deve sacrificare in pieno le proprie esigenze a quelle della famiglia e, conseguenzialmente, subisce la violenza maschile.

Il libro si sofferma specificamente su alcuni personaggi tipici del vicolo come il “femminiello” e il “guappo” che non deve essere confuso con il camorrista, ma, soprattutto, quest’ ultimo non si deve considerare come una sorta di evoluzione moderna del guappo. I guappi e i camorristi hanno avuto delle traiettorie storiche parallele che l’ autrice indica molto bene.

Come viene ben delineata la figura del “femminiello” che è ben voluto nel vicolo anche perchè considerato foriero di fortuna. Egli è in bilico tra il maschile e il femminile. Si occupava delle faccende domestiche e il fatto che provvedeva ad accudire i figli dei vicini sta a dimostrare la fiducia che si riponeva nel femminiello.

Nella storia di Napoli, il vicolo è stato, ed in parte lo è ancora, il luogo principe della forte presenza della plebe. Una plebe che anche attualmente, a causa della incapacità e della  mancanza di volontà delle classi dirigenti, non ha vissuto una vera integrazione nella vita ordinaria ed ordinata della città. Conseguenzialmente, i “plebei” hanno dovuto letteralmente inventare innumerevoli modalità esistenziali per garantirsi una sopravvivenza.

Nel corso degli ultimi secoli, questo ha sedimentato  nella plebe, che oggi potremmo chiamarlo sottoproletariato urbano, forme di sudditanza nei confronti dei ceti agiati alternati a esplosioni di rabbia.

Pertanto, le diffuse forme di illegalità poste in essere dai ceti disagiati venivano e vengono tollerate a compensazione di un mancato vero sviluppo economico e sociale autopropulsivi.

La lettura del libro di Monica Florio permette di conoscere profondamente la vita che si conduceva nei vicoli e consente al lettore di trarre autonomamente una serie di riflessione in ordine alle cause della povertà economica ed esistenziale della nostra città.

Vincenzo Vacca

La mia scoperta di Nina Cassian, di Barbara Gramegna

Devo ammettere che, sino a poco tempo fa, non conoscevo Nina Cassian e il suo nome così “italiano”, un po’ veneto, mi ha simpaticamente attirato. Si tratta di uno pseudonimo; il suo nome completo è Renée Annie Cassian Mătăsaru. Me ne inviò una poesia un amico e così nacque la voglia di conoscerla meglio. Spesso bisogna ringraziare i nostri amici dell’anima per doni così preziosi.

Le informazioni che si trovano su di lei non sono ricchissime, alcuni dati sulla sua vita in Romania, che dura fino all’età di 41 anni e poi l’esilio negli Stati Uniti, dove muore a 89 anni.

Anche le traduzioni in italiano non sono molte e l’unico volume che ce la offre in un’edizione e in una traduzione linguisticamente attuale, di Anita Natascia Bernacchia, è quello uscito nel 2013 per Adelphi, a cura di Ottavio Fatica e dal titolo “C’è modo e modo di sparire 1945 – 2007”.

Il volume di Adelphi consente di gettare un ampio sguardo sulla produzione di Nina Cassian, sulle sue poesie fisiche, d’amore, di solitudine, sarcastiche, amare e poco convenzionali.

Nina Cassian nasce in Romania, a Galati, sul Danubio, nel 1924, da una famiglia ebrea, trascorre l’infanzia a Brașov in Transilvania, per poi trasferirsi a Bucarest a metà degli anni ’30. Cresce come artista poliedrica: recita, suona il pianoforte, dipinge e illustra libri per l’infanzia, traduce (Brecht, Celan, Morgenstern, Ritsos).

Due fra i poeti rumeni più in vista, Tudor Arghezi e Ion Barbu, la incoraggiarono a pubblicare, così escono i suoi versi per la prima volta nel 1945 sul giornale “Romania Libera” e, due anni dopo ancora nel volume  “La scara 1/1”, criticato però dal regime comunista come “decadente”. 

Il governo filo-sovietico si afferma in Romania all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, e si consolida maggiormente in seguito e dal 1965 con l’era Ceausescu assume tratti sempre più repressivi.

Nina cerca quindi per opportunità, non per opportunismo, di cui non è capace, di adeguarsi per un po’  alla linea retorica ed encomiastica vigente, ma la sua personalità dominante e orgogliosa non viene ben sopportata dai “compagni”.  

Dopo diversi tentativi di produzione di “poesie proletarie”, assolutamente lontane dal suo personale, irriverente modo di poetare, si rivolge, a partire dagli anni ’50, alla letteratura per l’infanzia, settore in cui trova la sua voce più autentica.

Nel 1985 riceve un invito in qualità di visiting-professor negli Stati Uniti, qui le giunge però la notizia dell’arresto e successiva uccisione dell’amico e dissidente Gheorghe Ursu. Questo evento determina la svolta della sua vita personale e letteraria, Nina decide di chiedere asilo politico e non rientrare più in Romania. La reazione del governo Ceausescu non si fa attendere, la sua casa viene messa sotto sequestro, i suoi libri rimossi da biblioteche e librerie, messi all’indice.

Ha così inizio, non senza trauma, la vita americana di Nina Cassian. La recisione è una ferita che emergerà da diversi suoi passaggi poetici e dalla continua ricerca di nuove appartenenze, come capitato a molte e molti autrici e autori esuli.

Nina Cassian saluta con stupore il fatto che le sue parole possano in un altro luogo e in un’altra lingua produrre un effetto: parole nuove anche per lei, parole che scaturiscono da una sostanza di sé, sia fisica che spirituale, diversa da quelle nella sua lingua d’origine.

Hannah Arendt, che, per motivi non lontani da quelli di Nina Cassian, si ritrova, oltre quarant’anni prima, suo malgrado anche lei cittadina americana, fa proprio del discorso sulla lingua “madre” un nodo del suo pensiero filosofico. 

Il linguaggio ha infatti un ruolo decisivo per potere appartenere o non appartenere al mondo, non si tratta di mera “esecuzione linguistica”, ma indica la facoltà inalienabile del “prendere parola”, dell’”avere voce” nel senso civile e politico.

Entrambe esuli sono costrette ad abitare l’inglese e trovare nella nuova lingua una seconda madre-patria, una genitorialità, una casa del cuore, del pensiero, del “verbo”.

Distaccandosi entrambe fisicamente dal proprio Paese, operano, non senza sofferenza, anche una “dislocazione” del pensiero che deve ricollocarsi trovando parole nuove.

In “Ermetica” la Cassian fornisce un’immagine macabra del pensiero-grido, che abbisogna di un altro luogo in cui venire “conficcato”; l’associazione ad un verbo preciso, fisico indica qui un’urgenza espressiva libera e istintiva che fa uso di parole-lancia acuminate per potere andare a segno. Quando però la libertà viene inibita e l’urgenza espressiva non trova sfogo, anche la consistenza della lingua, neutralizzata, cambia, fuoriesce “pendula” e afasica.

Se ci fosse un luogo dove conficcare un altro grido

quale potrebbe essere, la roccia o il mare

 o l’occhio dell’uccello della notte, fisso e tondo, 

duro come la pietra, 

giallo come la luna? 

Ah, tutto è impenetrabile. 

E il grido viene fuori dalla bocca

pendulo come lingua d’impiccato.

Il rapporto di Nina Cassian con la parola, non si può dire certo statico; è traduttrice, abituata quindi a traghettare concetti, ad esplorare mondi fonetici e lessicali, inventa lingue come la spargă e la leopardă, caratterizzate da sonorità onomatopeiche, giocose e sovversive, ma trovare una nuova identità linguistica nell’inglese la mette in crisi, la fa sentire inadeguata, le pone un problema identitario e di riposizionamento.

Emblematici a questo proposito i versi:

Pur se verrò sepolta

in una terra aliena:

risorgerò un giorno

nella lingua romena.

Quasi a significare che, pur avendo ceduto al compromesso di appartenere al mondo attraverso l’inglese, questo ha comportato una sua morte spirituale, in confronto alla quale, la morte del corpo e l’accettazione di venire sepolta in terra straniera, sono comunque sopportabili.

Il tema del tormento legato all’esilio (fisico o metafisico, forzato o cercato) – pensiamo ad Ugo Foscolo, come ad uno dei primi esempi letterari più conosciuti – è qualcosa che non esita solo in poeti, artisti e intellettuali in dolorose reazioni.

Anche l’emigrazione produce, infatti, nelle persone, pur con velocità e processi diversi, sentimenti  simili: la necessità di ridefinire il concetto di identità, la ricerca di nuove appartenenze, la nostalgia, l’afasia prodotta dalla mancata conoscenza della lingua e quindi la frammentazione dei diversi domini della propria vita (sfera privata, professionale, scolastica, civile), la decostruzione di concetti familiari a favore di una riattribuzione di significati, la necessità di sentirsi rappresentati ed esercitare in maniera attiva la cittadinanza.

Barbara Gramegna*

Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.

Emmanuel Carrère: “I baffi” (Adelphi), di Maddalena Crepet

Cosa ti ridi sotto quei baffi Analisi metaforica di Emmanuel Carrère

Il protagonista del romanzo I baffi, però, non ride affatto. Un bel giorno, un architetto di mezza età parigino decide di fare un cambio di look: si taglia i baffi di netto. È quello che, a tutti gli effetti, gli esperti di narrazione definirebbero “l’incidente scatenante”. Da lì, infatti, nulla è più come prima. E non solo perché il suo aspetto fisico è decisamente mutato – ora al posto dei baffi compare solo una macchia sbiadita dovuta alla mancanza di abbronzatura nella zona pilifera –, ma soprattutto perché da lì si innescano una serie di vicende, fraintendimenti, giochi, sfide, che determinano nel protagonista una confusione immane. La moglie, Agnès, lavora come ufficio stampa in una casa editrice francese. È bella, algida, di lei conosciamo non l’interezza, quanto piuttosto parti di corpo, vivisezioni. È come se Carrère ci volesse restituire uno sguardo non composto da un’omogeneità, quanto piuttosto da una scomposizione: è qui il nodo centrale. L’architetto non ci restituisce mai un’immagine di sé totale, ma sempre frammentata, e, in quei frammenti, fra quei frammenti, si insinua, si insedia, il seme del dubbio. Lui è convinto di aver sempre avuto i baffi lunghi, che, soltanto ora, ha deciso di tagliare. Lei è convinta dell’esatto contrario: il marito non ha mai avuto i baffi, fissato com’è nel radersi tutte le mattine.

L’architetto annaspa, suda freddo, non capisce. La sera della rasatura vanno a cena da una coppia di amici. È l’occasione perfetta per far comprendere ad Agnès che si sbaglia, che lui ha sempre posseduto un bel paio di baffi, che solo ora ne è privo! E invece nessuno pone domande, tutto scorre come se nulla fosse accaduto, come se il suo aspetto fosse sempre lo stesso, forse qualche segno di affaticamento di troppo, ma è solo eccesso di lavoro! 

Si cade con tutte le scarpe in una sorta di tragicommedia pirandelliana dove la parte è per il tutto, e il naso viene sostituito dalla parte inferiore del volto. Ogni elemento di realtà, ogni verità, sembra vacillare, sembra essere messa in discussione. Non solo i famigerati mustacchi, ma anche la cena dagli amici, l’opinione dei colleghi – anche loro sgomenti di fronte alla convinzione cieca del protagonista –, perfino quella di una donna per strada, tutto è vero e falso al contempo, quindi tutto è indefinito, vago, sfumato. Il lettore inizia a seguire questo filo di perle, e le perle non sono più le certezze, ma i dubbi stessi, ci cammina sopra con il passo dell’equilibrista, sperando quasi, alla fine, di non trovare più un’oggettività, ma un buco nero. E quel buco nero arriva davvero, con un finale che oggi riterremmo splatter, che Carrère probabilmente definirebbe, tuttora, come l’unico possibile. 

I baffi non è solo una tragicommedia, non è solo la risata dark, il racconto grottesco di un uomo che ha perso i suoi baffi, e, con essi, sé stesso. È una grande metafora, o meglio, una metafora nella metafora: da una parte abbiamo l’ombra lunga della moglie, dell’intransigente Agnès, o della folle Agnès, o della irreprensibile Agnès; di lei sappiamo che le piace scherzare, manipolare la realtà, è insomma avvezza allo scherzo che sfocia in qualcosa di più grande, forse ingestibile. Sembra che ogni volta che il protagonista si allontani da lei, esca dal suo cono d’ombra, respiri, viva nella libertà di credere a ciò che davvero è. Ma è autoconvinzione o tossicità? Agnès appare una presenza tossica nella vita del povero architetto; anche quando decide di prendere il primo volo, e finire niente di meno che a Hong Kong, lei lo insegue, si fa trovare nella sua stanza d’albergo, lo convince, ancora una volta, che tutto sia normale nella sua assoluta anormalità. È quella che la generazione dei nativi digitali classificherebbe come un malessere. O meglio, rappresenta, incarna, appieno questo concetto. L’altra metafora, quella contenitiva, è di carattere esistenzialista, o, per meglio dire, relativista: quanto ciò in cui crediamo, di cui siamo fermamente convinti, è vero? Quanto il nostro punto di vista può stridere, finanche confliggere, con quello altrui? E quanto, più in particolare, noi dipendiamo da quel punto di vista altrui? 

Carrère non ci pone di fronte a facili soluzioni, risoluzioni. Ci fa annaspare, a volte in cerca di una boa, a volte contenti di stare in mare aperto. È liberatorio nella sua crudeltà. E così anche noi ci ritroviamo in quella vasca da bagno, la stessa in cui, per la prima volta il protagonista decide di mutilarsi, e poi lo fa davvero, lo facciamo anche noi. Affoghiamo nelle domande, senza che ci possa essere una risposta univoca, una strada facilmente percorribile. Non siamo pazzi, forse siamo solo terribilmente umani.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.